Nella suggestiva location del castello Cavaniglia è iniziata la mostra organizzata per riflettere sul 23 novembre 1980, su cio’ che ha significato il terremoto per l’Irpinia e come a distanza di anni tale evento sia diventato incancellabile per la memoria collettiva.

Un’iniziativa voluta da Stefano Volpe che ha coinvolto per l’occasione artisti diversi per provenienza e campi artistici , capaci di raccontare il sisma con originalità e con validi risultati che si avvicinano alla realtà di quei momenti e al sentimento condiviso dalla popolazione. Alla cerimonia inaugurale sono intervenuti l’assessore alla cultura Maria Varricchio, l’assessore alle politiche giovanili Nello Patrone e la critica d’arte Maria Rosaria Di Virgilio. Nel ruolo di moderatrice la giornalista de ” Il Mattino”, Antonella Russoniello .

Gli artisti raccontano il terremoto irpino del 1980

La mostra oltre a offrire un percorso tra pittura, fotografia e scultura, consente di visitare anche il bellissimo castello Cavaniglia tornato ad essere luogo d’incontro e di cultura dopo i lavori di restauro dello scorso anno. A dare il benvenuto ai presenti Maria Varricchio: “Abbiamo accolto con molto interesse la proposta di una mostra sul terremoto arrivata in un momento in cui siamo convinti di poter lanciare una sfida per risollevare il territorio e promuovere le nostre risorse ed eccellenze. Il terremoto ci ha insegnato a credere nella speranza e nella solidarietà e dobbiamo percio’ pensare al futuro senza dimenticare il nostro passato, la nostra identità e la nostra memoria”. Dello stesso parere anche l’assessore alle politiche giovanili Nello Patrone che ha sottolineato invece “il ruolo delle istituzioni nell’incentivare l’interesse dei giovani a guardare con occhi diversi al territorio, a riscoprire l’amore per il paese e non abbandonarlo ma anzi restare per dare continuita’ alle radici e alle tradizioni locali”. A spiegare le opere la critica d’arte Maria Rosaria Di Virgilio che ha esaltato la creatività e l’originalità’ dei lavori in esposizione e riconosciuto il valore di ciascun artista, tutti con un ricco curriculum e con numerose partecipazioni a collettive, premi e festival.

Gli artisti raccontano il terremoto irpino del 1980

“L’artista Camilla Mazzella” – ha iniziato la critica – “sceglie un linguaggio tradizionale, una pittura classica. Il racconto del terremoto è proposto attraverso la disgregazione del costruito. I caseggiati sembrano sciogliersi poiché colpiti dalla lava della terra. L’impressione visiva è quella dell’aria che trema, di una vibrazione improvvisa e della rottura di qualsiasi equilibrio. Lo stile di Guglielmo Mattei è libero e si avvale della tecnica del collage polimaterico , utilizzato anche da Duchamp e Picasso, prodotto per mezzo di sovrapposizione di carte e ritagli di giornale in cui si ritrovano il senso dell’esperienza e del vissuto. Si palesano, inoltre, figure umane, senza volto, senza vestiti, fragili e impotenti rispetto a una grande tragedia e alla potenza della natura.

Matteo Bagolin, veneziano dell’entroterra, presenta quattro sculture realizzate in grees collegate tra di loro. Sembrano quasi le pedine di una scacchiera e ciascun elemento è contraddistinto da una superficie scabra e densa di sovrapposizioni e lacerazioni, per avvicinarsi al fare della natura e interpretare il disfacimento della materia. Rachele Branca è gia’ un’affermata artista ed opera da diversi anni nel campo della ceramica soprattutto. Con le sue opere mette in comunicazione lo spirituale con il materiale. Le convinzioni terrene sono stravolte dalla terra stessa e l’invocazione al cielo diventa l’estremo grido dei terremotati, l’ultima speranza. Nelle opere dell’artista, il ritorno alla spiritualità’ diventa ancoraggio per risollevare gli animi.

La pittura di Generoso Vella, invece, è caratterizzata da colori forti, vibranti e caldi, quelli della terra. La composizione s’ispira al cubismo e all’arte di Picasso soprattutto nei volti scomposti e sfalsati su diversi punti di vista. L’opere riproducono il disordine, il caos, la disperazione e le macerie del post terremoto . I suoi quadri sono come puzzle in cui l’immagine si frammenta in più pezzi da mettere al posto giusto. Stefano Volpe realizza bassorilievi e opera con materiali diversi come legno, argilla e altri materiali. Egli lavora soprattutto sulla tecnologia dei materiali e sulla sperimentazione di tecniche. Nelle sue opere evidenzia la spaccatura della terra che divide le case, separa i villaggi e strade. Offre una planimetria del territorio completamente distrutto e devastato e la figura umana diventa irriconoscibile, un fantasma incapace di liberarsi dal suo dolore”.

Infine l’analisi dell’opera di Alessandro Petriello: “Nasce a Montella ma si forma in Svizzera non dimenticando le sue origini e l’esperienza familiare e sociale a lui più vicina. Lavora sulla fotografia analogica e utilizza ancora, coraggiosamente, il 35 mm, il banco ottico e quindi quei mezzi di un tempo, che richiedono tempi di posa piu’ lunghi ed effetti di immagine certamente particolari. Nei suoi scatti racconta l’esperienza dell’accompagnamento alla morte realizzata da sua madre accanto alla nonna morente. Si riconosce una casa irpina degli anni 80 e oggetti di uso comune. La stanza trema e l’immagine è agghiacciante e potente perche’ esibisce la realta’ diretta registrata, la ferma, la trattiene e invita a guardare di nuovo dove non è possibile ormai guardare” ha concluso Maria Rosaria Di Virgilio. La mostra è visitabile anche il prossimo week end, sabato 1 e domenica 2 dicembre, dalle 16 alle 19. L’ingresso è libero.

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