Pd, Paris: nuovo modello di partito. Basta individualismi e scontri

L'ex deputato sosterrà Maurizio Martina al congresso nazionale. Il tema del Mezzogiorno punto di forza della proposta politica democratica. Alle amministrative di Avellino un progetto che coinvolga le forze sociali.

Valentina Paris, già deputato del Pd, ex componente della segreteria nazionale Pd con Matteo Renzi

«Il Pd deve rivedere il modello di partito, riscrivendo le regole interne». Ad affermarlo è Valentina Paris, già deputato e componente la segreteria nazionale dei Democratici, che considera prioritaria l’azione politica di contrasto al governo, rispetto ad eventuali rese di conti al prossimo congresso.

Il governo nazionale è ad un passaggio cruciale. Non sarà facile riuscire a garantire i provvedimenti sui quali si è consumata la campagna elettorale. Bisognerà far quadrare i conti. Che ne pensa?

«Questo governo non sarà in grado di far votare la legge di bilancio prima di Natale. Non si rende conto che la contrapposizione con la Commissione europea è giunta ad un punto critico. Aprire una trattativa sui contenuti della manovra non è certo una novità, ma in questo caso si è andati ben oltre. Non si è compreso quale sia la posta in gioco. In una Regione come la nostra, le opportunità sono venute soltanto grazie ai fondi europei. Dover rinunciare a queste risorse sarebbe un disastro».

Quali sono i punti più critici della legge di bilancio targata Cinque Stelle e Lega?

«L’ipotesi di cancellare misure sociali introdotte dai precedenti governi, che incidono significativamente sulle condizioni di vita delle famiglie, come il bonus bebè (sul quale nelle ultime ore è stato approvato un emendamento), il congedo parentale, il bonus nido e baby-sitter, è assolutamente inaccettabile. Ma pare che vi sia almeno un parziale ripensamento, seppur tardivo. Non c’è però l’onestà intellettuale di dire, ad esempio anche sulla proroga del Rei, il Reddito di inclusione, che sono interventi utili, al contrario di ciò che è stato sostenuto in passato».

Ritiene che il Pd stia svolgendo un’opposizione efficace?

«Sta facendo sicuramente un lavoro importante alla Camera e al Senato, soprattutto sulle questioni più tecniche. Probabilmente meno su quelle di ordine politico. Trovo inutile, per quanto comprensibile, la polemica sulle vicende che riguardano personalmente Di Maio e la sua famiglia. E’ vero che dopo il linciaggio messo in atto dai Cinque Stelle, sempre pronti a giudicare gli altri con piglio moralistico, venga spontaneo evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni, ma non credo che sia un compito delle istituzioni. Bisognerebbe essere più concreti ed incisivi».

A che cosa si riferisce?

«Penso a temi come l’occupazione, sui quali emerge con grande nettezza l’incapacità dell’esecutivo e dei partiti di governo di andare alla radice dei problemi e di farsi carico dei diritti dei lavoratori. Dovremmo domandare a Di Maio perché quando ha approvato il Decreto Dignità non ha reintrodotto l’articolo 18, se veramente voleva essere un intervento per smantellare il Jobs Act. Oppure perché non ha aperto un confronto con la Fca, per chiedere garanzie per il futuro, considerato che tra il 2020 ed il 2022 il gruppo industriale toglierà dalla produzione i motori diesel. Per non parlare della vicenda Alitalia».

Nel suo partito, intanto, si è avviato il percorso congressuale.

«Spero che non serva ad organizzare le tifoserie ed alimentare ulteriormente le divisioni, ma a dare forza alla nostra azione politica, arrivando preparati all’appuntamento con le elezioni europee. In questa fase, insomma, andrebbero concentrati gli sforzi su quanto sta accadendo nel Paese, in Parlamento e al Governo. Va detto con chiarezza ai cittadini ciò che sta succedendo. Sarebbe stato, quindi, opportuno immaginare tempi diversi per la celebrazione del congresso».

In che modo i Democratici possono lasciarsi alle spalle errori e sconfitte?

«I risultati delle Politiche del 4 marzo ci hanno detto che non eravamo di fronte ad una semplice sconfitta elettorale, ma ad una crisi culturale profonda del modo di intendere il partito. Dopo una stagione di leaderismo spinto, è giunto il momento di dare una nuova dimensione organizzativa al Pd. Orfini aveva già segnalato questa urgenza, ma le sue parole sono cadute nel vuoto. Che senso hanno oggi i circoli, così come sono? Va quindi rivisto il modello di partito».

