‘Credito alle imprese per crescere’
Renato Abate: serve un patto con le banche

L'intervista. Il Presidente regionale di Piccola Impresa apre anche alla Regione e agli enti

Piccola Industria Campania si prepara ad aprire due canali di dialogo con la Regione sul sostegno all’innovazione, ma soprattutto con le banche per ristabilire il credito verso l’economia reale’. Renato Abate, amministratore della Italcontainers Meridionale Srl, è stato eletto recentemente alla guida dell’associazione regionale che riunisce le Pmi campane. ‘Le banche devono contribuire a portare le imprese meritevoli di credito in bonis e sostenere le idee progettuali delle aziende’, spiega in questa intervista, delineando l’orizzonte del proprio impegno in continuità con il predecessore casertano Andrea Funari. Nella sua visione, Abate ritiene oggi inderogabile finanziare l’innovazione con risorse di mercato per sostenere uno sviluppo competitivo. Non è un caso, che proponga alle banche di coinvolgersi nei progetti con le imprese in grado di mettere idee sul tappeto. Sostenitore della cosiddetta ‘industria 4.0’, una produzione frutto dell’automazione e della interconnessione, vede nella ricerca e nello sviluppo tecnologico la leva per muovere il futuro.

Renato Abate, la sua elezione alla presidenza di ‘Piccola Industria Campana’ di Confindustria è un altro risultato regionale importante incassato dagli imprenditori irpini.

«Questo risultato che arriva da lontano, dopo una lunga gestazione e una candidatura presentata a novembre. La mia elezione è il frutto della convergenza di quattro presidenze su cinque, nell’ambito della rappresentanza campana».

All’atto della elezione ha ringraziato il suo predecessore per il lavoro svolto. Quale sarà il suo impegno?

«Lavorerò nel solco del mio predecessore, Andrea Funari, proponendo novità rilevanti. Credo sia necessario all’apertura del dialogo con la Regione Campania sui temi dello sviluppo».

Su quali temi in particolare?

«I programmi di alternanza scuola-lavoro, l’innovazione e l’internazionalizzazione sono al centro del mio programma. Su queste questioni ritengo ci siano le condizioni per affrontare il confronto. L’assessore regionale alle attività produttive, Amedeo Lepore, ha già richiesto un incontro».

Quali saranno le priorità del suo mandato?

«L’accesso al credito è la questione principale per le imprese».

Le limitazioni sull’accesso al credito rappresentano un ostacolo per gli investimenti. C’è chi ritiene siano la causa della mancata ripresa. E Lei?

«La crisi economica che abbiamo vissuto è stata molto lunga e oggi le imprese hanno bisogno di ripartire, ma hanno grandi difficoltà ad accedere al credito, a causa delle misure stringenti imposte da ‘Basilea 3 e 4’. Il nostro obiettivo è dialogare con le banche per costruire un nuovo rapporto fra istituti di credito e imprese partendo da una consapevolezza».

Quale?

«Senza l’una non può sopravvivere l’altra: anche le banche hanno bisogno delle imprese…».

Un primo piano dell’imprenditore avellinese Renato Abate

Quindi cosa propone?

«Riteniamo che sia possibile aprire una nuova stagione, le banche devono venire nelle imprese e verificare non solo i bilanci e la quadra dei conti, ma valutare le idee progettuali per prendere parte alla realizzazione di progetti».

Una rivoluzione culturale. Offre un coinvolgimento degli istituti nell’economia reale, insomma.

«Le banche non possono dare i soldi soltanto a chi ha già soldi. E su questo aspetto si è già pronunciato Stefano Barrese, manager del gruppo Intesa San Paolo: le banche devono contribuire a portare le imprese meritevoli di credito in bonis».

Per Lei l’alternanza scuola-lavoro è ai primi posti. Una responsabilità sociale?

