Matteo Renzi al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino durante la campagna referendaria del 2016

Centrosinistra e Pd appaiono un binomio da rifondare, dopo l’ultimo turno elettorale di un 2018 da dimenticare per la forza che ha governato il Paese a tutti i livelli dal 2013. Il crollo in Toscana, la sconfitta in Emilia Romagna a Imola, il tracollo lombardo, fino alla disfatta avellinese, roccaforte del voto cattolico democratico e popolare per settant’anni, sono segnali inequivocabili della sfiducia dei cittadini, di fronte alle scelte del gruppo dirigente nazionale.

Il Partito Democratico e le altre forze della coalizione cosiddetta repubblicana colgono risultati importanti laddove la cornice politica e lo spessore del candidato permettono di superare il vulnus delle divisioni e della mancanza di prospettiva nazionale, altrimenti seminano macerie. Il caso di Ancona è emblematico in questo senso. La riconferma di Valeria Mancinelli nell’unico capoluogo di regione interessato da questo voto appare il frutto del contesto, come ha spiegato il confermato sindaco al quotidiano La Repubblica: «Ad Ancona il Partito democratico tiene perché ha fatto quello che deve fare la politica, non pensare a se stessa. La gente ha avuto l’impressione di una politica utile».

Il tweet di Matteo Ricci traccia il bilancio dell’ultima tornata di ballottaggi alle comunali di primavera

Evidentemente nei territori tradizionalmente vicini al Centrosinistra la politica ha dato l’impressione di pensare solo a se stessa oppure è parsa di scarsa utilità, prendendo per buona l’affermazione della Mancinelli. Citando Youtrend su fonti del Ministero dell’Interno, Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e
componente del direttivo dell’Anci di cui è Vicepresidente con delega alle riforme, «nei ballottaggi alcune belle vittorie come Ancona, Brindisi, Teramo, Municipi di Roma. Ma la sconfitta nelle città toscane è molto pesante, paghiamo tanto le divisioni. Il populismo è ancora forte». La sconfitta in Toscana, al di là del bilancio dei ballottaggi, rappresenta l’atto di accusa cristallino e definitivo dell’elettorato rispetto alla linea tenuta dai vertici del Pd nell’ultimo biennio. Questo voto è il conto da pagare per un intero percorso, a partire dalla scelta di personalizzare il referendum costituzionale del 2016 prima assumendosene la responsabilità oltre misura (il testo era figlio del compromesso con le opposizioni nell’ambito del Patto del Nazareno), poi con incomprensibili dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio, persino contro il parere reso in pubblico in un incontro ufficiale a Washington dall’allora Presidente americano Barack Obama. La caduta delle roccaforti è un atto di ribellione di quella che un tempo si definiva la base, stanca di un basso profilo senza idee, sbocchi, né orizzonti, professato da chi non elabora la sconfitta referendaria nonde atto degli errori che ne sono seguìti.

Se anche l’ex Ministro Carlo Calenda, in ordine di tempo ultimo illustre aderente al Pd, condanna giustamente l’incertezza delle scelte, dicendo che la «navigazione a vista sta portando il centro sinistra all’irrilevanza proprio quando l’Italia ne avrebbe più bisogno», non basta evocare soluzioni epocali per fare pace con il Popolo italiano che da questo gruppo dirigente si sente tradito. Occorre un’assunzione di responsabilità per ciò che si è prodotto in ogni territorio, innanzitutto prodigandosi per una rigenerazione dei rapporti politici. Il risultato della Toscana, che nel 2013 proiettò con consensi straripanti  Matteo Renzi dal Comune di Firenze a Palazzo Chigi, dice che il Pd deve risolvere il suo conflitto di leadership con lui.


⇒ IL TITOLO DEL QUOTIDIANO ON LINE DEL PD SUL RISULTATO ELETTORALE

Ballottaggi, crollo del centrosinistra. Martina: “Ricostruire il Pd con umiltà e coraggio”

Quanto accaduto ad Avellino, dove il Centrosinistra vince agevolmente al primo turno la battaglia per il Consiglio, schiantandosi al secondo per un disimpegno generale certificato dalla mancata partecipazione, rivela il problema di fondo di un soggetto politico percepito oggi senza futuro, ancora fortemente radicato in periferia, ma dissolto al centro, a Roma, dove altri oggi dettano l’agenda.

