Pd, Vignola: in Irpinia fase nuova. Servono dirigenti autorevoli

Il sindaco di Solofra parla del futuro del Partito Democratico e delle sfide per il governo del territorio. Ai dirigenti e ai rappresentanti istituzionali rivolto un appello per aprire il confronto interno e ricostruire la classe dirigente di via Tagliamento.

Il Sindaco di Solofra, Michele Vignola

«Lancio un appello ai dirigenti, ai rappresentanti istituzionali e agli iscritti del Pd: apriamo una fase nuova. Impegniamoci insieme per il rinnovamento e la riorganizzazione del partito, mettendo in campo iniziative e dando vita ad un confronto vero». E’ il messaggio del sindaco di Solofra, Michele Vignola.

Il Pd sta vivendo una fase delicata e si trova di fronte ad uno snodo nel quale si deciderà il futuro della compagine politica. Cosa si aspetta dal 2019?

«Un anno di cambiamento, con grandi novità politiche sul piano nazionale e su quello provinciale. Per il Pd è necessario ripartire, dopo i risultati negativi delle ultime tornate elettorali, ma ancor più uscire dalla crisi organizzativa, ritrovare la dimensione di comunità e una prospettiva politica. Dobbiamo, insomma, comprendere se nel partito c’è ancora la volontà e la capacità di guardare al futuro e se possiamo tuttora rappresentare un riferimento per l’elettorato progressista. Personalmente, confido molto sulla possibilità che il congresso diventi un momento di confronto, per elaborare proposte di qualità e ritrovare le ragioni dell’unità, al di là delle differenze e delle diverse opzioni che verranno espresse, nella scelta del gruppo dirigente».

Al congresso ha scelto di sostenere il progetto di Zingaretti. Su quale modello di partito punterete?

«C’è bisogno di un Pd a vocazione maggioritaria, ma che sia in grado di costruire una coalizione di centrosinistra ampia, senza fagocitare le altre forze politiche, come è successo in passato. Un partito riformista, moderno, in grado di parlare ai cittadini e agli elettori con linguaggi nuovi, avendo allo stesso tempo grande attenzione per le dinamiche di partecipazione democratica reale. Un partito con una classe dirigente plurale e con un codice deontologico rigoroso».

Il Pd irpino non riesce ad uscire dall’impasse. Divisioni e passi falsi mei momenti decisivi sono ormai diventati una costante.

«Al di là delle vicende generali del partito, in provincia di Avellino vanno risolte questioni che si trascinano da tempo e che le elezioni provinciali hanno ancora più evidenziato, nella loro urgenza».

Dica pure…

«Innanzitutto è inaccettabile che sia ancora tollerata la presenza di personaggi che non rispettano le regole della convivenza, lavorano contro il partito, sabotando sistematicamente ogni appuntamento elettorale, interessati soltanto a logiche personalistiche. Su questo punto c’è una diffusa consapevolezza: così non si può più andare avanti. La seconda questione è che esistono militanti ed una classe dirigente periferica, pronti a spendersi per il partito, che costituiscono una risorsa importante per il Pd, ma oggi vivono una condizione di solitudine, mentre andrebbero valorizzati e coordinati. Infine, dobbiamo prendere atto che ogni riferimento è venuto meno e c’è quindi la necessità di archiviare divisioni e conflittualità interne, superando gli equilibri del passato».

Si pone, quindi, il problema della riorganizzazione dei processi decisionali del partito e della formazione di una nuova classe dirigente del territorio. E’ così?

«Sì, certamente. Non mi fermerei però alle singole e specifiche contingenze. Bisogna guardare lontano. La provincia di Avellino ha bisogno di recuperare una sua autonomia ed identità, in termini di classe dirigente. Va ripresa ed innovata la storia importante che sia nell’area culturale del popolarismo, che nella sinistra l’Irpinia ha maturato. Occorre scrollarsi di dosso le influenze esterne, dimostrando di essere all’altezza delle sfide, elaborando proposte politiche adeguate. Dipende da noi».

Quali sono le questioni strategiche del territorio da inserire nell’agenda politica?

«La priorità è rappresentata dallo sviluppo produttivo dell’Irpinia. Investire sulle vocazioni del territorio, che non sono le stesse nei diversi comprensori della provincia, ma che possono e debbono integrarsi in un disegno comune. Penso al rilancio delle aree industriali, a cominciare da quelle inserite nella Zes (Pianodardine, Valle Ufita e Calaggio), alle quali va aggiunta quella di Solofra, per la quale mi sto battendo affinché venga parimenti riconosciuta Zona economica speciale, prestandosi ad essere inserito nell’alveo delle attività retroportuali di Salerno. Abbiamo una opportunità importante che va sfruttata: la posizione baricentrica tra i versanti tirrenico ed adriatico e la collocazione all’interno di una rete infrastrutturale e di vie di comunicazione, a partire da quelle ferroviarie locali e dalla connessione con Alta Capacità ed Alta velocità».

Parlava di vocazioni del territorio. Tra queste sicuramente sono da annoverare le produzioni agroalimentari tipiche e d’eccellenza.

«Non c’è dubbio. All’interno del quadro produttivo e della valorizzazione delle specificità l’agroalimentare ed in particolare la vitivinicoltura, insieme al turismo naturalistico ed enogastronomico, meritano un posto di primo piano. L’Irpinia può essere un attrattore, un marchio di qualità ed intercettare i flussi turistici costieri. E’ necessario però mettere a sistema attività, servizi e infrastrutture. Tra le priorità amministrative, poi, inserirei il riassetto dei servizi pubblici essenziali».

Cosa propone?

«Non possiamo più permetterci incertezze sul fronte della tutela della risorsa idrica e della gestione del ciclo integrato delle acque. Si apra una vertenza territoriale ed un confronto con la vicina Puglia. Stesso discorso vale per i rifiuti. Dobbiamo essere autosufficienti. Ciò significa realizzare gli impianti necessari e quindi blindare il territorio rispetto all’esterno, ma anche rendere più efficiente il servizio ed abbassare i costi della tariffa».


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