Il nuovo coordinatore nazionale per il Progetto pilota è Enrico Borghi. È stato nominato consigliere speciale del Sottosegretario Claudio De Vincenti. Ricopre funzioni di coordinamento in fase attuativa della Strategia Nazionale delle Aree Interne, in sostituzione dell’ex ministro Fabrizio Barca, ormai in pensione. Il Corsivo ha intervistato Borghi, in vista di una ripresa autunnale che dovrà portare questo ambizioso programma a compimento, dopo i lunghi mesi di discussione preliminare. Il ‘Progetto pilota’ punta a colmare il gap nei settori della Sanità, dei Trasporti e della Mobilità, quindi della scuola, in aree soggette a spopolamento, coagulando i centri abitati intorno ad una organizzazione di servizi e standard a livello europeo. Il fine ultimo di questa strategia sperimentale e generare le condizioni per lo sviluppo economico.

La platea istituzionale del Progetto Pilota dell’Alta Irpinia in una assemblea tenuta presso la sede della Comunità Montana a Calitri

Onorevole Borghi lei ha appena ricevuto la nomina a consigliere incaricato del Governo per l’attuazione della Strategia Nazionale Aree Interne. Appena insediato ha sottolineato l’importanza delle periferie. Perché?

«Si tratta insieme di un dato di realtà e di voluta provocazione. Assistiamo da troppi anni a un dibattito sterile tutto concentrato sulle dinamiche dei grandi agglomerati urbani, come se le aree interne e le montagne nel nostro paese non esistessero e non fossero importanti».

E invece?

«Le aree interne e le aree montane sono il futuro del nostro Paese, occorre che tutti ne abbiano consapevolezza. Oggi si è imposta nel dibattito nazionale la questione delle periferie, un concetto che non si limita alle città, ma anche al territorio».

Le aree interne corrispondono su tutto il territorio nazionale alle zone montuose. Sono caratterizzate da scarsa densità abitativa e isolamento geografico. In qualità di rappresentante nazionale Uncem, ritiene applicabile un modello univoco per rilanciarne le potenzialità?

«Le aree montane del nostro Paese sono molto differenziate, confronti quelle del Trentino con i rilievi della Calabria. Sono due mondi completamente differenti che hanno entrambi enormi potenzialità, ma che hanno bisogno di modelli e di risposte differenti che tengano in considerazione le specificità territoriali».

Resta unico l’obiettivo. O no?

«L’obiettivo è valorizzare da qui ai prossimi anni le enormi risorse naturali e paesaggistiche che la montagna custodisce e che saranno alla base del nuovo modello di sviluppo nel nostro Paese, la green economy e le comunità sostenibili. Ripartendo dall’identità delle comunità locali, e dalla loro capacità di coesione e innovazione”.

I Comuni ubicati in aree montane, soggetti a gravi problemi di isolamento e conseguente spopolamento, riusciranno ad attuare la riforma degli Enti Locali e a dare vita alle Unioni dei Comuni con l’accorpamento di funzioni e servizi?

«A questo riguardo, mi preme sottolineare la rinnovata attenzione del Governo e del Parlamento ai temi della Montagna. Nella riforma costituzionale, su cui saremo chiamati a dare un giudizio nei prossimi mesi, c’è l’obbligo per il legislatore di tenere in considerazione le zone montane nel definire i modelli di governance locale».

Continui.

«Dopodichè guardi, sono anche convinto che se gli amministratori locali, in primis i Sindaci, non saranno in grado di fare sinergia territoriale attraverso le Unioni dei Comuni montani, saranno destinati a fallire nell’azione di governo».

Perché?

Perché un modello solo centrato sul campanile e sull’isolamento autarchico di ogni municipio unito ad una spesa pubblica fondata sul debito non è più sostenibile per fornire servizi adeguati alla cittadinanza».

Come vanno interpretate le Unioni?

«Le Unioni non devono essere concepite solo come elementi di riordino funzionale, ma come luoghi della soggettività politica di un territorio. Senza la riscoperta della natura politica della rappresentanza territoriale, e di una modernità nel suo esercizio, le aree interne rischiano di essere fagocitate dal varo delle Città Metropolitane».

Qual è la sfida politica delle Unioni?

«La crisi dei sistemi di rappresentanza, partiti e sindacati, rischia di trasformare la politica in occupazione pura del potere, anziché nell’attuazione di un progetto che discende dall’esercizio di un pensiero. E in questa dimensione, il potere è nelle mani delle città. Per opporsi a questa logica, servono un pensiero, appunto, e una moderna governance. La Strategia Nazionale Aree interne e le Unioni dei Comuni provano a rispondere all’esigenza di concretizzare questo assunto”.

