Sud e Nord, Svimez boccia tutti: Centrodestra, Centrosinistra e Gialloverdi

Nel suo Rapporto 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, l'Associazione lancia un atto di accusa alla responsabilità della politica: «Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative nell'intero Paese», confinandolo ai margini dell'Europa. L'ANALISI

Sud e Nord, Svimez boccia tutti: Centrodestra, Centrosinistra e Gialloverdi

Sud e Nord, Svimez boccia tutti: Centrodestra, Centrosinistra e Gialloverdi. Vent’anni di politiche proposte da tutti i governi, uniti negli effetti: aumentato il divario tra Sud e Nord a tal punto da avere indebolito anche l’economia settentrionale. La Svimez boccia anche il primo governo presieduto da Giuseppe Conte, guidato con il sostegno di Movimento Cinque Stelle e Lega. Il Reddito di Cittadinanza non è servito, benché venga considerato utile. Può funzionare solo in un quadro di politiche di welfare che estendano «a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza», spiegano gli analisti della «Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno». Da questo in filigrana si legge una stroncatura anche per il progetto di autonomia differenziata su base regionale. Il risultato è che per quest’anno il Mezzogiorno entra in recessione, con una crescita negativa dello 0,2 per cento. Si è invertito il trend degli anni precedenti, quando il saldo del Pil non era negativo. Questi non sono giudici politici, ma i numeri contenuti nel Rapporto Svimez 2019, presentato lunedì 4 novembre per riassumere la situazione dell’economia e della società del Mezzogiorno nel contesto nazionale ed europeo. Ma a ben guardare i dati, se il Sud dell’Italia continua a stare sempre peggio del Centronord («…nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni…»), le cifre dicono che anche le regioni settentrionali peggiorano rispetto al resto dell’Europa produttiva. In questo scenario desolante, qualora si applicasse la clausola del 34 per cento, inclusa nella Legge di Stabilità su proposta del Ministro del Sud  e della Coesione Giuseppe Provenzano, secondo la Svimez il Mezzogiorno riprenderebbe quota. Sì, perché le cifre dicono che il Mezzogiorno è compresso dalla minore spesa pubblica, in particolare da quella corrente.


Rapporto Svimez 2019: il Sud può ripartire con la clausola del 34%

Rapporto Svimez 2019: il Sud ha una minore spesa in conto capitale

Queste cifre dicono che la depressione economica del Mezzogiorno (frutto anche dell’endemica incapacità di fare sistema delle aziende meridionali, che si cullano nell’autogratificazione della cosiddetta “eccellenza solitaria”, come risulta dal Rapporto Svimez 2019), dipende dalle scelte di governo e Parlamento con effetti precisi negli ultimi vent’anni, dai Governi Berlusconi Pdl-Lega, a quelli istituzionali di larghe intese Monti, Letta, Renzi, a quello Conte I Gialloverde, seppur con riflessi diversi.


Rapporto Svimez 2019: il Sud entra in recessione con l’arresto dell’economia italiana

Le previsioni di stagnazione economica per l’Italia nel 2019 dimostrano che le scelte fatte da Governo caduto in estate hanno tagliato il trend di crescita certificato nella tabella. Nessun governo negli ultimi vent’anni ha deciso di affrontare il divario del Pil su base regionale, ritenendo accettabile che un cittadino lombardo debba avere un Pil pro capite doppio rispetto a quello campano. Il giudizio della Svimez, elaborando tutti i dati a disposizione, è ben riportato nella tabella che segue: «Nell’ultimo ventennio di stagnazione dell’Italia, la politica economica nazionale: ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze dal Centro-Nord; ha indebolito il contributo del ‘motore interno’ della crescita nazionale e l’Italia ha perso competitività nel confronto europeo». Per la Svimez, colpendo il Mezzogiorno i governi hanno alla luna colpito l’intero Paese compreso il Centro e il Nord: «Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negativo nell’intero Paese: il doppio divario Nord/Sud-Italia/Europa; la rottura dell’equilibrio demografico; l’aumento delle diseguaglianze tra cittadini e territori». Non l’Euro o l’Unione Europea sono quindi la causa della depressione economica nazionale, pertanto, ma il protagonismo della politica italiana di tutti i colori e di tutti i partiti al timone dal 2000 ad oggi.


