Impianti Rifiuti e Biodigestore, Monaco: siti già indicati nel Piano d’Ambito della Provincia. L’Ato irpino si attivi

L'ACCELERAZIONE SULLA COSTRUZIONE DELLA FILIERA LOCALE RICHIESTA DAL MINISTRO. Intervista a Liliana Monaco, ex dirigente provinciale protagonista del Piano di gestione dei rifiuti adottato da Palazzo Caracciolo negli anni passati. "Non c'è più tempo da perdere: siamo di fronte ad una questione nazionale"

Impianti di rifiuti per compostaggio o biodigestori possono essere collocati in Irpinia senza sforzo, scegliendo in base alle previsioni del vigente Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia.

Lo afferma l’ex dirigente della Provincia di Avellino Liliana Monaco, oggi operativa presso la Provincia di Benevento, che invita le amministrazioni locali e le istituzioni preposte a “fare presto”, individuando le ubicazioni dove realizzare gli impianti per il trattamento dei rifiuti in Irpinia.

“Gli impianti e la collocazione non li deve decidere la politica in astratto, nè sui sindaci deve ricadere una responsabilità eccessiva, svincolata da fondamenta scientifiche. Spetta ai tecnici attenersi alla documentazione del Ptcp e suggerire alla politica le soluzioni compatibili con assetto territoriale, impatto ambientale delle infrastrutture sotto il profilo logistico” ha spiegato.

A poche ore dalla riunione a Caserta del Presidente del Consiglio e dei principali ministri, che valuteranno l’adozione di misure speciali contro il rischio di un sabotaggio dell’assetto gestionale dei Rifiuti in Campania da parte degli interessi criminali, si discute della urgenza di completare la filiera impiantistica in tutti i sette ambiti ottimali in cui è suddiviso il territorio regionale, quattro provinciali e tre nell’area metropolitana di Napoli. Sullo sfondo la querelle tra i due Vicepremier sulla necessità dei termovalorizzatori, sostenuta da Matteo Salvini contro Luigi Di Maio e il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Liliana Monaco, già dirigente ai Lavori Pubblici nell’Amministrazione comunale di Avellino

Ingegnere Liliana Monaco, alla luce dei roghi negli impianti per il trattamento dei rifiuti nel casertano e delle dichiarazioni dei vertici di Governo, nel mirino dell’opinione pubblica nazionale con quelle campane c’è anche la provincia di Avellino, sul banco degli accusati perchè non costruisce gli impianti stabiliti nel Piano vigente. Cosa si può fare per accelerare?

“La direzione generale dell’Ato rifiuti dovrà lavorare sul piano d’ambito, che è lo strumento deputato a collocare l’impiantistica”.

C’è chi alza barricate perfino contro gli impianti di compostaggio. Scegliere le sedi non sembra cosa facile…

“Basta consultare delle tavole allegate al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale esistente. Da qui è possibile estrarre – in maniera tecnica e scientifica – la collocazione più adatta per i siti che possono ospitare gli impianti”.

Lo studio tecnico può bastare alla direzione generale dell’Ato Rifiuti, quindi ai Sindaci, per superare lo scontro politico in corso?

“Questa tavola depositata alla Provincia è stata già approvata dall’amministrazione provinciale allora guidata da Alberta De Simone. È sufficiente sovrapporre a quelle previsioni tutta la vincolistica esistente sul territorio, ovvero le aree a rischio idrogeologico o a vincolo paesaggistico. Le aree idonee vengono fuori dalla differenza tra le sovrapposizioni. E’ un calcolo tecnico, la politica non c’entra niente nella selezione della lista di siti. I Sindaci potrebbero muoversi all’interno di scelte scientificamente opportune”.

Palazzo Caracciolo- sede della Provincia di Avellino

Quali sono i criteri per individuare l’idoneità di un sito?

“Il Ptcp predilige le aree industriali o le aree Pip, che sono quelle più indicate per ospitare impiantistica per i rifiuti, ma pare che qualcuno non voglia consentirlo. Mi chiedo che fine abbia fatto il Ptcp e se viene consultato, in quanto è l’unica base scientifica di partenza per ogni ragionamento”.

Continui.

“A parità di aree idonee si sceglie il sito più baricentrico possibile per ottimizzare il costo del trasporto. Il vero problema della provincia di Avellino è che bisogna fare i conti con un territorio oltremodo vasto, ma per un numero esiguo di abitanti. Questo purtroppo incide moltissimo sui costi. Le superfici territoriali di Avellino e Benevento sono il doppio di quelle di Napoli, e i trasporti sono costosi”.

Le tavole urbanistiche del Ptcp indicano dettagliatamente dove collocare l’impiantistica, dunque. Se l’area industriale può essere il primo parametro per scegliere dove collocare gli impianti, quali sono o possono essere gli altri?

“Occorre valutare la prossimità ad un’uscita stradale di lunga percorrenza come un’autostrada o una statale, lontana dai centri abitati e fuori dai vincoli idrogeologici e paesaggistici. Completato lo screening, a parità di aree idonee, si sceglie quella baricentrica per ottenere un reale risparmio sui costi”.