Le riforme nel contesto attuale impongono cambiamenti che incidono sul tessuto socio-economico. Non di rado, anche in Irpinia, c’è una certa resistenza ad abbandonare la logica del campanile.

“Quando si riforma, come stiamo cercando di fare noi in questi anni, ovviamente ci si deve misurare e in qualche caso scontrare con le resistenze locali e con le abitudini consolidate. Ci sono inerzie, rendite, pigrizie mentali. Spesso più a Roma che sui territori. Ma ci sono anche volontà e capacità reattive, di modernizzazione e di cambiamento».

Lei punta su queste…?

«La SNAI punta su di esse, e sulla volontà delle classi dirigenti locali di essere protagoniste del cambiamento per evitare di essere cambiate dall’esterno».

Conosce la realtà dell’Irpinia?

«Conosco la realtà dell’Irpinia che, peraltro, nonostante la distanza geografica, è simile a quella dell’Ossola, mio territorio di provenienza. Sono sicuro che gli amministratori locali saranno in grado di interpretare questo momento di cambiamento come opportunità. Noi saremo al loro fianco per ascoltarli, accompagnarli ed aiutarli in questo percorso. E l’Irpinia ha tutte le caratteristiche per essere un riferimento di carattere nazionale in questa direzione».

Sarà più complesso lavorare sulle Unioni oppure sulla strategia di sviluppo economico?

“Sono due campi di lavoro che si tengono. Cerco di spiegarmi meglio. Il modello di governance locale è strettamente legato alla possibilità di successo di avvio di una strategia di sviluppo locale che sia innovativa e che intercetti le esigenze della cittadinanza. Se non ammoderniamo la governance locale ogni possibile modello di sviluppo non potrà essere attuato. C’è molto lavoro da fare, ma le comunità locali hanno già dimostrato di essere capaci di collocarsi sulle frontiere dell’innovazione, come testimoniato anche da alcune esperienze virtuose raccontate nel Rapporto Montagne Italia 2016 presentato il 18 Luglio alla Camera».

Quale strategia perseguirà nel suo mandato? Ha già fissato degli obiettivi?

“L’ambizioso obiettivo che ci siamo dati è dare attuazione e concretezza a quanto per ora nella Strategia Nazionale delle Aree Interne è rimasto solo sulla carta. è tempo di passare dai programmi e dai progetti alla loro attuazione. E di arrivare a fine anno con alcune bozze di strategia approvate, i primi accordi quadro sottoscritti e l’avvio della federazione nazionale delle aree interne. Gli step successivi li definiremo insieme con Regioni e aree pilota”

È corretto definire la Strategia Nazionale per le Aree Interne come il passo successivo del Ministero per la Coesione Territoriale?

“La delega per la coesione territoriale è già al livello governativo più alto, essendo stata attribuita al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, che mi ha chiamato al suo fianco a collaborare. Il punto chiave ora è attuare i contenuti delle politiche di coesione, spendendo meglio e bene le risorse che abbiamo conquistato in Europa. E la Strategia delle Aree interne è uno dei pilastri della programmazione 2014/2020, insieme a Mezzogiorno e Città”.

Quanto è grande, dal suo punto di vista la forbice che separa il Nord dal Mezzogiorno?

“Bisogna essere realisti: la forbice si sta allargando. E soprattutto preoccupa un dato inedito, la diminuzione nella natalità nel Mezzogiorno, grave sintomo di una crisi in atto. Dopodichè il Sud d’Italia, è una realtà assai eterogenea, che va letta senza le lenti degli stereotipi. Ci sono zone in grave ritardo e grave difficoltà, altre che si attestano agli stessi livelli delle aree settentrionali più avanzate. Il nostro obbiettivo deve essere quello di saper interpretare le esigenze locali delle zone più fragili per portarle ad un livello di servizi e di qualità della vita almeno pari a quello delle realtà più forti. Per questo la capacità e volontà di innovazione delle classi dirigenti locali è decisiva”.

Se dovesse indicare un indirizzo politico per invertire la rotta della decrescita al Sud, cosa proporrebbe?

“Meno assistenzialismo e più risorse per chi si dimostra capace di investire nell’innovazione. Avvio di percorsi virtuosi con le realtà locali che sono pronte a ripensare il proprio ruolo nello sviluppo locale sostenibile, affinchè possano essere un modello da replicare. Investimento sui giovani che accettano la sfida di restare, e di puntare sulle peculiarità locali».