«Intanto, dobbiamo dire la legge sui progetti di alternanza scuola-lavoro impone gran parte di questa responsabilità. Ma noi ne accettiamo l’impegno perchè siamo consapevoli di avere un ruolo sociale di primo piano. Per questo intendiamo contribuire alla formazione delle eccellenze».

In che modo?

«Ho intercettato un progetto già sperimentato a Torino sul management. In base a quel modello, sono stati formati dei docenti che a loro volta formeranno studenti per un totale di 45 ore, come fase propedeutica agli stages nelle aziende».

Quando partirà ad Avellino questo progetto?

«A settembre le scuole irpine saranno le prime in Campania a sperimentare la formazione sul management, tra le prime in Italia dopo Torino. E anche Salerno ha già mostrato interesse».

Ha parlato anche d’innovazione e internazionalizzazione. Parole chiave per il consolidamento di un’azienda, ma spesso invocate più che professate.

«Chi non investe è destinato a morire: qualsiasi impresa che non innova in tecnologia e processi produttivi, non troverà spazio sul mercato. Tuttavia, torniamo al punto di partenza. Se le banche non cederanno credito, le imprese non potranno fare innovazione, quindi si tratta di un circolo vizioso».

Nell’Italia delle cento città, le piccole e medie imprese rappresentano ancora il tessuto produttivo nazionale che muove l’economia. Dopo la crisi di questi anni possono far ripartire il Paese?

«Le Pmi rappresentano l’ossatura del tessuto economico, che per il 95% è composto da piccole e medie imprese, e solo per il 5% dalla grande industria, ma devono guardare alla crescita».

La sfida globale impone aggregati e stabilità, però.

«Finora la piccola impresa era stata considerata stabile, ma ora non è più così. Per questo si guarda ai progetti di rete per riacquistare competitività e accedere al credito. Da soli non si va da nessuna parte”.

Analisti e letteratura corrente sull’economia politica sostengono che le piccole e medie imprese, a differenza dell’industria, abbiano fronteggiato meglio la crisi.

“Le piccole imprese sono esposte a pericoli: non reggono la concorrenza, hanno governance e management deboli, livelli di produzione bassi e strumenti spesso non accessibili”.

Quindi come hanno reagito alla crisi?

“C’è stata una selezione naturale, le aziende ben strutturate hanno resistito, mentre altre escono disastrate e dovranno lavorare se vorranno rendersi attrattive per nuovi investimenti”.

Il sistema produttivo irpino ha resistito?

“In Irpinia non possiamo lamentarci: il metalmeccanico è a galla, con automotive e aerospazio, e poi ci sono l’agroalimentare e i servizi. C’è l’Acca Software. Avellino è una provincia da elogiare, ma c’è anche tanto da fare ancora”.

Qual è il settore più debole al momento?

“Sono molti i settori che vivono fasi di debolezza, ma l’intervento prioritario al momento sono le infrastrutture. Dall’alta velocità all’elettrificazione dell’Avellino-Salerno ci sono promesse da mantenere, ma in fretta”.

Quali sono gli interlocutori di ‘Piccola Industria’ su queste tematiche?

“è stato avviato un discorso con l’Asi da parte del presidente Sabino Basso, in quanto abbiamo diversi nuclei industriali e troppi capannoni abbandonati. è nostro interesse capire quale progetto di attrazione per nuovi imprenditori mettere in campo. Confindustria Avellino è in campo”.

Renato Abate alla sua scrivania nell’ufficio che ospita la direzione della Italcontainers Meridionali

Questo conferma la fiducia che gli imprenditori irpini ripongono in un recupero delle infrastrutture industriali realizzate dopo il terremoto. L’industria avellinese in futuro potrebbe legarsi all’agricoltura, puntando sulla trasformazione. Il rinnovato impegno dell’associazione sembra aprire le porte a nuove imprese. è così?

“Per ora ad Avellino sono circa 300 le imprese iscritte. Non sono tantissime, anche perchè sul dato complessivo facciamo riferimento alla Camera di Commercio. Alcuni settori li vediamo poco come quello dell’enogastronomia, legato più alle aziende agricole che alle piccole imprese. L’impegno riguarda l’Irpinia nel contesto della Campania e del Mezzogiorno”.