La inconsistenza dell’opposizione portata ad un Governo debole nei fatti, al di là degli annunci (un decreto prodotto a quasi quattro mesi dalle elezioni, la perdita di fiducia sui mercati finanziari, un inconcludente conflitto senza precedenti con i partner europei sul tema dei migranti, la revisione sistematica di tutti gli impegni elettorali sulla povertà, le tasse, un’incertezza senza precedenti sulle scelte strategiche in campo industriale e infrastrutturale), non appare tollerabile per chi, uomini e donne calcolabili in decine di milioni, aveva sperato in un nuovo inizio per la democrazia italiana con la stagione delle riforme tra il 2013 e il 2016.

L’illusione renziana, quella di attendere il Governo al varco quando avrà esaurito gli annunci, proponendosi cone soluzione di fronte ad una realtà sociale immutata, appare ingiustificata dai fatti. Il voto del 4 marzo per molti analisti va considerata una bocciatura di qualcuno, più che la promozione di qualcun altro che, comunque, ha i numeri per eleggere il prossimo presidente della Repubblica nel 2022. Dal canto suo, il Partito Democratico ha disperso in questi cinque anni un patrimonio di dirigenti, militanti, attivisti, ma anche di amministratori locali portatori di un consenso conquistato con anni, lustri e decenni di impegno e servizio.

Rappresentatività, riconoscibilità e competenza dimostrata sul campo sono le qualità di un nuovo gruppo dirigente da aggregare attorno a valori forti oggi messi in discussione nel Paese, quelli contenuti nella prima parte della Costituzione, a supporto di un progetto di cambiamento nel segno del progresso.

Se non si farà qualcosa, il Pd e il Centrosinistra alla scadenza del settennato presidenziale arriveranno come comprimari.

COMMISSARI E CONGRESSI CONTESTATI, I CITTADINI PRESENTANO IL CONTO. I gruppi dirigenti locali sono stati lasciati soli nelle trincee per troppo tempo. Il 41 per cento raccolto alle europee nel 2014 aveva convinto le avanguardie rottamatrici Pd che un indistinto partito della Nazione avrebbe consentito un rinnovamento pilotato dall’alto senza contraccolpi. Il tentativo di liquidare le braccia, le gambe e il sangue del partito sui territori, nelle vallate, nelle periferie ha portato ad un progressivo sdradicamento. Tra il leader e il cittadino si è scavato un solco incolmabile che, inghiottendo la classe dirigente locale, ha reciso legami e appartenenza, favorendo il distacco delle comunità e il trasformismo di rappresentanze politiche e amministrative.

Sulla scia di una folle rincorsa al modello leggero di partito all’americana, venendo meno la possibilità di contare su risorse economiche adeguate, si è dilapidato un patrimonio inestimabile di entusiasmo e attivismo locale, proprio mentre le forze anti-sistema andavano organizzandosi. Ad Avellino due anni di commissariamento imposto dai giochi interni consumati sull’asse con Roma e Firenze (da dirigenti nazionali risultati inadeguati e ambiziosi professori locali della guerriglia tattica di posizione) hanno tranciato alla radice il rapporto tra via Tagliamento e la gente. I numeri impietosi del ballottaggio lo dimostrano.

L’ex premier Paolo Gentiloni Silveri, attuale leader del Pd, stringe la mano a Nello Pizza, candidato sindaco di Avellino sconfitto nel ballottaggio del 24 giugno dal pentastellato Vincenzo Ciampi

La città ha votato le persone di cui si fida, le facce ritenute affidabili, i candidati consiglieri in grado di garantire una riconoscibilità, disertando l’appuntamento con i partiti. Il risultato è un sindaco pentastellato in un Consiglio a maggioranza di Centrosinistra.

