Avellino si prepara ad una nuova sfida elettorale per ora senza un dibattito sul futuro. Mentre Lioni si prepara a diventare un Borgo 4.0 con il laboratorio dell’Adler sull’auto senza guidatore, il Capoluogo per ora non esprime un dibattito culturale evocativo di una visione forte.

Lo sviluppo tecnologico, che mette in discussione addirittura tratti della stessa natura umana, non è entrato nella sfera di attenzione pubblica cittadina.

Eppure non ci potrà essere sviluppo economico e occupazionale se non si affronteranno questi temi.

L’antica Dogana di Avellino

La connettività (Industry 4.0), l’innovazione in campo energetico (green economy), le infrastrutture della mobilità (autostrade e ferrovie), la formazione superiore su scala nazionale, offrono gli strumenti per globalizzazione l’Irpinia in un’economia reale digitale.

La connettività consente oggi di produrre lavoro e reddito. Ne sono convinti i Governi europei fin dall’inizio del millennio, la governance imprenditoriale e molti analisti anche in Irpinia. In una fase chiave per la riorganizzazione dei grandi servizi pubblici locali, il Capoluogo dovrà guidare con decisione, in un contesto di ordinato e trasparente dialogo tra istituzioni e territorio, il riassetto in campo ambientale (rifiuti, acqua, energia), nei trasporti (logistica e collegamenti), nell’urbanistica e in ambito strategico-economico, elaborando i nuovi modelli a partire da una necessaria e inderogabile apertura alla concorrenza e al mercato, concepita e sviluppata entro i rigidi argini dell’interesse pubblico e della massima legalità, sotto l’egida delle autorità competenti. Lo sostengono ormai in molti.

La sede della Commissione Europea a Bruxelles

Per giungere a questo obiettivo, la città dovrà integrare le risorse pubbliche, garantite dall’Europa attraverso lo Stato e la Regione, con capitali privati finalizzati alla trasformazione, alla produzione, alla logistica e ai servizi, proponendo nel contempo un polo culturale (e archeologico) su scala provinciale, che riveli ed esalti le radici sannitiche e romane, valorizzi la storia medievale, recuperi il patrimonio identitario familiare locale che nei secoli qui si è sviluppato per influenzare la vicenda meridionale e nazionale.

Avellino dovrà ritrovare l’orgoglio della propria storia, valorizzando le sue antichissime radici, che ne fanno uno dei crocevia campani e meridionali fin dalla tarda età repubblicana di Roma.

Il giardino archeologico. Il Duomo oltre l’ex seminario

Avellino deve riprendere ed attualizzare le tante felici intuizioni espresse nelle amministrazioni del passato, accumulate a partire dagli anni ’70, rielaborate alla luce della ricostruzione post-sisma negli anni ’80 e ’90, culminate in una visione strategica della città europea che agli inizi del nuovo millennio fu distillata nel primo Puc del Capoluogo, matrice da cui occorre ripartire per dare forma alle nuove sfide imposte dalla economia globale e dalla connettività, in un contesto sociale finalmente riunificato e definito sul piano identitario.

Ostacolata da troppi invisibili muri e barriere in questi anni, questa dovrà affermarsi come la città delle possibilità, il luogo più avanzato e moderno di un Mezzogiorno finalmente in grado di rilanciare con il resto del Paese e con l’Europa la sfida su una modernità che si traduca in civiltà e innovazione.

Il nuovo treno Jazz nella stazione di Avellino accanto ai vettori tradizionali

La posizione geografica favorevole, l’ampio comprensorio che offre spazio vitale a ogni ambito della competizione industriale e produttiva, possono permettere al Capoluogo e alla sua provincia di catalizzare in Irpinia gli investimenti che contano ai fini dell’occupazione, quelli realizzati dal mercato.

Una Avellino aperta, accogliente, dove poter crescere, evolvere e lavorare, deve diventare ordinata e sicura, solidale e, soprattutto, coesa.


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