Nel registro delle piccole imprese rientra anche l’esercito delle partite Iva, ora in crescita esponenziale.

“La piccola impresa rappresenta un range di riferimento molto ampio e va da 1 a 250 dipendenti, quindi una partita Iva è da considerarsi una micro impresa. La crisi però non ha risparmiato i cosiddetti professionisti autonomi e ci sono state molte nascite sì, ma anche molte chiusure”.

Lei metterà in campo politiche di sostegno all’autoimprenditorialità?

“I giovani sembrano poco interessati e ambiscono ancora al posto fisso, ma ci sono diverse possibilità per orientarsi sulle start up e le aziende innovative. Le università sono fucine di progetti in tal senso”.

‘Piccola Industria’ ha rapporti con gli atenei?

“Confindustria ha sempre guardato con interesse alle università, che sono poli di ricerca naturali di eccellenza. Avellino ha ottimi rapporti con Salerno, ma come ‘Piccola Industria Campana’ stabiliremo rapporti con tutti gli atenei della regione”.

In un recente incontro a Lioni, l’assessore regionale al lavoro Sonia Palmeri ha lamentato la mancanza di proposte da parte di Confindustria. Lei cosa ne pensa?

“Le affermazioni dell’assessore Palmeri, che è una imprenditrice, sono state dibattute in sede di consiglio, con tutte le rappresentanze regionali e con il rappresentante dell’Ance. Rimedieremo a questa assenza e sarò più presente in Regione”.

Cosa si aspetta dal governo della Campania?

“Un sostegno di qualità per le imprese, che non si traduce in iniezioni di denaro, ma vanno applicati i progetti di cooperazione predisposti dall’Unione Europea. Chiederemo che i soldi non vadano dispersi, e percorsi di agevolazione per intercettare i finanziamenti, che ci sono e vanno utilizzati”.

Si è affrontato anche il tema dell’occupazione e delle ricadute delle misure adottate dal Governo centrale e regionale. Lei che percezione ha?

“Sull’occupazione non si è fatto tantissimo e la percentuale di giovani che non lavorano e che hanno smesso di cercare lavoro è preoccupante. è ovvio che la Regione porti acqua al suo mulino, ma è necessario programmare degli interventi”.

Concorda con i numeri forniti dalle single sindacali sull’aumento del monte ore della cassa integrazione?

“La cassa integrazione va interpretata, perchè oscilla in base alle dinamiche del mercato: molte aziende sono obsolete e non hanno innovato, e ora si trovano fuori dai mercati perchè non sono più competitive”.

Quindi sta dicendo che il comparto industriale irpino, da molti ritenuto ormai alla frutta, vada rinnovato? Insomma, c’è un futuro concreto per le fabbriche?

“Il panorama industriale irpino non sta malissimo, ma è chiaro che non siamo nemmeno il Veneto, nè la Puglia. Le piccole e medie imprese si sviluppano a valle delle grandi industrie, e se guardiamo all’Irpinia dovremmo fare riferimento all’ex Irisbus di Valle Ufita o alla Fma di Pratola Serra, ad esempio”.

A questo proposito, la Fiom Cgil nel 2008 ha siglato un accordo con Confindustria per creare indotto intorno alla Fma, nel frattempo divenuta parte di un progetto internazionale diverso. Il sindacato chiede di recuperare quell’accordo. Lei sarebbe favorevole?

“La Fma è uno stabilimento importante, ma non è paragonabile a quello di Cassino, Pomigliano d’Arco o Melfi. Non può trainare un grande indotto. Discorso diverso meriterebbe la ex Irisbus di Valle Ufita: a Flumeri ci sono un milione di metri quadri, e se dovesse riaprire lo stabilimento, si potrebbe presentare un progetto di sezionamento dell’area per rendere attrattivo il sito. Ma spetta alla politica prendere queste decisioni”.