Le cifre consegnano la realtà di un sindaco eletto da 13.694 voti su 46.622 elettori aventi diritto, con un recupero di 39,31 punti percentuali tra il primo e il secondo turno. Se quindici giorni fa il candidato del Centrosinistra aveva ottenuto 13.871 voti, pari al 42,93 per cento (contro i 16.751 della sua coalizione, pari al 53,26%) e il suo rivale appena 6.535 preferenze, al ballottaggio i numeri si sono esattamente rovesciati: 13.694 per il pentastellato Vincenzo Ciampi, contro i 9.307 di Pizza. Sono andati al mare gli altri 4.564 cittadini che avevano scelto l’avvocato indipendente, sostenuto dal Partito Democratico e dai suoi alleati, cui si aggiungono altri 2.880 raccolti in più dalle liste? Oppure hanno confermato il disagio di chi si sente ancora tradito da ciò che il Pd ha fatto (o non ha fatto) a Roma?

I DATI DEFINITIVI dal sito della Prefettura di Avellino

In generale, gli italiani nel Nord, del Centro e del Sud non hanno dato chance ai Democratici quando avevano la scelta anti-sistema. Nella tornata elettorale più amara per il Movimento Cinque Stelle a livello nazionale, le uniche vittorie sono arrivate dal confronto diretto con il Pd e il Centrosinistra anche altrove, a cominciare da Imola.

IL NODO RENZIANO. Non è bastato lasciare Palazzo Chigi prima, il Nazareno poi, per l’elettore italiano il Pd resta vincolato alla figura di Matteo Renzi. Il suo Aventino personale, tra lo scranno di Palazzo Madama e i suoi viaggi da conferenziere ‘anglosassone’, scontentano tutti. Chi si è sentito offeso dalla sua uscita di scena dopo le sconfitte, così come chi lo vorrebbe definitivamente fuori dal partito e dalla politica, pur nel contrasto delle posizioni sono condizionati dal suo ruolo improbabile di convitato di pietra.

In Toscana il segnale lanciato dalla gente è stato solo per lui. Attorno alla Firenze del suo fedelissimo Nardella, sventolano i vessilli del Carroccio ovunque. E stavolta non basteranno le voci amiche a proteggerlo dal giudizio a questo punto storico della liquidazione in pochi mesi di una forza che incarna nel proprio Pantheon la quasi totalità dei costituenti repubblicani italiani.

L’assoluzione d’ufficio di Matteo Renzi, consegnata a Fb dal toscano (fedelissimo di Maria Elena Boschi) capogruppo Pd alla Camera Andrea Marcucci appare anti-storica. Se per alleggerire il peso delle responsabilità del gruppo dirigente invoca il comodo fato avverso “…abbiamo perso malamente. Nessun se, nessun ma. Il vento del 4 marzo continua a tirare in Italia, come in gran parte del mondo occidentale…”, pavidamente rinuncia ad esaminare il risultato per difendere il proprio riferimento: il voto se non altro ha sgombrato il campo dal ruolo e dalle responsabilità di Matteo Renzi. Il 24 giugno il Pd ha perso anche senza Matteo Renzi”. In realtà il sentimento popolare ha detto altro con il voto e con l’astensione. Marco Antonio non può essere assolto per la fine delle sue legioni, incapaci di resistere alla avanzata di Ottaviano fin dentro all’Egitto, solo perché defilatosi ad un certo punto della guerra iniziata con Roma…

Assunto il comando del Pd nell’autunno del 2013, avendo ottenuto al congresso straordinario un nuovo mandato solo un anno fa, Renzi resterà per tutti il segretario fino alla elezione di un successore alla guida di organismi dirigenti legittimati. Come non ha convinto gli italiani la ‘reggenza’ a Palazzo Chigi (diverso premier, stessa compagine di governo), i risultati dicono che la stessa formula (segretario differente, direzione e assemblea immutate) non appare credibile per il partito.

Il profilo in Europa e nel contesto geopolitico attuale disegnato per l’Italia dalla Lega e dall’alleato pentastellato richiedono alle forze di opposizione decisione e combattività, oltre che idee e prospettive.

L’Aventino italiano in altri tempi è già costato un prezzo indicibile al Paese e al Continente. Una sua riedizione ‘turistica’ non fa bene ad una democrazia rappresentativa italiana logorata dalla inconcludenza più che dagli scandali.

Serve chiarezza in questo campo della politica italiana. Inevitabile un congresso nel Pd, presupposto di un cantiere politico repubblicano neanche ipotizzabile senza definire il gruppo dirigente e il progetto.