Undici anni in questi giorni, il primo giugno 2007, nel corso di un convegno organizzato allora da La Margherita e dai Diesse, forze oggi unite nel Pd, si propose per la prima volta un’area vasta coincidente con il territorio provinciale di Avellino.

Il candidato sindaco del Centrosinistra ad Avellino, Nello Pizza

In queste ore la proposta condivisa da esponenti politici e docenti universitari, erano presenti quel pomeriggio Ciriaco De Mita ed Enzo De Luca, tra gli altri, è stata rilanciata dal candidato sindaco del Centrosinistra, Nello Pizza.

Ne ha discusso con rappresentanti degli enti locali attualmente impegnati in progetti di programmazione negoziata a livello preliminare, in attesa del ballottaggio di domenica.

Ma si riserva di convocare le parti già nel corso dell’estate, in vista delle scadenze impegnative di settembre, quando l’amministrazione regionale fará il punto sulla spesa comunitaria a livello locale.

L’idea è di convogliare l’intera dotazione finanziaria strutturale a disposizione dei Comuni e delle aggregazioni su un progetto integrato mirato a saldare i territori intorno alla città capoluogo, che assumerebbe la guida come capofila.

Il Palazzo degli uffici in piazza del Popolo

In pratica, Avellino assumerebbe la responsabilità che lo stesso regolamento attribuisce alle aree urbane maggiori all’interno di un comprensorio omogeneo.

Alla base dovrebbe esserci una visione condivisa della provincia nel contesto meridionale, nazionale e comunitario nei prossimi venticinque anni. Compito di Pizza sarà, se eletto, unire territori, rappresentanze e cittadini, creando il presupposto per arrivare ad una vera accelerazione. Alla scadenza dell’Agenda 2014-20 ormai manca davvero poco.

LA SFIDA SU INDUSTRIA E LOGISTICA NELL’EUROPA 4.0. Enogastronomia, turismo, patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico sono una fonte di ricchezza importante, ma accessoria nello scenario competitivo di questo secondo decennio degli anni Duemila. Sviluppare servizi e filiere logistiche nei retroporti, specialmente nel Mezzogiorno, permetterebbe di sfruttare meglio il vantaggio geografico del nostro Paese, al centro delle direttrici internazionali tra l’Europa e l’Africa, e tra il Mediterraneo e l’Estremo Oriente. Le aree industriali dismesse da oltre venti anni e inserite nei retroporti dovrebbero essere sottoposte a interventi di bonifica e a riconversione in strutture logistiche per la trasformazione delle merci e per servizi di sostegno all’export.


TRASFORMAZIONI IN TRANSITO. Ad esempio, prodotti semilavorati, giunti in porto in container, potrebbero essere sottoposti a lavorazioni finali quali: assemblaggio; fissaggio; controlli qualità; imballaggio; etichettatura, eccetera”. Con questa proposta, contenuta nel suo libro ‘La rivoluzione logistica’, Ennio Forte, ha indicato uno sbocco per l’uscita del Mezzogiorno dalla crisi (strutturale) economica e sociale, di cui è preda (al di là degli effetti aggravanti determinati dalle congiunture finanziarie internazionali). “La rivoluzione logistica”, pubblicato nella collana “Quaderni Svimez” – numero speciale 43 – nel dicembre 2014, presentato a Roma con un convegno nel febbraio di quest’anno, sviluppa una tesi, che il Presidente della Svimez Adriano Giannola, economista specializzato presso il Centro ‘Manlio Rossi Doria di Portici’ (tra l’altro, presidente emerito dell’Istituto Banco di Napoli, docente di Economia Bancaria all’Università Federico II di Napoli dal 1980, ricercatore con il supporto della Ford Foundation e della Formez presso le Università di Harvard e Cambridge, quindi componente della Commissione Cultura – sezione italiana dell’Unesco), ben riassume nella prefazione al volume: “Il contributo di Ennio Forte rappresenta il punto di arrivo di una sua riflessione e anche la testimonianza di un colloquio fruttuoso instaurato da tempo con la Svimez, impegnata sui temi della logistica e consapevole del loro rilievo come chiave di volta per dare fiato alla ripresa di un discorso italiano sullo sviluppo”, scrive. “Per rilanciare la crescita non esistono scorciatoie; in un paese dualistico come il nostro l’approccio necessario e più produttivo è quello di individuare ‘nodi da sciogliere’ ed operare di conseguenza per rimuovere i vincoli che soffocano le opportunità di sviluppo”. In questo scenario, “tra le problematiche affrontate da importanti centri di ricerca, vedi il Mit di Boston, figurano nuovi approcci al tema del valore logistico”. In questa prospettiva, prosegue, la logistica “rappresenta un fattore connettivo essenziale per un approccio strategico: essa fornisce, per così dire, una trama sulla quale tessere le singole azioni necessarie per la ripresa dello sviluppo”. Il pensiero di Forte, condiviso da Giannola e dal Formez, è il filo rosso di un patto, definibile ‘dell’Osso’, (citando la celebre distinzione tra zone costiere, cioé la polpa, e interne, dell’osso, coniata da Manlio Rossi Doria), sancito pochi giorni fa tra il governatore Vincenzo De Luca e il sindaco di Avellino, Paolo Foti, intervenuto come capofila della costituenda area vasta ‘Abellinum’. Sulla scia di una visione economico-industriale, che inquadra la logistica come un generatore di occupazione e prodotto interno lordo (Forte cita l’Inghilterra, l’Olanda, la Cina e il Brasile che, afferma testualmente, “sostengono più i servizi logistici che le produzioni di beni: in Cina la logistica pesa sul Pil totale per il 10%), l’accordo tra l’area urbana ‘estesa’ avellinese e la Regione Campania sulla realizzazione di grandi collegamenti merci e passeggeri con Salerno, nella sostanza appare funzionale ad uno scambio strategico tra città complementari. Da un lato c’è Salerno, la seconda area urbana della Campania, che da anni lavora alla crescita economica di un porto in grande espansione, oggetto di investimenti massicci (pari a “230 milioni di euro, 70 dei quali relativi alle opere a mare, che renderanno ancora più competitivo lo scalo salernitano, il quale registra già un tasso di crescita di assoluta eccellenza”, come ha riferito in questi giorni alle rappresentanze sindacali locali il Presidente dell’Autorità Portuale di Salerno, Andrea Annunziata).