Valentino Tropeano, si daco di Montefredane e presidente dell’ente d’ambito irpino per i rifiuti

Messa così, si ridurrebbe per i sindaci il margine di discrezionalità. È così?

“Non ci sarebbe discrezionalità. Basta consultare il Piano d’Ambito vigente, quello provinciale, che ho licenziato quando ero dirigente del settore- e che deve essere aggiornato dall’Ato. Le competenze passano ai Comuni, quindi agli Ato, per effetto della legge 14 del 2016 (già in vigore dal 2014), e la Campania si è solo adeguata al Codice dell’Ambiente- Decreto Legislativo 152/2006- già in vigore in tutta Italia dal ’97. La Regione Campania è in ritardo sui territori, dove il nuovo quadro normativo non ha ancora prodotto effetti, non si è fatto niente a livello di ambito”.

Il sindaco di Teora Stefano Farina, ha ribadito in più occasioni che il solo impianto di compostaggio altirpino non è sufficiente ad assorbire l’intero fabbisogno provinciale in materia di trattamento della frazione organica. 

Stefano Farina. sindaco di Teora

“Nel 2016 l’impianto di Teora ha ottenuto un finanziamento regionale di 7 milioni di euro, per potenziare l’impianto a sei mila tonnellate all’anno: si tratta di un potenziamento, non di un ampliamento, per cui nel mese di luglio è stato approvato il progetto esecutivo. Detto questo, Teora è baricentrica per l’Alta Irpinia, ma non per la provincia, Farina ha ragione. Un solo impianto non va bene: è necessario immaginarne un altro nella Bassa Irpinia”.

Tenendo conto dei criteri sopra illustrati per l’individuazione dell’area, il campo di interesse si restringe.

“Certo non si può immaginare di prevedere un impianto a Pianodardine, che ha già subito un aggravamento ambientale. Bisogna pensare ad un altro sito. Sull’argomento potrebbe pronunciarsi anche l’Asi di Avellino”.

Per rendere disponibili i capannoni dismessi?

“Ci sono tanti capannoni vuoti, della ex legge 32 che sono proprietà dell’Asi e che dovrebbero essere messi in vendita. Il tribunale li ha affidati al consorzio, e potrebbero essere rifunzionalizzati per ospitare gli impianti e risparmiare sui costi di nuova costruzione”.

Lo scontro nel Governo sugli inceneritori suscita preoccupazione nell’opinione pubblica campana. Ma uno o più termovalorizzatori potrebbero aiutare?

“La frazione umida prodotta in Irpinia come nelle altre province viene in gran parte smaltita fuori regione, e una parte deve andare in discarica. Ma le discariche – a livello regionale – possono essere impianti di raccolta residuale, soprattutto se si procede con un innalzamento della percentuale della raccolta differenziata: per questo un altro termovalorizzatore è necessario soprattutto per chiudere la partita con il passato. Sono pianamente d’accordo con il piano varato dal precedente governatore Caldoro. Dei sei milioni di ecoballe lasciate dalle emergenze, soltanto il 2 per cento è stato bruciato, mentre la gran parte è stata trasferita all’estero. Prendiamo atto che gli impianti non solo sono necessari, ma non sono impattanti come si crede. E’ necessario avviare una corretta campagna di informazione”.

Mappa degli impianti pubblicata da Avvenire

Imclude anche il tanto bistrattato termovalorizzatore di Acerra?

“Ho visitato l’impianto di Acerra, e posso affermare che si tratta di un vero gioiello di ingegneria e di tecnologia. È l’unico impianto di questo tipo presente nella Regione Campania e la sua capacità appare tuttavia insufficiente rispetto al complessivo fabbisogno regionale. Una parte dei rifiuti prodotti nell’area napoletana vengono infatti trasportati all’estero”.

Perché allora questo impianto viene osteggiato dalla popolazione?

“Non posso saperlo. Nel merito non ci sarebbe ragione di farlo”.

Accenniamo al merito.

“L’Impianto è gestito dalla ‘Società lombarda A2A’, una multiutility nata dalla fusione delle due ex aziende municipali di Milano e Brescia, che presentano bilanci da 5 milioni di euro perché riescono a trasformare la spazzatura in energia e calore, che viene convogliato attraverso una rete di teleriscaldamento e raggiunge le abitazioni di ogni singolo utente. A riprova che questo impianto non inquina, l’A2A ha collocato cinque alveari di api – che sono eccellenti bioindicatori in caso di inquinamento ambientale- sotto la ciminiera, ricavando anche una ottima produzione di miele. Senza contare la riduzione della Tari applicata dal Comune di Brescia. I valori delle polveri sottili PM10 monitorate-come richiesto dal gestore A2A e commissionato al CNR, sono molto bassi, e dimostrano che i convincimenti popolari sono miopi perchè destituiti da qualsiasi fondamento tecnico-scientifico”.

Eppure spesso si sente demonizzare il sito di Acerra.

“Qui si avversano anche gli impianti di compostaggio per il trattamento del rifiuto organico, mentre nelle zone ad alta produttività ortofrutticola o vitivinicola, questi sono realizzati a ridosso di frutteti e vigneti…”.