David Sassoli, Vicepresidente del Parlamento Europeo

Con Nicola Zingaretti il Partito Democratico ha la chance di rilanciare una alternativa europeista in un’Italia oggi minacciata dal populismo. Così David Sassoli, Vicepresidente del Parlamento Europeo, in serata ad Avellino, per inaugurare il ciclo di conferenze organizzato dall’Associazione ‘Democrazia compiuta’, coordinata da Ida Grella con la presidenza onoraria affidata allo storico Francesco Barra.

Enzo De Luca

Sassoli è intervenuto anche nella qualità di giornalista di lungo corso (è stato tra l’altro, Vicedirettore del Tg1, uomo di punta nella Redazione ai tempi della direzione affidata a Gianni Riotta), per affrontare il tema del confronto, “La democrazia (compiuta) al tempo dei Social Network”. Ma al suo arrivo, accanto al collega del Tg2 Andrea Covotta, tra i relatori della iniziativa, Sassoli ha trovato ad attenderlo il senatore Enzo De Luca, con cui condivide la militanza nell’Area Democratica interna al Pd, ma anche l’ex Premier Ciriaco De Mita, che si è intrattenuto poi con De Luca, prima di allontanarsi per altri impegni. Assente Francesco Barra perché indisposto, al suo posto un intervento scritto (riportato più avanti integralmente) letto da Ida Grella. In sala numerosi gli amministratori locali, ma anche tanti cittadini accorsi per ascoltarlo il Vicepresidente del Parlamento Europeo. In platea, tra gli altri, l’avvocato Teresa Mele, già assessore al Comune di Avellino, e il sindaco di Solofra, Michele Vignola.

Ciriaco De Mita

Sul tema, il Vicepresidente Sassoli ha sottolineato la necessità di regolamentare l’utilizzo dei social network. In questa fase la disinformazione, la libertà di utilizzare fonti non controllabili, gli spazi enormi per l’arbitrio, portati dalla tecnologia e dalla mancanza di regolamenti hanno superato i limiti consentiti, ad esempio, dalla Carta Costituzionale italiana, minando la stessa libertà dell’opinione pubblica di disporre di informazioni attendibili, ha spiegato. Baluardo a difesa della libertà di espressione entro il solco scavato a tutela della dignità della persona, occorre rispettare il dettato costituzionale ponendo un freno alla deriva, che sta compromettendo dalla base la democrazia in Italia e in Europa. Il rischio, proseguendo sulla strada intrapresa, è alterare un’opinione pubblica che oggi appare disorientata e confusa dalle fake news, dalla sofisticazione irreversibile di ogni possibile verità, distorta sapientemente in modo da produrre una profonda e diffusa disinformazione nella percezione popolare.

Tuttavia, non è soltanto la comunicazione digitale il problema della politica, né della democrazia, che di politica si alimenta per rinnovare nelle istituzioni la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Ritrovare una democrazia forte richiede prima di tutto forze politiche in grado di parlare con chiarezza al Paese, aggregando su un progetto di riforme e sviluppo l’elettorato e i cittadini. Il riferimento è andato inevitabilmente alla partita congressuale nel Pd, indicata da Sassoli come lo strumento per superare, archiviandola, la sconfitta storica più dura mai incassata dal Centrosinistra, quella del 4 marzo. Il Pd, nella sua visione, dovrà rappresentare il polo attrattore di un largo campo di forze riformiste, progressiste e responsabili, saldamente ancorate al disegno di integrazione europea. Sassoli evoca una forza unitaria in grado di ristabilire un dialogo proficuo con le diverse componenti sociali, restituendo al Centrosinistra una strada per riprendere la responsabilità di governo necessaria all’Italia prima che alla stessa politica, visti i risultati dell’attuale sodalizio di governo. Dal Vicepresidente del Parlamento europeo, giunto ad Avellino a una settimana dalla caduta della amministrazione comunale pentastellata, una considerazione lapidaria. «I Cinque Stelle dimostrano qui quelle difficoltà che nel Paese per ora si intravedono».

Nicola Zingaretti, Governatore del Lazio e candidato alla segreteria del Pd

Tra gli interventi, quello di Andrea Covotta, che ha osservato come i social network in politica abbiano generato nuove gerarchie, rompendo peraltro il protocollo. Ci sono figure, il Presidente americano Trump, ad esempio, che utilizzano twitter per assumere decisioni passando sulla testa del proprio ufficio di gabinetto, spesso preso in contropiede dalle accelerazioni individualiste dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Da insegnante e preside, Ida Grella ha rimarcato un pericolo ben maggiore all’orizzonte. Per la stragrande parte dei giovani oggi sono i social network la fonte delle notizie. Si sta allevando una generazione dopo l’altra fuori dalla cultura dei giornali e dei libri, addirittura anche sempre più distanti dalla televisione.


