Reddito di cittadinanza, Fiordellisi: 30mila le domande potenziali in Irpinia

L'ANALISI, DALLO STUDIO DELLA FONDAZIONE DI VITTORIO. C’è un blocco generazionale contro i giovani, dimostrato della ricerca curata da Lorenzo Birindelli. Il Segretario Cgil Avellino: «Ecco perché i giovani non hanno mercato per il lavoro»

Il Reddito di cittadinanza in provincia di Avellino può riguardare una platea di circa 30mila persone. Lo dice Franco Fiordellisi, segretario della Cgil Avellino, in questa riflessione realizzata per nuovairpinia.it. Prendendo spunto dalla ricerca della Fondazione Di Vittorio, spiega che questa platea così ampia di poveri non è casuale. I giovani non hanno mercato in provincia di Avellino, né altrove. C’è un conflitto generazionale che impedisce il ricambio naturale, impedendo all’ascensore sociale di muoversi, alla società di progredire, ai territori di rinnovare la propria presenza. Non solo lo spopolamento, anche il crollo della natività mina il futuro indennitario dei nostri luoghi.


di Franco Fiordellisi*

Prendo spunto da una importante indagine della Fondazione Di Vittorio curata da Lorenzo Birindilli, in cui si affronta il problema generazionale che storicamente era un conflitto, più o meno sano, per affermarsi nei contesti lavorativi e sociali. In buona sostanza era, dico era una normale competizione tra differenti generazioni che, in un contesto economico dinamico o comunque non in crisi permetteva una certa mobilità sociale e generazionale. L’indagine della Fondazione Di Vittorio è a parer mio importante perché ci consegna un quadro estremamente grave e desolante. Di fatti ci ritroviamo ad un vero e proprio sbarramento tra le generazioni, che in questi dieci anni di crisi si è alzato e accentuato, ben oltre il riconosciuto conflitto socio antropologico tra generazioni. Siamo di fronte ad un vero e proprio tappo che non permette ai più giovani di inserirsi nel mercato del lavoro italiano e che fa schizzare verso l’alto l’età media degli occupati.

Calo delle nascite e fuga dei giovani, così l’Irpinia diventa un paese per vecchi

LA RICERCA. Il report ci consegna questa drammatica tendenza, che avevamo già segnalato in questi anni di crisi che si accentua anche nel Mezzogiorno ed in Irpinia perché l’emigrazione e lo spopolamento delle aree interne, collegato con l’innalzamento dell’età pensionabile si unisce all’invecchiamento della popolazione Irpina ed italiana in genere. Ci troviamo così di fronte ad un significativo “ Ingorgo generazionale”,che è poi il titolo dell’indagine curato da Lorenzo Birindelli.

GENERAZIONI CONTRO. In sostanza si evidenzia uno sbarramento tra le generazioni, un tappo che non permette ai più giovani di inserirsi nel mercato del lavoro italiano e che fa schizzare verso l’alto l’età media degli occupati. Come dicevo prima la crisi economica che ha colpito il nostro paese dal 2007 si è abbattuta in particolar modo sul mondo del lavoro facendo lievitare i tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, e il numero di persone e famiglie sulla soglia di povertà, in Irpinia su una popolazione di circa 419.000 residenti come Cgil stimiamo ci siano oltre 30.000 soggetti poveri, disagiati, che rientrerebbero nelle fasce per accedere al REI o Reddito di cittadinanza, se sarà.

Dal 1980 ad oggi non è bastato intervenire con le leggi per creare il ricambio nel mondo del lavoro. Si sono cancellati i posti

FLESSIBILI E INUTILI I CONTRATTI DECISI PER LEGGE. I governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni anni, seguendo i diktat dei principali interessi economici mondiali, sono intervenuti sul mercato del lavoro con il solo obiettivo di aumentarne la “flessibilità”, ritenendo che in questo modo si rimettesse in modo l’ascensore sociale o si incrementassero le opportunità per i giovani di entrare nel mondo del lavoro, ma così non è stato ed anzi dalla flessibilità siamo passati alla prevaricazione perenne che ha colpito indistintamente giovani e meno giovani. La flessibilità, quindi, nell’illusione di aumentare l’occupabilità, al costo di minori salari e minori diritti, attraverso riforme come il decreto Poletti e il Job’s Act e con la Fornero hanno generato una maggiore precarizzazione del mondo del lavoro, riducendo i diritti, gli occupati e i salari, ma questa ricerca chiarisce anche l’ulteriore effetto nefasto come il tappo generazionale. Se consideriamo che l’Irpinia e la sua collocazione meridionale di area interna subisce ogni anno l’emigrazione di oltre 2.000 giovani il danno è ancor più rilevante. Uno spopolamento, ai limiti della desertificazione, causata dal fallimento dei programmi di industrializzazione seguiti al terremoto del 1980 e di tutta la classe politica che ha governato i nostri territori.