AVELLINO E L’IRPINIA IN CAMPANIA E NEL MEZZOGIORNO. Il problema della seconda area urbana della Campania è lo spazio per un retroporto che non può limitarsi alla sua area vasta di riferimento sulla alla direttrice Cava-Nocera, come ben si legge nell’analisi preliminare condotta nel dicembre 2006 dal Comitato Tecnico-Scientifico del Piano strategico di Salerno (uno stralcio è riportato nelle pagine seguenti). Dall’altro lato c’è Avellino, intesa come area urbana conurbata (con Mercogliano, Monteforte e Atripalda), come costituenda area vasta (allargata già a 29 Comuni, partendo da Montoro), quindi come provincia industriale (con riferimento alla Valle Caudina, alla Valle dell’Ufita, fino all’ex Cratere dal Calore all’Alto Ofanto, che arriva alla Basilicata). Un territorio sterminato e perfettamente attrezzato per un’attività logistica. C’è pronto un corredo di capannoni vuoti all’interno dei siti urbanizzati e collegati (bene l’Alta Irpinia, che potrebbe recuperare anche la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta e trovare la sponda con Salerno, male la Valle Caudina, che attende da decenni il suo asse viario veloce, la Pianodardine-Paolisi, bene la Bassa Irpinia occidentale verso Napoli, Baianese e Vallo di Lauro). Le sette aree industriali realizzate con i fondi della 219/81 dall’Asi nel dopoterremoto (con un piede in Basilicata, la ‘calitrana’ Nerico), aggiunte alle altre quattro, consentirebbero di sperimentare le teorie di Ennio Forte e della Svimez sulla ‘rivoluzione logistica’, attraverso uno scambio tra Salerno e Avellino. La prima troverebbe lo spazio per una crescita commerciale e industriale esponenziale del proprio porto, ma anche delle relazioni derivanti dall’alta velocità ferroviaria. La seconda potrebbe rendere produttivi capannoni ormai inutilizzati da anni e decenni, rilanciando la propria vocazione (recente) industriale in chiave di competizione globale. L’industria irpina avrebbe un porto ‘suo’ da potersi spendere sul mercato degli investimenti, servizi logistici con cui attrarre gli investitori cinesi (offrendo margini per abbattere i costi di produzione), quindi potrebbe difendere e sviluppare ulteriormente l’esistente, favorendo una esplosione dell’agricoltura di qualità anche sotto il profilo quantitativo. Il Patto dell’Osso e la storia. La logistica, il porto di Salerno, le infrastrutture industriali rappresentano tasselli di un puzzle, frammenti in gran parte già disponibili. Alcuni sono più logori, le fabbriche dismesse, le aree industriali obsolete e non ancora ammodernate, altri sono gemme che aspettano solo di essere valorizzate, appunto come il sistema portuale salernitano. Per comporre questi frammenti in un disegno organico dal respiro europeo servono poche ma indispensabili opere, in grado di organizzare, rendere organico ed efficiente un risultante territorio che dal Golfo di Salerno raggiunge il Parco regionale del Partenio, il Sannio e la Valle Caudina, quindi l’Alto Ofanto e la Basilicata, attraverso la grande area urbana estesa di Avellino, la ipotizzata ‘Abellinum’. Servono collegamenti rapidi, efficaci e sicuri: il raddoppio del raccordo autostradale, binari moderni per congiungere opifici, punti di stoccaggio e trasformazione, centri urbani, ma anche una infrastruttura digitale all’altezza della sfida competitiva imposta dai mercati globali. Questi corridoi tecnologici fisici e virtuali devono unire le macroaree urbane afferenti a Salerno e ad Avellino, generando una città estesa più grande. L’obiettivo è un efficiente e innovativo sistema metropolitano, il secondo dopo il capoluogo partenopeo, in grado di legittimare la propria esistenza producendo lavoro, ricchezza, progresso sociale e culturale nella legalità. Per farlo, devono valorizzare gli asset comuni, dall’Università al sistema industriale inutilizzato avellinese, che pure conta su eccellenze produttive non secondarie, ma anche su straordinari riferimenti scientifici e della ricerca (Cnr-Agroalimentare, Crom, Sanità, Informatica). Il riscatto delle zone interne.


