SULLA SPONDA DEL FIUME PIEDRA MI SONO SEDUTA E HO PIANTO

di Paulo Coelho

a cura di Ilde Rampino

Un dissidio interiore, la ricerca di qualcosa che vada al di là di una concezione tradizionale della religione, per attingere allo spirito profondo di un’anima pura, attraverso un “sì” o un “no” che può cambiare l’esistenza: è la realtà che vive il protagonista di questa vicenda – di cui non si conosce il nome – attraverso le parole e i pensieri di Pilar, la donna che a poco a poco si avvicina, attraverso l’amore, a un senso inafferrabile e a una condivisione dei suoi dubbi e paure.

Gli “istanti magici” che essi vivono durante i loro incontri, sono scanditi da silenzi e ricordi di momenti perduti nell’infanzia, dal tentativo di difendersi da sentimenti importanti, perchè “amare significa perdere il controllo” e al contempo, il desiderio di lottare per ciò che si desidera, nonostante qualcuno lo impedisca per poter lasciar “vagare il proprio cuore”. Pilar si rende conto, nel suo percorso spirituale accanto a “lui” di poter trasformare la tristezza in nostalgia e la solitudine in ricordi, comprendendo che nel corso della nostra esistenza vi è un momento in cui Dio ci concede di cambiare ciò che ci rende infelici.

Sulla sponda del fiume Pedra mi sono seduta e ho pianto di Paulo Coelho

L’insegnamento che traspare dalla lettura delle pagine di questo libro è che la vita ci spinge a camminare e a procedere lungo un percorso in qualche modo segnato, anche quando noi non siamo pronti a farlo ed è necessario ascoltare il proprio cuore, liberandosi dalle sovrastrutture del pensiero, vivere intensamente ogni istante, nonostante la presenza dell’Altro, la parte razionale dell’uomo, immersa nelle pastoie dei dubbi e delle paure che ci porta a riflettere e a valutare le conseguenze, senza rivelarsi per quello che siamo, non lasciando fluire l’energia del cuore.

La sua è una lotta interiore tra due tipi di amore, uno spirituale e uno terreno che a volte lo avvolge in una spirale di incertezze, come una rete inestricabile, ma egli accetta il “dono” che ha ricevuto e lo trasmette agli altri, attraverso la preghiera e il pianto per riuscire a comprendere il significato più alto dell’Amore. Pilar accetta di stargli vicino nel cammino che conduce a Dio, riscoprendo la natura femminile della Grande Madre e traendone forza per le proprie scelte, consapevole che in alcuni momenti egli non apparteneva più a questo mondo ma si librava in una realtà diversa che tuttavia non lo allontanava da lei. Significativo è il gesto di “rompere il bicchiere” per creare una frattura e per liberarsi da ciò che gli altri si aspettano da noi.

E il monastero di Piedra, luogo fisico che si ricollega alla loro infanzia e rappresenta un ricordo indimenticabile, si trasforma in un simbolo, un luogo del cuore in cui fermarsi ad “aspettare” – altra parola cardine di questa vicenda – mentre le lacrime sono un modo per purificare la sofferenza dell’anima. Alla fine Pilar si allontana e man mano fa una rinuncia estremamente difficile e affida alla scrittura le proprie sensazioni, finchè riprende a percorrere un cammino insieme che, inconsapevolmente diventa uno.