Rapporto Svimez 2019: il Sud messo fuori dall’agenda del Paese

IL RAPPORTO SVIMEZ SUL MEZZOGIORNO | Le slides di Luca Bianchi | Scarica il documento in formato pdf


Il ruolo del Sud in una strategia di sviluppo sostenibile

Presentazione del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno

I nuovi temi di un’antica questione. Il doppio divario Sud/Nord, Italia/Europa. La rottura dell’equilibrio demografico. La società del Mezzogiorno e i diritti di cittadinanza. Le trasformazioni del sistema produttivo. La debolezza delle politiche pubbliche. Il ruolo del Sud in una strategia di sviluppo sostenibile.

I filoni di indagine e le proposte SVIMEZ. I nuovi temi dell’antica questione meridionale impongono un cambio di prospettiva nell’analisi della stagnazione italiana. Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord. Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese. I dati rivelano: il pronunciato processo di convergenza sperimentato dall’Europa dell’Est, l’allontanamento dei paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, dai livelli medi di tenore di vita europei; la crescita tendenziale del reddito pro capite nell’Europa del Nord.

Il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regini fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività. La stagnazione è aggravata da dinamiche demografiche avverse che riguardano tutto il Paese e segnatamente il Mezzogiorno. Per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione), il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso. Per la SVIMEZ bisogna tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarietà che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese. Le richieste di regionalismo differenziato vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica, completa, equilibrata, del nuovo Titolo V. In quest’ottica il confronto sulla valorizzazione delle autonomie e la riduzione delle disuguaglianze va depurato dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud e riportato sui temi nazionali della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita. Le eventuali concessioni di autonomia rafforzata devono essere motivate dall’interesse nazionale, non da quello particolare delle singole regioni richiedenti. La SVIMEZ stigmatizza l’uso strumentale del concetto di residuo fiscale, misura della redistribuzione riferibile agli individui, non ai territori.

La SVIMEZ è favorevole alla costruzione di un fronte unitario intorno ad un Sì convinto ai principi del federalismo cooperativo nell’interesse del Paese per rendere sostenibili le richieste di autonomia. La vera sfida è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale per privare anche le classi dirigenti meridionali degli alibi dell’attuale centralismo avaro, utile per rivendicare più risorse e per nascondere le inefficienze. Una sfida che si basi sulla definizione dei costi standard e dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni), al fine di assicurare pari diritti di cittadinanza e un Fondo perequativo per colmare il deficit infrastrutturale. La stagnazione dell’economia italiana, si consuma e si investe poco. La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda i consumi, soprattutto della PA. Crollati gli investimenti pubblici. Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017. Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della PA ha segnato -0,6% nel 2018. Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018, stima la SVIMEZ, la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

La stagnazione economica nel triennio 2018/2020 al Centro-Nord e al Sud. Le previsioni macroeconomiche della SVIMEZ stimano il Pil italiano a +0,9% nel 2018, + 0,2% nel 2019 e +0,6% nel 2020. In particolare, il Centro-Nord sarebbe al +0,9% nel 2018, al +0,3% nel 2019, al +0,7% nel 2020. Una crescita, come si può vedere, molto modesta anche nelle aree più sviluppate del Paese. Al Sud nel 2018 l’aumento sarebbe del +0,6%, calerebbe a -0,2% nel 2019 e risalirebbe leggermente a +0,2% nel 2020. L’occupazione italiana, a sua volta, segnerebbe +0,9% quest’anno, +0,07% il prossimo e +0,30 nel 2020. Al Centro-Nord sarebbe +0,9% nel 2018, +0,13% nel 2019, +0,35% nel 2020. Al Sud +0,7% quest’anno, scenderebbe a -0,14 il prossimo per risalire a +0,14% nel 2020.

Male l’agricoltura al Sud, bene il terziario, l’industria stenta. Il valore aggiunto dell’agricoltura è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, nel Centro-Nord è aumentato di +3,3%. Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%). Nel Centro Nord è cresciuto di +1,9%. Il valore aggiunto del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro-Nord (+0,7%).

Le diverse velocità delle Regioni. Nel 2018 Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni che hanno registrato il più alto tasso di crescita, rispettivamente +1,7%, +1,3% e +1,2%. Nel Molise e in Basilicata il PIL è cresciuto del +1%. In Sicilia ha segnato +0,5%. Campania a crescita zero nel 2018. Calabria unica regione meridionale che ha visto una flessione del PIL di -0,3%.