Enrico Borghi, coordinatore nazionale delle Aree Pilota dal 2016

E in Irpinia?

«Se penso all’Irpinia non posso non pensare alle potenzialità, ma anche alla forza e vitalità di ciò che già c’è. Penso ai borghi e i centri storici, alla fila di castelli di epoca longobarda, alle abbazie e ai monasteri con vallate di straordinario valore naturalistico che si sposano ad una eccezionale produzione vitivinicola con tre Docg e tantissime cantine, con una tradizione enogastronomica di qualità indiscussa. Il tutto a poche decine di minuti di auto da Pompei e dalla Costiera Amalfitana, mete di turismo mondiale. Una ricchezza di offerta culturale nella quale si possono riscoprire tracce di un passato che dai Romani agli Aragonesi, passando per i Normanni e gli Svevi e intrecciandosi ai miti pagani e ai riti religiosi della civiltà contadina, fanno di un’area come questa un potenziale rilevante».

Cosa proporrebbe?

«Proporrei, e propongo, di lavorare su questi straordinari asset, sapendo che non esiste un destino cinico e baro che ha attribuito al Mezzogiorno la funzione di Cenerentola d’Europa. Possiamo farcela. Anzi, dobbiamo farcela!”.

In Campania gli enti montani sono congelati. Il settore è paralizzato in attesa di una riforma legislativa in grado di riqualificare servizi e funzioni. L’Uncem è intervenuto su questo fronte? Intende farlo?

“Le note vicende del comparto idraulico-forestale hanno visto un lavoro molto intenso dell’Uncem Campania, che ha operato soprattutto sul fronte della grave emergenza dei mesi scorsi che ben conoscete. Ora ritengo sia indispensabile che anche in Campania si proceda verso la trasformazione delle Comunità Montane in Unioni dei Comuni montani, per dare corpo a quel tema di soggettività territoriale cui facevo riferimento in precedenza. Collaborazione, coordinamento e comunicazione tra i comuni sono le parole chiave».

Veniamo all’Irpinia e all’area pilota ‘Alta Irpinia’, che coinvolge due Comunità Montane, la Terminio Cervialto e la Alta Irpinia e abbracciano un territorio oltremodo vasto di 25 comuni. Gli amministratori qui hanno candidato la costituzione di una ‘azienda forestale’ nel preliminare di strategia approvato dalla tecnostruttura nazionale. Lei come considera l’iniziativa?

«A livello nazionale il tema della ‘green economy’ nelle aree montane sta diventando centrale nell’agenda politica. Il varo del collegato ambientale sta concretizzando l’idea che le risorse naturali della montagna sono decisive per la qualità ambientale del Paese, e devono essere riconosciute, manutenute e pagate per il loro servizio eco-sistemico. Penso che l’idea dell’azienda forestale, intesa come moderno strumento di valorizzazione produttiva e sostenibile della risorsa bosco, possa inserirsi all’interno di tale cornice».

In che modo?

«Riscoprire la funzione produttiva del bosco, nelle sue varie accezioni (ambientali, energetiche, paesaggistiche, industriali, agricole) è un passaggio culturale importante, dopo decenni in cui bosco era sinonimo di abbandono o di vincolo. Se si considera, poi, che molte foreste sono di proprietà pubblica o collettiva, si comprende ancor più la bontà di tale intuizione. In essa, possono trovare spazio anche parziali riqualificazioni della manodopera esistente, che può essere indirizzata dentro una nuova dimensione di natura produttiva. Per farlo occorre costruire filiere a carattere territoriale. Una bella sfida, che nasce da una buona intuizione».

Un’azienda deputata alla realizzazione di una filiera foresta-legno attraverso la gestione associata di superfici forestali e superfici da investire con coltivazioni fuori foresta di proprietà pubblica e privata, come si relazionerebbe con l’ente montano?

“Uno schema che funziona può vedere nel livello istituzionale il luogo delle scelte e degli indirizzi politici, e nel livello funzionale aziendale il terreno della concretizzazione pratica. L’importante è non sovrapporre i piani”.

Ciriaco De Mita

Lei ha parlato della riscoperta della dimensione comunitaria come la chiave di volta per il futuro delle aree interne. Un concetto sostenuto anche dal presidente Ciriaco De Mita.

