L’Irpinia del XII secolo ne “Il Normanno” di Eleonora Davide

Ilde Rampino recensisce il volume appena pubblicato di Eleonora Davide, scrittrice e giornalista campana,che ha raccontato le misteriose vicende del feudo irpino di Monte Forte in un romanzo storico avvincente e appassionato

A cura di lde Rampino

Il mistero che circonda il feudo di Monte Forte, territorio ambito per la conquista da parte dei Longobardi nell’Anno Domini 1111, costituisce l’elemento fondamentale di questo romanzo storico che affonda le proprie radici nelle vicende che videro l’Italia meridionale  teatro di attacchi e numerosi tentativi di invasione. Guglielmo il Carbone, signore forte e orgoglioso del proprio ruolo, avvertiva profondamente il legame con il castello, eredità di suo padre. Era circondato da sudditi che lo rispettavano, ma a un certo punto avviene qualcosa di misterioso e di tragico. La diffusione di un morbo sconosciuto inizialmente non ha una causa certa e Guglielmo si accorge che la sua gente “aveva portato nel suo castello il seme del diavolo” attraverso la pratica di riti pagani.

La delusione, mista ad amarezza  che Guglielmo prova nei confronti della sua gente è causata anche da un’ atmosfera di superstizione che si concretizza a volte anche nell’utilizzo di pozioni per ingraziarsi gli spiriti. Egli vuole scoprire i colpevoli e attraverso il contatto con alcuni personaggi, come Dano il villano e Rocco il porcaio, indaga sulla scoperta di strane iscrizioni, simboli indecifrabili e particolari sagome di uccelli sulla corteccia di alcuni alberi. Questa atmosfera densa di tensione e sospetti viene stemperata in alcuni momenti dalla presenza di una bambina che lo rassicura, dicendogli che sarà in grado di prendere delle decisioni giuste.

Profondo è il rapporto che lega Guglielmo a Roberto di Sanseverino con cui cerca di contrastare la temibile minaccia di invasione longobarda: grazie a lui viene a contatto con una giovinetta forte e determinata, la protetta di Roberto,  che lo aiuterà a scoprire indizi importanti. Nel personaggio di Guglielmo il Carbone, il cui soprannome derivava da un paese della Lucania, convivono due elementi importanti e apparentemente contrastanti tra loro: la tradizione germanica, trasmessagli dalla nonna Brunilde  e la religione cristiana.  Guglielmo nutriva nei confronti dei frati, una sorta di soggezione e significativo è l’incontro con fra’ Guglielmo da Vercelli che lo aiuterà a districarsi tra i vari simboli trovati che egli sospetta siano legati alla magia, ma il frate gli chiarisce che il messaggio conteneva una profezia e che si trattava di “trame ordite da uomini reali”.

All’interno di questa trama originale e avvincente si inserisce una storia d’amore che arricchisce il senso di questo romanzo. Le descrizioni molto accurate e l’analisi dei vari elementi del paesaggio fanno da sfondo alle vicende e agli omicidi efferati che vengono perpetrati, mentre significativa è la brama di gloria che caratterizza alcuni personaggi. Guglielmo il Carbone, nonostante sia vittima di vendette, ricorda sempre l’insegnamento di sua nonna Brunilde che egli considerava “faro di saggezza” che gli diceva che”ogni cosa poteva parlargli” e che “l’uomo deve trovare se stesso per trovare la propria strada”. Il profondo sentimento che lo lega a Genoveffa, nonostante la scoperta del suo segreto, lo rende in un certo senso ancora più umano. La sua vittoria finale è l’occasione per impartire ai suoi sudditi un insegnamento fondamentale di lealtà, dimostrando “pietà per gli sconfitti che hanno seguito i loro padroni”.

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