Avellino, Ciampi: la ricandidatura non è scontata. Deciderà Il Movimento. Sfiducia, ecco il testo

IL SINDACO A TUTTO CAMPO CON I CRONISTI: Mentre sono riuniti i consiglieri di Opposizione per scrivere la mozione di sfiducia annunciata mercoledì, il Primo cittadino lancia segnali di apertura ai Gruppi, prefigurando la possibilità di una amministrazione delle questioni direttamente nell'aula. Sul Bilancio propone il dissesto e avverte: saranno i numeri a decidere, non la politica

Con 19 firme su 20, l’ultima arriverà il 30 ottobre per l’assenza dell’interessato, è stata siglata la mozione di sfiducia che venerdì mattina sarà depositata agli atti. I consiglieri di Opposizione intendono porre fine all’esperienza amministrativa iniziata quattro mesi con la vittoria di Vincenzo Ciampi e del Movimento Cinque Stelle al ballottaggio che li aveva opposti al candidato del Centrosinistra, Nello Pizza. (ecco il testo)

Nel frattempo, alle prossime elezioni comunali Vincenzo Ciampi potrebbe non essere il candidato del Movimento Cinque Stelle. Nel caso in cui il Consiglio comunale confermasse con il voto in aula la sfiducia al Sindaco di Avellino, questi potrebbe uscire di scena. Conta il progetto di cambiamento proposto per Avellino, non chi ne assume la responsabilità, ha spiegato il Primo cittadino, interloquendo con i cronisti in mattinata. Vincenzo Ciampi si è intrattenuto a lungo con i rappresentanti degli organi di informazione, tentando anche di ricucire l’incidente diplomatico dei giorni scorsi, quando si era lamentato della scarsa visibilità data ad alcuni provvedimenti approvati dal Consiglio su proposta della Giunta comunale da lui presieduta.

Il Sindaco Vincenzo Ciampi in Consiglio comunale

SI PREPARA ALLA BATTAGLIA IN CONSIGLIO. Se ha ammesso di non conoscere il suo destino in caso di elezioni anticipate, ha voluto dare certezze sul presente. Rispondendo alle domande rivolte da vari giornalisti, ha comunque indicato quella che sarà la sua ultima spiaggia, il fronte sul quale intende dare battaglia fino all’ultimo, i conti dell’ente. Ha preannunciato che sul terreno del Consuntivo si giocherà la vera partita. Aprendo ad una discussione sulla questione finanziaria, ha spiegato di non aver accettato in passato il dialogo con le altre forze politiche per un moto di coerenza, avendo ritenuto necessario mantenere la promessa fatta agli elettori di amministrare “senza accordi partitocratici”. Tuttavia, oggi si rende conto che la mancanza di numeri rende questa strada impervia e apre ad un confronto sul Bilancio, come base da sviluppare per superare l’ostacolo della sfuducia e procedere con un programma di buon governo nell’interesse dei cittadini avellinesi. Nelle sue parole il segnale di una maggiore autonomia in questa fase da possibili condizionamenti politici.

LA TRINCEA DEI CONTI COMUNALI. Vincenzo Ciampi, colpito duro dalla decisione di gran parte del Consiglio di far cadere l’amministrazione, dimostra comunque di non voler demordere e gioca all’ennesimo rilancio, puntando a dividere gli oppositori sui conti del Comune. Consapevole del diverso approccio al problema da parte dei gruppi, Ciampi coltiva ancora la residua speranza di poter incrinare il muro per ora solidissimo opposto alla sua Giunta e alla sua amministrazione dalle forze politiche di ogni schieramento. Il Consiglio si riunirà il prossimo 3 novembre in prima convocazione a partire dalle ore 9 per esaminare ed approvare il Rendiconto della Gestione 2017. In quella occasione sarà relatore l’Assessore Forgione, che potrebbe aprire la seduta prospettando come conseguenza delle cifre poste dal Consuntivo la soluzione del Dissesto. I tempi per arrivare ad una determinazione sono stretti. Anche se saltasse il numero legale, il 5 novembre la seconda convocazione consentirebbe di affrontare comunque una questione, che sta al centro del futuro di Avellino nei prossimi decenni.

Palazzo De Peruta, sede del Comune di Avellino fino all’inizio del 1995

DISSESTO, UN DILEMMA CHE RISALE A QUASI UN QUARTO DI SECOLO FA. Ciampi ritiene sufficientemente compromessa la situazione finanziaria dell’ente, considerando l’enorme patrimonio comunale difficilmente alienabile. Sul fronte opposto, in particolare nell’area che rientra in quello che è stato il Centrosinistra, si sa benissimo che spostare la responsabilità su un commissario inviato dal Governo, imponendo il blocco della spesa e la paralisi nella programmazione, porterebbe comunque a delegare una dismissione patrimoniale che resta l’unica strada per mettere in equilibrio i conti, accanto ad un inasprimento delle aliquote. Su questo terreno Avellino ha già conosciuto in passato un confronto aspro, ai tempi in cui la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Democratico Italiano si ritrovarono contrapposti all’interno della stessa maggioranza. Allora il fautore del dissesto era l’Assessore alle Finanze Antonio Santoro, che si ritrovò di fronte il baluardo costituito dal Sindaco Angelo Romano. Per settimane il confronto appassionò l’opinione pubblica, attraverso le cronache che il Direttore della sua Telenostra, Pasquale Grasso, propose dalle frequenze della sua emittente nella fase di maggior ascolto a cavallo tra la fine e l’inizio degli anni ’90. Come in certa misura oggi, era una disputa ideologica. La Dc riteneva impensabile come forze politica di governo delegare ad altri, sia pure tecnici indicati da un’autorità istituzionale super partes, la responsabilità di mettere in campo quelle misure necessarie a contemperare gli interessi della città, dei cittadini e quelli della stabilità finanziaria dell’ente. Dall’altra parte Santoro, conoscitore dei numeri presenti nel Bilancio e, soprattutto, di quelli non ancora riconosciuti dal Consiglio in attesa delle centinaia di sentenze che il contenzioso sugli espropri nella gestione del dopoterremoto avrebbe prodotto. Prevalse la responsabilità incarnata dal Sindaco di Avellino Angelo Romano in un Consiglio dove il capogruppo era stato dal 1976 il futuro Ministro dell’Interno, Presidente del Senato e Vicepresidente del Csm, Nicola Mancino. Ai giorni nostri la questione è più semplice, sia per l’entità delle cifre, non confrontabili con i 150 miliardi di euro assorbiti nei sindacati di Angelo Romano e, soprattutto, Antonio Di Nunno, grazie a innovazioni normative importanti introdotte dai Governi Ciampi e Prodi, sia per le soluzioni presenti nell’ente e nella attuale giurisprudenza.