La crisi della società è nella mancanza di memoria

di Francesco Barra*

Il problema dei mass media e dei social e il loro rapporto con la crisi della società contemporanea non è una questione meramente “tecnica” o sociologica, ma ha profonde implicazioni esistenziali, etiche, filosofiche e politiche. Il fenomeno, in realtà, s’inserisce a pieno titolo nella crisi della civiltà occidentale, della quale svela un aspetto fondamentale: la perdita della memoria. E questo è qualcosa che si vive drammaticamente anche in un “non luogo” della periferia dell’impero, come Avellino. La crisi attuale che vive la città è infatti innanzitutto una crisi della continuità della memoria cittadina e della sua trasmissione, e quindi, in sostanza, della stessa identità urbana e civile.

Ma è altresì vero che la memoria – qualsiasi memoria – non si conserva senza una rete umana e sociale viva e dinamica. Ed è appunto questa realtà che la società contemporanea di massa sta sempre più mettendo in discussione, soprattutto attraverso il nichilismo etico veicolato e imposto dai mass media, che ha sconvolto l’ordine naturale dei valori umani e ha disintegrato, con la rapidità e la superficialità del messaggio, ogni possibilità di approccio critico.

Una società può invece essere progressiva solo se conserva la tradizione, come ha riassunto il filosofo tedesco Karl Jaspers nella formula: Ciò che divento e ciò che sto vivendo l’ho imparato innanzitutto dalla storia.

Per più di duemila anni il pensiero europeo si era invece fondato sulla fede che le facoltà razionali dell’uomo potessero produrre una comune concezione della persona e della società di validità universale; fede che ha cominciato a dissolversi tra le due guerre mondiali, lasciando il posto alla “massa solitaria” o alla “massa anonima” della “società liquida”, priva di radici e di un autentico patrimonio di memoria. La “filosofia pubblica” aveva invece da sempre costituito la premessa necessaria e indispensabile della società occidentale, premessa senza della quale concetti come democrazia, rappresentanza elettiva, libertà di pensiero e di parola costituiscono formule vuote, o al più formali.

Si aggiunga, infine, che la rivoluzione dei mass media individuali se da un lato ha ampliato enormemente le possibilità di diffusione e di democratizzazione dell’informazione, dall’altro ha inevitabilmente comportato un abbassamento, se non addirittura un degrado dell’informazione stessa. Ma i moderni mass media non si prestano facilmente al confronto delle opinioni, e il processo dialettico è obnubilato. Mancando il dibattito, una espressione senza limiti conduce alla degradazione dell’opinione. Il più razionale è sopraffatto dal meno razionale, e finiscono col prevalere le opinioni non più sensate ma più violente ed estreme e paradossali.

Sotto il segno del disorientamento, dell’angoscia e della decadenza civile, questa massa si offre quale sconsolato strumento per le avventure politiche. Il rischio è quindi che, staccata dalla sua essenziale funzione proposito di essere il fondamento del processo critico-dialettico delle idee, la libertà di pensiero e di parola espressa dai social divenga un privato piacere invece di una pubblica necessità.

Da qui deriva il passaggio dalla democrazia alla “post-democrazia”, cioè un regime politico che degli istituti democratici conserva solo i nomi e le forme.

La dissoluzione del patrimonio della memoria storica e delle forme della sua trasmissione costituisce quindi un passaggio essenziale di quella che possiamo definire una vera e propria “lobotomizzazione di massa”. Nei regimi totalitari del Novecento si bruciavano i libri e s’inviavano gli autori nei gulag; oggi tutto questo, grazie all’esercizio del potere mediatico, non è più necessario. Tutt’al più, come sta avvenendo, si chiudono archivi e biblioteche o si emarginano progressivamente le discipline storiche. Ma l’obiettivo e i risultati sono sempre gli stessi.

Il dramma consiste in una crisi della libertà. La “massa solitaria”, nelle sue incoerenti manifestazioni, dimostra sempre più la sua paura per la libertà. Ma non di vera, piena e vivente libertà si tratta, ma di un guscio vuoto.

La memoria – sia individuale che collettiva, sia scritta che orale – è la materia prima, anzi l’essenza stessa della storia. Ma spesso la memoria, quasi sempre idealizzata e semplificata, è insufficiente o può trarre in inganno; e qui interviene il lavoro, spesso complesso e delicato, del lavoro storico propriamente detto, basato sul metodo della critica delle fonti: un metodo e un “lavoro” oggi sempre meno capiti e apprezzati.

(*):  storico, presidente onorario della Associazione Democrazia Compiuta di Avellino