Il Presidente del Consiglio italiano, Aldo Moro, a Bruxelles per un decisivo Consiglio Europeo del 1976. Si decisero le prime elezioni europee a suffragio universale

In una fase drammatica del dibattito politico, dominato dall’attenzione emozionale per l’istante, la politica non sembra più capace di pensare al domani.

A Napoli pochi uomini che si riconoscono nel solco della tradizione cattolico democratica si confronteranno su questo. Come altri, non nascondono la propria preoccupazione per la tenuta democratica del Paese. E intendono aderire ad uno sforzo per rintracciare un pensiero in grado di dissipare le nebbie alzate dalla vanità della politica di oggi. Dalle ore 14.30 a Napoli, presso la Sala Conferenze dell’Isola C3 del Centro Direzionale, confronto sul tema: «In nome del Popolo Sovrano! L’equivoco tra Popolari, Populisti e Popolani».

L’iniziativa è di Giuseppe De Mita, già deputato nella passata Legislatura, interessato a sollevare un dibattito tra personalità e sensibilità che si riconoscono nel popolarismo e, più in generale, in quel luogo della politica italiana che fino a qualche anno fa era riconosciuto come il Centro. Hanno annunciato la presenza accanto a Giuseppe De Mita: Marco Follini, Lucio D’Ubaldo, Lorenzo Dellai e Ciriaco De Mita. Parteciperanno Corrado Matera, Maria Ricchiuti e Maurizio Petracca.

Il Palazzo di Montecitorio in una suggestiva immagine

SULLO SFONDO. La traccia di questa riflessione collettiva è la crisi in cui si contorce la democrazia italiana. Una realtà manifesta oggi, eppure solo un timore astratto e incomprensibile per tanti che, pur avendo ascoltato la profezia morotea per gli anni a venire, non pensavano potesse realizzarsi.

Eppure quella visione, che paventava il distacco di porzioni sempre maggiori della pubblica opinione dalle istituzioni, tanto precisa nelle parole dello statista da sembrare persino agli amici di partito l’artificio formidabile per giungere ad un accordo politico tra forze opposte, oggi si è concretizzata, incarnandosi in giovani leader che non avevano ancora cominciato le scuole elementari o dovevano ancora nascere mentre lo statista veniva platealmente assassinato.

Perdono peso e significato in alcuni strati sociali alcuni capisaldi: la democrazia rappresentativa, il ruolo delle forze politiche, la sacralità delle istituzioni, la distinzione solenne tra il ruolo istituzionale e quello di partito nella prassi e nella dinamica politica, l’orizzonte dell’Europa senza frontiere nella aspirazione di una democratizzazione repubblicana del Continente, Ancora, si avvertono sempre meno il ruolo delle autonomie, la necessità del confronto sociale, la centralità del Parlamento, il consenso ricercato come motore per spingere il dibattito pubblico verso le riforme condivise, la mediazione tra interessi contrapposti, il peso dello sciopero generale, la sobrietà nell’esercizio del potere, il ruolo della stampa nella dialettica politica. Questi concetti, questi luoghi della democrazia italiana appaiono sempre più vaghi ricordi agli occhi delle giovani generazioni, titoli di una storia finita nei libri di storia, ingialliti e impolverati dal tempo trascorso. Il vuoto, che oggi fagocita come un inesorabile buco nero ogni consapevolezza nelle giovani generazioni, preda della politica suggestiva, risuona di perentorie verità gridate. La semplificazione della complessità democratica, corrispondendo puntualmente ma tragicamente a quella angoscia che ha accompagnato il cammino di Aldo Moro fino alla morte per mano dei terroristi, ormai oltre 40 anni fa, descrive lo stato comatoso del sistema democratico. Gli avvenimenti di oggi, per chi allora fu testimone da studente, da cittadino, da distratto osservatore, degli ultimi anni del Presidente Moro, concretizzano il pericolo descritto dal costituente forse più appassionato della Repubblica.

Convitato di pietra allo spettacolo della dissoluzione democratica, Moro è nell’Italia di oggi il buon maestro la cui alta lezione si continua ad ignorare, perfino nell’ora più buia della crisi italiana.

LA DISCUSSIONE. Gli autorevoli relatori chiamati a confrontarsi a Napoli e gli illustri ospiti che in queste ore confermeranno la presenza, nella sostanza parleranno del corto circuito democratico, conseguenza della responsabilità collettiva di generazioni che hanno continuato a mettere tra parentesi uno dopo l’altro i capisaldi del processo democratico, fino ad annientare agli occhi della pubblica opinione la credibilità di tutte le principali istituzioni, a cominciare da quella fondamentale del Parlamento. Giuseppe De Mita evoca un controvento, lo invoca e lo auspica, individuando nel vento del populismo la causa scatenante del declino che investe una concezione della politica figlia del cammino repubblicano nel solco costituzionale. In opposizione, auspica un vento contrario. Spesso basta un battito d’ali, quello di una farfalla a decine di migliaia di chilometri di distanza, a innescare un uragano. Quel battito di ali può arrivare da un’idea, da un’intuizione, da una osservazione.

Costituente, più volte Presidente del Consiglio, Aldo Moro è stato tra i leader storici della Democrazia Cristiana, assoluto protagonista nel processo di nascita della Repubblica italiana

NELL’EUROPA MOROTEA LA RIPARTENZA DELL’ITALIA. Inquadrare la crisi nel suo contesto, evitando di demonizzare l’avversario – ogni artista, pioniere o governante è figlio del suo tempo – rappresenta certo il miglior viatico per una guarigione della democrazia. E nell’arretramento di una conquista sociale, non si torna mai davvero indietro. Le basi gettate in Europa fin dai tempi di Alcide De Gasperi oggi possono tornare provvidenziali ripari dalla tempesta. Se nel suo discorso del 1975 ad Helsinki Aldo Moro sottolineava come “ci unisce, malgrado tutto, la nostra storia” di europei, ciò è vero anche per le generazioni nuove, libere di agire ma prodotto in partenza di quanto avvenuto. Poco prima di morire Aldo Moro lasciò in eredità all’Europa il voto a suffragio universale, approvato durante il semestre italiano alla presidenza della attuale Unione. L’idea di una Europa dei Popoli può certamente rappresentare per le forze democratiche continentali la giusta prospettiva cui tendere per superare entro lo steccato nazionale la crisi della democrazia che attraversa tutti i grandi Paesi ricompresi tra il Baltico e il Mediterraneo. Tocca agli italiani completare quella straordinaria intuizione, costruendo ora la casa comune democratica di una repubblica federale europea.


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