Non è dunque un problema di linea, di identità, di strategia?

«Oggi dovrebbe essere più semplice ritrovare un orizzonte comune ed una identità. Se però non rivediamo le regole, che consentono al segretario, eletto attraverso le primarie, di essere automaticamente il candidato premier, non usciamo da un certo schema».

Per qualcuno è Renzi la principale causa della sconfitta. Un problema o una risorsa?

«E’ contemporaneamente l’una e l’altra cosa. Ma non ci si può nascondere dietro un dito. Le regole del partito erano state costruite prima della sua elezione. Renzi è semplicemente stato il primo a beneficiarne. Il Pd ha bisogno di un segretario che si occupi del partito. Il governo deve essere un capitolo a parte. Lo statuto però andava cambiato prima del congresso».

Con quale mozione ha deciso di schierarsi?

«Ho maturato la scelta mentre si prefigurava lo scenario di una contrapposizione polarizzata su Zingaretti e Minniti, con quest’ultimo come prosecutore del renzismo, pensando di scegliere Martina. Nel frattempo il quadro è cambiato, ma confermo l’opzione. Ascolterò le proposte dell’ex segretario alla presentazione della mozione, che si terrà a Napoli. Mi auguro che si punti sul tema del Mezzogiorno. Una priorità che anche nel Pd è venuta meno, un Pd ormai a prevalente guida Centro-Nord».

Pensa davvero che sia un tema ancora attuale o piuttosto un reperto del passato, sul quale qualcuno continua ad insistere per coazione a ripetere?

«Se c’è una questione della quale anche i risultati elettorali hanno dimostrato l’importanza e l’urgenza è proprio quella del Mezzogiorno. E’ qui che i Cinque Stelle hanno il loro principale insediamento. La leadership è campana e giovane. Noi, invece, ci siamo attardati sulle diatribe interne, perdendo di vista gli obiettivi strategici. Il dibattito interno al Pd è deludente. Non possiamo sprecare ulteriori occasioni».

Veniamo alle vicende del Pd irpino. Anche qui restano divisioni e conflittualità. Come se ne esce?

«Molto dipenderà da come decideranno di stare in campo i diversi attori del partito. Credo che l’argomento della rappresentatività del segretario provinciale, Di Guglielmo, non regga. Chi conosce un po’ la situazione del partito nel resto d’Italia, dovrebbe sapere che anche altrove i vertici del Pd sono stati eletti da un numero limitato di iscritti. In Toscana, ad esempio, dal 25% degli aventi diritto. Va, invece, valorizzato lo sforzo di un giovane dirigente, che è stato riconosciuto dal partito nazionale, ma che dovrà difendersi da un ricorso presentato in Tribunale. Fino a quando non si archivia questa faccenda, tutti saranno irrigiditi sulle proprie posizioni».

I progetti politici ed amministrativi del suo partito non riescono a convincere fino in fondo l’elettorato, sia che si tratti del Comune, che di un ente di secondo livello, come la Provincia, dove gli stessi rappresentanti del Pd seguono altre strade. E’ solo un problema di tatticismi interni o c’è dell’altro?

«Per troppo tempo nel Pd è prevalsa la dimensione individuale rispetto alle idee. Va, quindi, ritrovato uno spirito unitario. Non penso che le battaglie sull’Alta Capacità o sulle vertenze del lavoro non siano condivise da qualcuno. Serve perciò una convergenza sui nomi che dovranno rappresentarci nelle istituzioni».

Su quale proposta bisognerebbe puntare per le amministrative di Avellino?

«Il punto di partenza deve essere il coinvolgimento dei corpi intermedi. Serve una proposta politica chiara contro il qualunquismo. Avellino non può essere affidata a chi rappresenta il governo nazionale e spinge per il dissesto dell’ente, senza curarsi delle ricadute negative per i cittadini o a chi non è stato in grado di attivare la mensa scolastica, ignorando il disagio che le famiglie hanno subìto per mesi. Diffido, invece, di chi propone di cambiar pelle, perché considera il brand del Pd poco quotato in questo momento. Con un simile atteggiamento la sconfitta per il centrosinistra sarebbe nuovamente garantita».