L'interno del Palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica

La “Unità d’Italia è a rischio con l’applicazione della autonomia differenziata”. L’allarme è della Svimez, che ha pubblicato lo scorso 24 dicembre uno studio a tal proposito. Approfondendo la questione di una applicazione delle opportunità introdotte dalla modifica del Titolo V (della Costituzione Italiana, ratificata dal referendum del novembre 2001), la Svimez conclude che senza attivare una serie di contrappesi questo meccanismo porterà alla disgregazione della Unità Nazionale. Di seguito l’analisi generale, in allegato lo studio elaborato dalla agenzia.

A cura della Svimez*

La copertina del Rapporto Svimez 2018

Di fronte alle richieste di autonomia avanzate dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, cui faranno seguito a ruota altre del Nord, e’possibile che, in assenza di riforme costituzionali, inizi un percorso verso un sistema confederale, nel quale alcune Regioni si fanno Stato, cristallizzando diritti di cittadinanza diversi in aree del Paese differenti.

All’indomani della decisione del Governo dei giorni scorsi,la SVIMEZ rende nota un’analisi sul «federalismo differenziato», elaborata dal Presidente Adriano Giannola e dal Professor Gaetano Stornaiuolo della Federico II di Napoli,pubblicata sul numero 1-2 del 2018 della Rivista economica del Mezzogiorno edita dalla Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. L’autonomia è da promuovere, sostiene lo studio, se è adeguatamente motivata e se aumenta l’efficacia e l’efficienza nell’uso delle risorse, senza compromettere il requisito di solidarietà nazionale.

Le tre Regioni del Nord, pur con differenziazioni, hanno stilato un lungo elenco di richieste su materie concorrenti, tra le quali la sanità e perfino alcune di legislazione esclusiva dello Stato, quali le norme generali sull’istruzione, con l’obiettivo di trasformare beni pubblici “nazionali” in beni pubblici “locali”. Per tutte chiedono di assumere funzioni finora esercitate dallo Stato.


LO STUDIO DELLA ASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELLA INDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO | Scarica il pdf del documento

Le bandiere italiana ed europea sventolano sul Palazzo del Quirinale a Roma

La SVIMEZ rileva che i preaccordi con il precedente Governo, sono stati siglati senza un benché minimo richiamo alla necessità di garantire -dopo ben 10 anni- l’ applicazione della legge 42 che stabilisce norme cogenti sul finanziamento dei fondi di perequazione territoriale e di garanzia integrale dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. A tale scopo la legge Calderoli 42 stabilisce che i diritti siano garantiti su tutto il territorio nazionale previa determinazione di fabbisogni standard ed in regime di costi standard. Secondo la SVIMEZ, le richieste di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto di acquisire le competenze in ambiti cruciali quali sanità e istruzione non può che avvenire in conformità al regime di piena operatività della legge 42 di attuazione dell’ articolo 119 della Costituzione.

Un aspetto immediatamente collegato, fonte di forti perplessità, concerne il trasferimento delle risorse necessarie a finanziare le eventuali competenze regionali aggiuntive.

Non ha fondamento presumere che l’eventuale risparmio di risorse che potrà essere conseguito sia appannaggio delle regioni, in quanto la destinazione delle risorse per la perequazione spetta allo Stato, il cui compito prioritario è il “finanziamento integrale” delle funzioni concernenti i diritti civili e sociali (sanità, istruzione, mobilità) per tutti i cittadini, in regime di costi standard.

La SVIMEZ manifesta molte perplessità sulle modalità di finanziamento dell’autonomia differenziata. La pretesa di trattenere il gettito fiscale generato sui territori è infondata, inconsistente e pericolosa. Eppure continua a far capolino in reiterate dichiarazioni dei presidenti di alcune regioni, per i quali obiettivo dell’autonomia rafforzata è ottenere la restituzione ai territori di risorse cospicue che sarebberos tate indebitamente loro sottratte. Questa pretesa, a parere della SVIMEZ, si basa su una sbagliata contabilizzazione del dare e dell’avere tra Stato e Regioni. I Residui fiscali regionali che si chiede di ridurre altro non sono che l’avanzo primario regionalizzato che poco o nulla hanno a che fare con il territorio, essendo il risultato in regime di imposta progressivo del processo perequativo tra contribuenti ricchi e poveri, residenti e non nello stesso territorio.

Bandiere dell’M5s e della Lega davanti al Parlamento. Sono le due forze di governo, definite alleanza gialloverde

Lo studio di Giannola e Stornaiuolo fornisce in proposito e per due distinti motivi una lettura chiarificatrice dei Residui Fiscali .In primo luogo si produce una inedita analisi dei residui fiscali a livello delle singole regioni per fasce di reddito. Si evidenzia che ciascuna Regione al suo interno ha una quota di popolazione che pur in misura diversa, «dona» e «riceve». In concreto, si tratta di una redistribuzione tra cittadini, grazie al fatto che lo Stato titolare del potere impositivo raccoglie le imposte erariali, il cui gettito è più consistente nel Centro-Nord per effetto dei divari di reddito e della progressività del sistema fiscale. Ciò consente di finanziare programmi e politiche di spesa in misura non drammaticamente differente in tutto il territorio nazionale.

La SVIMEZ chiede da anni di agire sulla componente della spesa dei Residui Fiscali, applicando i principi e i criteri generali previsti nella legge 42 del 2009 finora mai attuata, circa l’attribuzione delle risorse in regime di costi standard, superando il criterio della spesa storica per il finanziamento dei livelli essenziali.

Palazzo Chigi, sede del governo nazionale

In secondo luogo, la pretesa di alcune Regioni del Nord di controllo del proprio Residuo Fiscale sconta un macroscopico errore, in quanto nel saldo tra entrate e spese pubbliche si omette di includere proprio quella componente di spesa che nel corso degli ultimi venti anni è progressivamente divenuta la più rilevante:l’onere per gli interessi da corrispondere ai titolari del debito pubblico (famiglie e imprese; banche, intermediari, assicurazioni, residenti esteri). Questa posta contabile rappresenta una spesa per lo Stato ed un’ entrata per i titolari. Per cui il saldo da considerare, non è quello del semplice residuo fiscale ma il residuo fiscale “aumentato” per gli interessi, cioè il Residuo Fiscale-Finanziario. Dalle tabelle contenute nello studio pubblicato dalla SVIMEZ, emerge una prudenziale stima del Residuo Fiscale Finanziario, che per la Lombardia non raggiunge i 13 miliardi, decisamente più contenuto rispetto al Residuo Fiscale comunemente computato in oltre 40 miliardi. Per quel che riguarda il Veneto e l’Emilia Romagna, rispetto a Residui Fiscali rispettivamente di oltre 12 e di oltre 11 miliardi, il loro Residuo Fiscale Finanziario si riduce per entrambe a circa 2 miliardi.