AVELLINO, PROVINCIA DOVE LAVORA UNO SU DUE. Una provincia in cui la disoccupazione giovanile supera il 50% e dove in tantissimi, quando non stanno preparando le valige per andare via, sopravvivono con lavori in nero o precari. Migliaia di persone a cui sono stati rubati i sogni, a cui è impedito vivere in maniera propositiva, stabile e di qualità in questo territorio. Per tutte queste ragioni chiediamo che investimenti seri e ben sopra la soglia del 34% legata alla popolazione residente. La necessità di potenziare velocemente ed adeguare le infrastrutture del mezzogiorno e dell’Irpinia sono indispensabili per ridare dignità ad una vastissima area dell’Italia e della UE che continua a versare in una miserevole condizione di arretratezza.

LA FOTOGRAFIA DEL (NON) LAVORO OGGI. Arretratezza accentuatasi negli ultimi dieci anni e, secondo l’analisi, la composizione del mercato del lavoro nel nostro Paese è radicalmente cambiata e l’età media dei lavoratori si è fortemente innalzata e vale anche per l’irpinia. L’invecchiamento strutturale del Paese c’entra poco, però, perché tra i giovani (15-34 anni) il calo degli occupati dal 2° trimestre 2008 al 2° trimestre del 2018 (-1 milione 863 mila) sorpassa di quasi 500 mila unità il calo della popolazione della stessa fascia d’età (-1 milione 374 mila), con il tasso di occupazione che cala del 9,3%. Prendendo poi a riferimento tutte le classi di età (15-34, 35-49, 50-64), la Fondazione Di Vittorio ha scoperto che solo tra i giovani (15-34 anni) tutte le grandezze del mercato del lavoro peggiorano: meno occupati, più disoccupati, più inattivi, cambiando profondamente, a loro sfavore, la gerarchia nel mercato del lavoro, con particolare criticità nel Mezzogiorno, dove il tasso di occupazione attuale (29,8%) segna un ritardo di oltre 20 punti percentuali rispetto al tasso di occupazione del Nord (51,0%). Il tasso di disoccupazione, così come il numero di disoccupati, è tra l’altro cresciuto in tutte le classi di età. Tuttavia, l’aumento in punti percentuali di quello giovanile (+7,9) è circa il doppio di quello della fascia intermedia (+3,9 punti) e più del doppio di quello della fascia matura (+3,6). Nell’intera fascia di età lavorativa 15-64 anni il tasso di occupazione è tornato in sostanza quello di 10 anni fa (58,7%), così come è accaduto per il numero di occupati. Sono dati che però non tengono conto della qualità del lavoro e c’è da considerare anche il fatto che il tasso di occupazione italiano resta ancora distante da quello medio europeo e dei principali Stati (circa -16 punti dalla Germania, -6 dalla Francia e, addirittura, -3 anche dalla Spagna). Come possiamo vedere dai dati il cambiamento della composizione del mercato del lavoro richiede riflessioni profonde, in quanto se la domanda di lavoro che c’è, anche se scarsa per l’Italia, per il Sud risulta quasi inesistente, ma chiarito questo è fondamentale scommettere sulle giovani generazioni. Dobbiamo dare elementi utili ad affrontare l’ innovazione, potenziare le capacità digitali, abilità 4.0, di tutte queste elevate competenze si parla molto, ma riguardano ancora una quota assolutamente minimale e parziale del sistema produttivo.

Occorrono modelli nuovi, le politiche del passato non possono essere riproposte se si vuole generare nuova occupazione

SERVONO POLITICHE NUOVE RISPETTO AL PASSATO. Quindi da questo si evince che le misure incentivanti degli ultimi anni, si sono dimostrate del tutto insufficienti se non addirittura fallimentari in quanto non sostenute da politiche industriali, investimenti, sostegno alla qualità del lavoro e al suo riconoscimento sociale ed economico. Ed il timore che ho è, che come nel passato, le proposte che si evidenziano come azione per la dignità e contro la povertà del Governo, corrono il rischio di affrontare il nodo vero della mancanza di Lavoro e di una seria politica di investimenti per il Mezzogiorno ed il Sud. Seppur ho ben chiara la necessità di intervenire contro la povertà, le disuguaglianze, le ricadute sociali che i dati raccontano, con l’aggravate dei grandi divari territoriali, non possiamo non ragionare di investimenti reali unitamente a reddito di cittadinanza. L’alta disoccupazione giovanile di oggi è un ostacolo alla natalità e alla crescita del Paese e, senza correttivi, determinerà un impoverimento di natura previdenziale nel futuro, che rischia di pregiudicare la già fragile tenuta sociale del Paese, da qui bene interventi tampone per dare dignità con un reddito ma si lavori per creare Lavoro dignitoso. Il Governo del paese, se non sarà capace di mettere in campo un forte piano di investimenti pubblici e privati, un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile, una politica fiscale progressiva fortemente redistributiva a favore dei lavoratori e dei pensionati, si condanna a un lento, ma inesorabile, declino. Perciò in fine è certo che questi dati sono collegati principalmente agli interventi legislativi, come la legge Fornero, che hanno spostato ulteriormente in avanti l’età del pensionamento, ma come ho evidenziato e detto è l’attuale modello di sviluppo che non propone lavoro in qualità e quantità adeguate. Sbloccare quindi la possibilità di pensionamento è giusto e necessario, ma non è sufficiente.

(*): Segretario provinciale della Cgil Avellino