Cinque Stelle, Grassi: “Nessuna opzione è esclusa per le elezioni provinciali”

Il senatore irpino a tutto campo sui temi locali e nazionali, dal reddito di cittadinanza al bilancio comunale. Per Palazzo Caracciolo ancora necessari approfondimenti, prima di decidere il da farsi.

Il Movimento Cinque Stelle non ha ancora sciolto il nodo delle elezioni provinciali. Ogni ipotesi è sul tappeto. Inizialmente sembrava prevalere l’idea di non partecipare alla competizione, non essendoci i numeri per essere determinanti. Ma l’incertezza della partita, potrebbe aprire nuovi scenari.

A confermare la necessità di ulteriori approfondimenti è il senatore Ugo Grassi, che nell’intervista rilasciata a Nuova Irpinia, tocca diversi temi significativi del dibattito politico nazionale e locale.

Senatore, in quale direzione si muoverà il Movimento in vista dell’appuntamento elettorale delle provinciali? Resterete a guardare o cercherete di far pesare il vostro voto, anche senza una lista?

«Ogni valutazione è prematura. Al momento non è possibile escludere alcuna opzione. Saranno gli amministratori locali a esprimersi su una scadenza che li riguarda direttamente».

Parliamo del Comune di Avellino. Per il sindaco Ciampi non è facile andare avanti senza i numeri necessari per governare ed il clima a Piazza del Popolo diventa sempre più teso. C’è chi ritiene che siano proprio i vertici nazionali del M5S ad alimentare le conflittualità con gli avversari politici, per far saltare l’amministrazione e tornare alle urne. Ci dica come stanno realmente le cose…

«Non è affatto così. Innanzitutto non c’è alcun contrasto con il sindaco e con i consiglieri comunali. C’è un confronto costante, nel rispetto dei ruoli di ognuno. Semmai possono esserci differenze di sensibilità e di stile nel gestire le situazioni e nel comunicare con l’opinione pubblica. Al contrario, direi che l’intransigenza che si è registrata nei confronti degli avversari politici è stato un segnale lanciato a chi sta impedendo alla giunta di svolgere il proprio compito e lavora ai fianchi per chiudere in anticipo la consiliatura».

Sinora però il confronto non è stato facile. C’è ancora la possibilità di una collaborazione istituzionale?

«Siamo assolutamente disponibili a ragionare sulle proposte che possono essere utili alla città. Il sindaco si è dichiarato pronto a condividere idee e contributi per le linee programmatiche, ma senza alcuna contropartita. Sono esclusi accordi politici o incarichi gestionali».

Tra le questioni da affrontare c’è la difficile situazione finanziaria dell’ente, più grave del previsto, ma non dissimile da quella degli altri enti locali del Paese. Che ne pensa?

«Di sicuro le responsabilità del disavanzo non sono imputabili a noi. Mi sembra però che l’operazione verità che abbiamo avviato stia creando agitazione in chi non vuole che si faccia chiarezza, probabilmente perché preferisce che non si cambi registro nella gestione dell’ente o che non si approfondiscano le ragioni che hanno determinato questa situazione».

Il governo nazionale però è sotto tiro a causa dello sforamento del deficit al 2,4%, causato dal finanziamento del reddito di cittadinanza. Ritiene che questa sia la strada giusta per affrontare la crisi?

«Innanzitutto dobbiamo distinguere le situazioni: in questo caso non si tratta di spreco o di cattiva gestione delle risorse. Senza investimenti non è possibile uscire dalle secche della crisi e dare respiro ai cittadini che non arrivano a fine mese. Non siamo di fronte ad un finanziamento a fondo perduto, ma ad un intervento che entra in circolo nel sistema, genera nuove economie e fa ripartire i consumi, facendo aumentare il Pil. Va, infine, precisato che le entrate e le uscite del sistema Italia sono in equilibrio. A pesare sono gli interessi maturati sul debito».

In questo quadro che prospettive ci sono per il rilancio del Mezzogiorno?

«Il Mezzogiorno è una sfida che deve essere colta da tutto il Paese. Sono proprio le aree più svantaggiate, quindi non solo il Sud Italia, che hanno le potenzialità più significative di crescita. Ma occorrono importanti investimenti pubblici, come è avvenuto, ad esempio, durante l’unificazione della Ddr alla Germania Federale. Non è pensabile che Paesi in condizioni diverse, adottino stesse politiche. Ma non è tutto».

Dica pure…

«Le istituzioni italiane non possono accettare supinamente i diktat dell’Unione europea. Le limitazioni e i parametri imposti non consentono di affrontare e risolvere i problemi sociali, anzi li aggravano sempre più. Ma ormai se si solleva un dubbio o una critica rispetto alle politiche dell’Unione, si viene subito tacciati di essere antieuropeisti. La priorità, invece, dovrebbe essere la condizione di vita dei cittadini. In Grecia dopo la terapia d’urto imposta da Bruxelles i conti sono tornati a posto, ma la mortalità infantile è notevolmente aumentata, a causa dei tagli ai servizi essenziali, compresa la sanità, e del peggioramento delle condizioni materiali. Che razza di società, di politica e di Europa è quella che mette a rischio la vita dei bambini, in nome di un equilibrio dei conti?».

Andrebbe, quindi, riformata l’Ue?

«Assistiamo non solo ad una diarchia franco-tedesca che determina regole in base alle convenienze dei grandi interessi di parte, ma possiamo ben dire che ci sono forti limiti democratici negli assetti interni dell’Unione, con un Consiglio – che è il secondo ramo legislativo, insieme al Parlamento – che non è eletto dai cittadini. Le regole vengono assunte senza una verifica. I cittadini sono costretti a subirle».