“Comunità è la parola che descrive, a mio avviso, la via di uscita dalla crisi di questi anni, che ci consegna una società italiana più fragile, più snervata, più inerte. Giuseppe De Rita ci ha descritti come il ‘popolo della sabbia’: tanti piccoli granelli, che faticano a legarsi tra loro, come atomi a sé stanti. Nelle aree interne, nelle zone montane, invece, grazie all’identità culturale delle popolazioni, il legame è ancora vivo. Per questo esse sono il fuoco che arde sotto la cenere, e che l’Italia deve riattizzare per darsi un futuro. Se non recuperiamo la dimensione comunitaria, ci aspetta un futuro in cui ognuno sarà più solo».

Qual è il rischio?

«In questo scenario, i più deboli diventano più deboli, gli emarginati più emarginati, gli esclusi più esclusi. Non basteranno né Internet né la tecnologia a riempire i vuoti che si genereranno, che al contrario potranno solo essere amplificati dalla Rete. Per questo aree come l’Irpinia sono un patrimonio del Paese. Perchè hanno cultura, storia, tradizioni ed identità che forgiano una comunità, la quale su queste basi costruisce una sua coesione, e per questo guarda al futuro con speranza e non con paura. Per questo parliamo di Strategia Nazionale, perché le Aree interne guardano e parlano al Paese».

C’è quindi la medesima visione…

«Non sono certo io a scoprire intelligenza e lucidità di De Mita. Posso solo dire che da un lato ci lusinga molto il fatto che abbia deciso di far parte di questo lavoro, e dall’altro che la sua esperienza e capacità intellettuale saranno preziose per la riuscita di questa scommessa».

In Irpinia la strategia del progetto pilota per le aree interne, applicata allo stesso comprensorio che fu duramente colpito dal sisma del 1980 evoca una nuova stagione di finanziamenti per stimolare la crescita. Lei cosa ne pensa?

“Penso due cose. Anzitutto, che la Strategia rompe il paradigma culturale in voga da un ventennio per il quale lo sviluppo sarebbe stato generato solo ed esclusivamente dal mercato».

E invece?

«Su queste basi si sono create le zone a fallimento di mercato, ed avendo trasferito al mercato funzioni anche legate ai diritti di cittadinanza, oggi abbiamo in pezzi interi del Paese la desertificazione di servizi. Basti pensare a cosa accade su poste, scuole, ospedali. La rottura del paradigma significa che non è più una bestemmia usare fondi pubblici per creare condizioni di sviluppo, crescita e occupazione, e di riequilibrio territoriale».

La seconda?

«La seconda cosa che penso è che una caratteristica della SNAI è la sua voglia di innovazione. E quindi dobbiamo inventare modelli nuovi per impiegare le risorse pubbliche, senza guardare indietro a modelli che erano figli di altre epoche. Non mi impalco, né esprimo giudizi. Constato il fatto che se siamo arrivati ad avere tassi di detanalità e di decrescita interna in aree importanti del Paese, è perché i due modelli del passato imperniati sulla logica statalista da un lato e sulla logica liberista dall’altro hanno prodotto risposte parziali, e in questi casi inefficaci».

E ora?

«Ora dobbiamo inventare qualcosa di nuovo, che sappia impiegare le risorse pubbliche nella direzione giusta: generare sviluppo, e garantire diritti di cittadinanza. Senza dispersioni, ridondanze o nostalgie. Per questo, e su questo, saremo valutati da OCSE e Commissione Europea nella Strategia Nazionale Aree Interne. Una bella sfida, che parte da Sud. Mi pare un messaggio bello per tutto il Paese».

L’applicazione della strategia ha un termine prefissato?

«La SNAI è inserita nella programmazione 2014/2020. Poi lo scopriremo solo vivendo. Ma un dato è certo: se essa funziona, le politiche sperimentali diventano politiche ordinarie di Stato e Regioni. E se dimostriamo sul campo che la sperimentazione ha avuto successo, avremo le carte in regola per tornare a Bruxelles e rilanciare».

Ha contatti con l’Irpinia?

«Ho già avuto due occasioni di confronto con il Presidente De Mita, molto utili e proficue. In Irpinia conosco persone intelligenti e capaci, e so che ci sono istituzioni attente e disposte a fare la loro parte insieme con la Regione Campania. Con tutti loro, insieme, decideremo ogni passaggio successivo. E se si ritiene utile una mia presenza sul campo, certamente non mancherà».

⇒ INFORMAZIONI. AGENZIA PER LA COESIONE TERRITORIALE

⇒ DALLA REGIONE. LA STRATEGIA PER LE AREE INTERNE DELLA CAMPANIA