“Chi governa deve progettare il futuro” Il Vescovo: «Servono decisione e una conversione culturale…»

Da Monsignor Marino il monito alle istituzioni ‘Le tante potenzialità locali vanno colte a beneficio dei giovani’ “Ad Avellino si serbano ancora valori importanti ma la frantumazione sociale può far prevalere l’individualismo...”

Irpinia ha grandi potenzialità inespresse, che potrebbero aiutare a risolvere i problemi sociali del territorio. Chi riveste responsabilità istituzionali dovrebbe impegnarsi in un progetto che guardi al futuro. Ma serve soprattutto una conversione culturale».

è una delle riflessioni che il vescovo di Avellino, Francesco Marino, consegna ai lettori de “Il Corsivo”, alla vigilia di Natale e prima di congedarsi da questa provincia.

Monsignor Marino, nel suo percorso pastorale sta per chiudersi un ciclo e se ne apre un altro. Nelle prossime settimane lascerà la guida della comunità ecclesiale di Avellino, per assumere l’incarico di vescovo della Diocesi di Nola. Proviamo a fare un bilancio di questi anni?

«Non è facile fare un bilancio. Nella mia visione delle cose le valutazioni sono affidate all’Altissimo, che con il suo sguardo di verità, può cogliere in profondità la realtà. Mi affido quindi a lui, anche per le mie eventuali mancanze».

Quali obiettivi si è posto nella sua missione?

«Ho scelto di procedere seguendo uno spirito di comunione sinodale, aperto alla collaborazione con i sacerdoti, i diaconi ed i fedeli, in linea con il magistero dei papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Non appena mi sono insediato presso la Curia di Avellino, nel 2003, è stata pubblicata l’enciclica ‘Ecclesia de Eucharistia’, l’ultima del pontificato di Giovanni Paolo II, che richiama fortemente il valore sacrificale dell’eucaristia.

Continui.

«Nell’atto del sacrificio come dono totale di sé, Cristo esprime al massimo la sua libertà. L’eucaristia è il sacrificio con il quale si rinnova quel sacrificio unico e originario compiuto da Gesù sul Calvario. La comunità ecclesiale si vivifica in questa esperienza quotidiana di fede, che al tempo stesso racchiude il mistero della Chiesa».

In che modo questo messaggio viene portato all’esterno?

«Salvaguardando il primato dell’annuncio del Vangelo, soprattutto attraverso un’attività educativa, non solo rivolta ai giovani, ma anche agli adulti. Un metodo adottato dal Cristianesimo delle origini: il catecumenato. In questo senso abbiamo svolto un buon lavoro con le parrocchie».

Quanto è cambiata la chiesa in Irpinia rispetto al suo arrivo?

«La chiesa muta. è in continua evoluzione, come la società. Spero che in questi anni, nel nostro contesto, siamo riusciti a cambiarla in meglio. Con Papa Francesco è stato impresso un nuovo dinamismo, nella concretezza della testimonianza della vita, a cominciare dalle strutture ecclesiastiche».

Quali sfide pone oggi il mondo con le sue forti contraddizioni ai cattolici e alla Chiesa?

«Ai credenti viene chiesto di testimoniare la Parola nella vita quotidiana, fin dentro le contraddizioni sociali. Non è un caso che noi abbiamo promosso, a tutti i livelli, un percorso pastorale che ridesse centralità alla famiglia, alla cura delle persone, all’accoglienza degli altri, soprattutto di chi ha più bisogno. Questioni di dimensioni globali, affrontate guardando al progetto di Dio. A ciò si è affiancato il tema della speranza nella vita pubblica e sociale, attraverso l’esperienza dei credenti. La pastorale non è affidata al solo vescovo, ma è l’intero popolo di Dio che ha la responsabilità della testimonianza».

Il 2016 è stato caratterizzato dal Giubileo straordinario della Misericordia, proclamato da Papa Francesco, che ha avuto inizio l’8 dicembre dello scorso anno.