L’eccessivo ricorso al part time involontario. Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni. La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud aumenta la precarietà che si riduce nel Centro-Nord, riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario che nel Mezzogiorno si riavvicina all’80% a fronte del 58% nel Centro-Nord.

La società, tra crisi demografica, spreco delle potenzialità delle donne e divario nei servizi pubblici. Crisi demografica e popolazione in calo. La popolazione dell’Italia ha smesso di crescere dal 2015, da quando continua a calare a ritmi crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno. L’esaurimento del lungo periodo di transizione si è tradotto, infatti, in una vera e propria trappola demografica nella quale una natalità in declino soccombe a una crescente mortalità. La crisi demografica e le emigrazioni accentuano i divari tra Sud e Centro-Nord. Dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3.300.000 al Centro-Nord. Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642.000 unità, mentre al Nord è cresciuta di 85.000. Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti: -1,2 milioni sono giovani e -5,3 milioni persone in età da lavoro. A fronte di un Centro-Nord che conterrà le perdite a 1,5 milioni. Secondo la SVIMEZ, le immigrazioni contribuiscono ad accentuare gli squilibri tra le due aree del Paese. Nel 2018 gli stranieri con 4,4 milioni, sono quasi l’11% della popolazione del Centro-Nord e solo il 4,4% di quella meridionale. Nel 2018 si è raggiunto un nuovo minimo storico delle nascite, poco più di 439 mila nati vivi, oltre 18 mila in meno rispetto al 2017. Nel Sud sono nati l’anno scorso quasi 157 mila bambini, circa 6 mila in meno del 2017. La novità è che il contributo garantito dalle donne straniere non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli. Il peso demografico del Sud continua a diminuire e ora è pari al 34,1%. In tutti gli scenari previsti, il Pil italiano, ipotizzando una invarianza del tasso di produttività, diminuirebbe nei prossimi 47 anni a livello nazionale da un minimo del 13% ad un massimo del 44,8%, cali di intensità differenti interesserebbero il Nord e il Sud del Paese: si ridurrebbero così le risorse per finanziare una spesa pubblica in aumento per il maggior numero di pensioni e per l’assistenza sociale e sanitaria.

Intanto i giovani continuano a fuggire. Il Mezzogiorno continua a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria. Il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto i -50mila nel Centro-Nord e i -22 mila nel Sud. La nuova migrazione riguarda molti laureati, e più in generale giovani, con elevati livelli di istruzione, molti dei quali non tornano più. Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale). Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.

Il mondo del lavoro tra donne senza occupazione e working poor. Le regioni meridionali sono agli ultimi posti in Europa per tasso di attività e occupazione femminile: nel 2018 il Sud ha perduto ulteriore terreno, superata perfino da Ceuta e Melilla, dalla Guyane francese e dalla Macedonia. La bassa occupazione delle donne meridionali riflette anche la carenza di domanda di lavoro e ciò spiega perché il tasso di disoccupazione femminile al Sud sia intorno al 20% su valori più che doppi rispetto al Centro-Nord. La gravissima emergenza riguarda soprattutto le giovani tra 15 e 34 anni, che si sono ridotte di oltre 769 mila unità. Aumenta significativamente per le donne il part time (+22,8%) mentre cala il lavoro a tempo pieno (-1,3%). In particolare quelle occupate con part time involontario aumentano nel decennio di quasi 1 milioni pari a +97,2%. In aumento i lavoratori poveri (working poor), soprattutto al Sud: l’incidenza della povertà assoluta nel 2018 è cresciuta al Sud all’8%: nel caso in cui il capofamiglia occupato ha un contratto di operaio la quota di nuclei in povertà assoluta è salita nel Mezzogiorno al 14,7%
Reddito di Cittadinanza, impatto nullo sul mercato del lavoro. La SVIMEZ giudica utile il Reddito di cittadinanza ma la povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza. Peraltro l’impatto del RdC sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro.

Il divario territoriale nei servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola. Al Sud sono scarsi i servizi a cittadini e imprese. La spesa pro capite delle Amministrazioni pubbliche è pari nel 2017 a 11.309 nel Mezzogiorno e a 14.168 nel Centro-Nord. Un divario che è cresciuto negli anni Duemila. Lo svantaggio meridionale è molto marcato per la spesa relativa a formazione e ricerca e sviluppo e cultura. Continua l’emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord: circa il 10% dei ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta dal Sud verso altre regioni. Grave il ritardo nei servizi per l’infanzia. La spesa in istruzione in Italia si riduce con una flessione del 15% a livello nazionale, di cui il 19% nel Mezzogiorno e il 13% nel Centro-Nord. Le differenze Nord/Sud riguardano soprattutto l’offerta di scuole per l’infanzia e la formazione universitaria. Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue l’abbandono scolastico, nel 2018 gli early leavers meridionali erano il 18,8% a fronte dell’11,7% delle regioni del Centro-Nord. Per di più al Sud il 56% delle scuole ha bisogno di manutenzione urgente.