⇒ LO SCENARIO. LA CITTA’ DI AVELLINO ALLA SFIDA DECISIVA 

LE ZONE INTERNE E IL MARE. Avellino e Salerno unite devono poter competere alla pari con Napoli sul piano industriale, logistico, culturale e sociale. Non è un’idea nuova, ma contenuta nel Piano strategico di Salerno. Scritta nel dicembre 2006, presentata alla pubblica opinione nel gennaio del 2007, nove anni dopo quella visione oggi prende forma in Campania. In quel documento era riportato tutto: logistica, macroarea urbana irpino-salernitana, strategia di trasformazione dell’ambiente urbano, quindi riorganizzazione dei trasporti e delle comunicazioni. “Siamo di fronte alla sfida dell’ultimo ciclo delle politiche di coesione e crescita promosso e finanziato dall’Unione Europea”, si premetteva già nel 2006. “La politica economica viene incanalata verso la realizzazione delle infrastrutture, materiali ed immateriali, ed il controllo delle esternalità urbane”, mentre “le politiche macroeconomiche dei governi nazionali perdono di rilievo ed i fondamenti giuridici del processo economico diventano omogenei tra paesi e regioni”, si legge nel documento collegato al Piano strategico di Salerno. “In questo nuovo scenario istituzionale le città diventano fondamentali ‘unità di regolazione’. In esse, infatti, si manifestano disequilibri economici rilevanti ed è in esse, pertanto, che si devono progettare ed attuare le politiche per contrastarli”. Il rilancio del Mezzogiorno dipende dal riassetto delle città, si afferma. Se “nei nuclei urbani si cela una quota consistente del potenziale di sviluppo di un Paese”, allora “i governi delle città, proprio per questo, devono sviluppare politiche e metodologie idonee alla utilizzazione ed alla regolazione di questo potenziale”. Nove anni fa a Salerno si chiariva, quindi, la funzione del Piano strategico, che “rappresenta, in definitiva, una concreta manifestazione della capacità, da parte di singole comunità ed istituzioni locali, di sviluppare strategie ed avviare politiche susseguenti, nonché di trarre vantaggio dalle politiche che altri soggetti (Stato, organismi internazionali, imprese multinazionali) perseguono”. Quella sfida non raccolta… Da estensore del documento preliminare al Piano strategico di Salerno, Raimondo Pasquino, allora ancora rettore dell’Università degli Studi di Salerno, il 30 novembre 2011 illustrò ad Avellino questa visione nel corso di un forum sulle ‘città strategiche’ della Campania, presenti i sindaci di Avellino (Giuseppe Galasso), di Napoli (Luigi De Magistris, da poco eletto), di Benevento (Fausto Pepe) e di Caserta (Pio Del Gaudio). Nella sala conferenze dell’Hotel de La Ville disse allora quello che il sindaco di Salerno in carica allora, Vincenzo De Luca, oggi si appresta a realizzare da governatore della Campania nelle ex terre dell’Osso.

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