«Porsi all’ascolto di Dio significa comprendere anche il suo agire nella storia. Non basta l’annuncio della Parola o la conclamazione della fede, ma bisogna uniformare il proprio comportamento a questi principi, compiendo opere di misericordia, incrementando l’impegno della Chiesa e di tutti i fedeli verso il prossimo e soprattutto nei confronti di chi soffre, ha bisogno ed è escluso. Il cammino, insomma, non si esaurisce affatto con l’anno appena trascorso».

Come ha risposto la comunità ecclesiale? 

«La Caritas di Avellino ben prima del mio arrivo si è sempre impegnata con opere concrete, ma la prospettiva era diffondere nelle comunità parrocchiali l’annunciazione della carità in maniera diretta. Non dovunque, in verità, le risposte sono state piene. C’è stato però un grande sforzo della Chiesa, anche grazie all’ordinazione, in questi anni, di oltre venti nuovi sacerdoti».

Nel tempo trascorso ad Avellino ha sicuramente avuto modo di conoscere da vicino le diverse sfaccettature di questa realtà territoriale. Che idea si è fatto?

«Le persone qui custodiscono e coltivano ancora valori importanti. Vedo però molta frantumazione sociale e culturale. Bisognerebbe quindi riscoprire maggiormente la dimensione comunitaria. Se non si attivano anticorpi adeguati rischiano di fare breccia le spinte dell’individualismo, della perenne contrapposizione e della competizione più negativa, che purtroppo vediamo in giro nel mondo. Le energie significative di cui dispongono questa città e questa provincia vanno spese in un disegno che guardi al futuro».

Purtroppo anche qui come nel resto del Mezzogiorno la mancanza di lavoro rende più precaria la vita delle famiglie.

«Sì, è vero. Soprattutto avvicinandomi ai giovani non ho potuto che rilevare subito questo problema così delicato, che è stato aggravato dalla crisi strutturale che stiamo vivendo e dal complicato contesto internazionale. Dai governanti del mondo ci si aspetterebbe soluzioni, ma ho l’impressione che non si compiano passi in avanti. Anzi vedo un arretramento».

Crede che ci sia ancora la speranza di un riscatto?

«La speranza è una virtù teologale ed è fondata sul rapporto con Dio. Non può esaurirsi. Le speranze umane sono fondamentali per il cammino sociale. Per restare alla nostra realtà, penso che l’Irpinia abbia molte potenzialità inespresse, che andrebbero valorizzate, a partire dalle bellezze naturalistiche e dai prodotti tipici. Il settore agroalimentare ed il turismo verde possono creare nuove opportunità occupazionali. Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe attivarsi per dare vita ad un processo di rilancio della comunità. Ma occorre soprattutto una conversione culturale».

Parliamo del suo nuovo incarico. Come guarda a questo passaggio?

«La Diocesi di Nola è importante, molto antica e di vaste dimensioni, comprende infatti circa 600mila abitanti. L’impegno quindi si triplica. è mia intenzione vivere il nuovo ufficio spendendomi pienamente, come sono abituato a fare, mettendo in gioco i doni che il Signore mi ha dato».

Il Nolano è anche una realtà più difficile sotto il profilo sociale, con una presenza allarmante della criminalità organizzata, che come sempre condiziona le dinamiche civile, inquinandole.

«è sicuramente una comunità più complessa e difficile. Sarà, quindi, per me prioritario conoscerla da vicino ed in maniera approfondita. Credo che il Vangelo passi attraverso i rapporti umani, con la predisposizione all’accoglienza, alla pazienza, al confronto, affinché nell’incontro emerga il meglio delle persone. Un vescovo è innanzitutto un uomo tra gli uomini, che porta con sé l’autorevolezza della parola di Dio e della missione che gli è stata affidata. Ma non può operare, lo ripeto, se non attraverso il popolo di Dio».

Siamo giunti a Natale. Qual è il suo messaggio per le festività?

«Il Natale ci riporta al messaggio di Gesù, alla sua nascita, al sodalizio di Dio con gli uomini, che richiama lo spirito di amore e di aiuto verso il prossimo, che risiede nel cuore delle persone. Auspico perciò che la fede dei nostri padri possa crescere in noi e possa svilupparsi il senso della conciliazione, della fraternità e dell’attenzione verso gli umili».