Nella polemica sulle chiusure domenicali dei negozi tra il Sindaco di Milano Beppe Sala e il Vicepremier Luigi Di Maio ci finisce Avellino, tirata in ballo dal primo cittadino meneghino, evidentemente poco informato sulle origini del leader M5s. Registrato all’anagrafe “nato ad Avellino”, perché effettivamente venuto alla luce nella Clinica Villa dei Platani del professor Malzoni, in realtà di Maio è notoriamente di Pomigliano d’Arco, poco distante peraltro dal Capoluogo dell’Irpinia. Ma al di là delle poche decine di chilometri che dividono la vicina e amica Pomigliano da Avellino, due città legate alla storia dell’Alfa Romeo e della Fiat, oggi unite dalla Fca, resta la battuta doppiamente infelice di Sala. Nulla sarebbe cambiato se Di Maio fosse stato originario di Caserta o Buonalbergo. L’avversario politico merita un atteggiamento rispettoso anche nella polemica più accesa, che non deve mai superare il merito del tema in discussione per scivolare in un’offesa gratuita che in questo caso si riverbera – preterintenzionalmente si può supporre – su una comunità.

E nel merito si può ritenere tranquillamente Di Maio nel torto quando afferma che i negozi aperti la domenica si traducono nello sfruttamento del personale. Si può ben immaginare che anche i componenti del Governo la domenica qualche volta pranzino al ristorante, prendano un treno o un aereo, siano protetti dall’impegno delle forze di pubblica sicurezza, come ciascun altro. La contrapposizione sulla apertura o chiusura domenicale poco ha a che fare con lo sfruttamento del lavoro, tenendo conto che milioni di italiani lavorano la domenica, il giorno di Natale e perfino a Ferragosto, a cominciare dalle forze dell’ordine, per finire ai medici, ai manutentori, ai tecnici dei più svariati campi, al personale dei trasporti. Lavorano soprattutto i tanti giovani che nascondono dietro una partita Iva la propria sotto occupazione. Gli sfruttati, quelli veri, la propria opera la prestano durante la settimana e spesso per niente.

Al di là del merito, però, quelle pronunciate dal Sindaco Sala in un luogo pubblico, dal palco durante un convegno, sono parole fuori luogo per il tono, l’arroganza e la supponenza, che imporrebbero delle scuse non tanto ad Avellino, dove la domenica in tanti sono abituati a lavorare e altrettanti firmerebbero subito per avere il privilegio di poterlo fare, ma al pubblico presente alla Bicocca dove sono state pronunciate.