Le linee guida indicate dalla SVIMEZ. Maggiori investimenti produttivi in un contesto di discontinuità nella politica industriale. Nella fase più acuta della crisi la base industriale meridionale si è assottigliata del -6%, con picchi superiori in alcune regioni. Per gli investimenti industriali, mentre nel Sud la crescita del periodo 2015-2018 è arrivata a malapena a recuperare poco più del 20% della caduta sofferta durante la lunga crisi, le regioni centro-settentrionali hanno messo a segno un recupero pari all’85%. Una significativa discrepanza tra Centro-Nord e Sud riguarda la quota di imprese “zombie”, le aziende in vita da oltre 10 anni che per 3 anni consecutivi, vivendo gravi difficoltà finanziarie, non sono state in grado di pagare neppure gli interessi sui prestiti: al Sud quelle industriali sono il 5,83%, il doppio che nel Centro-Nord, 2,98%. Secondo la SVIMEZ, ciò che serve è una forte discontinuità nella politica industriale, attraverso strumenti meno orientati, come in passato, a mantenere in vita ciò che non regge alla prova della competitività e più focalizzati sulla capacità di attrarre e attivare nuove energie in settori innovativi. Investire più risorse pubbliche nel Mezzogiorno per far crescere il Sistema Paese
La SVIMEZ attende al più presto che il Governo annunci le linee del piano straordinario per il Mezzogiorno. Al centro della politica economica nazionale va posto la valorizzazione delle complementarietà che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese. La sintesi del declino della spesa infrastrutturale in Italia sta nel tasso medio annuo di variazione nel periodo 1970-2018, pari a -2% a livello nazionale, di cui -4,6% nel Sud e -0,9% nel Centro-Nord. Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno che negli anni ’70 erano circa la metà di quelli complessivi, negli anni più recenti sono calati a un sesto di quelli nazionali. In questo quadro vanno rafforzate le Politiche di Coesione, che dopo il 2020 potranno disporre di 60 miliardi di cui il 70% al Sud e saranno chiamate a operare i 7 e non più 5 regioni meno sviluppate, con l’aggiunta di Molise e Sardegna. Sono stati accumulati troppi ritardi nell’attuazione del ciclo in corso 2014-2020: la maggior parte delle risorse europee da certificare sono concentrate in Campania, Puglia e soprattutto Sicilia. I pagamenti al Sud sono stati finora pari ad appena il 19,78% del totale. La spesa monitorata del Fondo Sviluppo Coesione, dove confluiscono le risorse finanziarie aggiuntive nazionali destinate al riequilibrio economico e sociale, è pari al 30 giugno 2019 a soli 37,6 miliardi, di cui realmente pagato soltanto 1 miliardo. Ciò dimostra un’evidente incapacità delle Amministrazioni centrali, regionali e locali, a utilizzare pienamente le risorse.

Puntare sul Green New Deal, con al centro la Bioeconomia. La bioeconomia rappresenta il 10,1% in termini di produzione e il 7,7% in termini di occupati sul totale dell’economia. La bioeconomia meridionale si può valutare tra i 50 e i 60 miliardi di euro, equivalenti a un peso tra il 15% e il 18% di quello nazionale. Nel Mezzogiorno è significativa la crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Tra i vari settori dell’economia circolare presenti al Sud, particolare rilievo assume la chimica verde. Dal Mezzogiorno parte una forte domanda di brevetti nel settore della bioeconomia. Le imprese del biotech sono cresciute moltissimo nelle aree meridionali, +61,1%, rispetto a +34,5% su scala nazionale.


LEGGI ANCHE: 

Luca Bianchi: il vero Piano Lavoro in Campania è la Zes. Ma va tagliata la burocrazia

“Unità d’Italia a rischio con l’autonomia differenziata”, allarme della Svimez

Sud senza Lavoro, in 10 anni persi mezzo milione di posti. E 83 miliardi restano nel cassetto

 

 

ARTICOLI CORRELATI