Il segretario del Pd, Maurizio Martina, al Viva Hotel in occasione della campagna elettorale per le amministrative di primavera

Il Segretario nazionale Maurizio Martina annuncia Primarie Pd a gennaio, rompendo l’assedio del Nazareno delle opposte fazioni, quelle dei favorevoli e dei contrari a celebrare l’assise prima delle elezioni europee. La proposta avanzata dal Presidente del Partito, Matteo Orfini, di sciogliere il Pd per far posto ad un soggetto in grado di aggregare in forme nuove aveva scatenato l’ira di Nicola Zingaretti, Governatore del Lazio e candidato alla segreteria nazionale in pectore, che temeva l’ennesimo rinvio..

Delegati dei territori nella sede nazionale del Pd al Nazareno
• IL PARTITO IN PANTOFOLE 
IN ATTESA DELL'ONDA GIALLOVERDE

• SULLA SFIDUCIA A CIAMPI 
RESTA L'INCERTEZZA SUI TEMPI 

Le parole di Maurizio Martina innescano, se confermate da atti concreti nei prossimi giorni, il conto alla rovescia per la presentazione, delle candidature, quindi dei riposizionamenti interni, dal Nazareno all’ultimo circolo di periferia. In attesa di capire come si orienteranno i cattolici democratici, i passi di Zingaretti sul piano organizzativo vanno nella direzione di un cambiamento drastico rispetto al modello leggerissimo di partito realizzato negli ultimi anni. Nell’attuale difficile contesto dominato dall’anti politica, sembra puntare ad una vistosa apertura alla partecipazione e al protagonismo più ampio dei territori. Esattamente come accadde con le primarie del 2013 per la scelta del candidato a Palazzo Chigi, l’ex sindaco di Firenze potrebbe ritrovarsi costretto a giocare la carta della corsa alternativa al gruppo dirigente tradizionale, puntando ad affermare come allora un’alternativa interna ancorata alla prospettiva europea post-socialdemocratica (oggi) di stampo macroniano.

Il Presidente della Giunta Regionale del Lazio, Nicola Zingaretti, esibisce il manifesto della convention di metà ottobre, ‘Piazza Grande’

IL NODO DEI RAPPORTI CON IL M5S. Che Renzi possa pensare di tornare in campo lo dicono i calendari delle rispettive convention di Zingaretti e dell’ex premier. Se il primo ha fissato la sua “Piazza Grande” il 13 e 14 ottobre prossimi, sull’altro fronte in attesa del tradizionale appuntamento alla stazione della Leopolda Matteo Renzi ha dato appuntamento ai suoi in anticipo a Salsomaggiore Terme il 21 e 22 settembre. L’obiettivo sembra quello di anticipare il futuro avversario interno, chiamando a raccolta il suo stato maggiore per indurre gli alleati moderati di area cattolico democratica e popolare, ad esempio Areadem di Dario Franceschini, a ripensare il suo possibile appoggio a Zingaretti,  in vista di quello che accadrà a gennaio, un mese non scelto a caso.

Quello di gennaio potrebbe essere, come da tradizione italiana consolidata, il momento giusto per un cambio degli equilibri parlamentari in corsa, in caso di crisi tra i due alleati di governo. Si riproporrebbe ai Democratici il dilemma di un eventuale rapporto da aprire o chiudere al Governo con il Movimento Cinque Stelle.

Nel sostenere la necessità di rilanciare il Partito Democratico sui contenuti «e non stabilendo se far contare o meno gli iscritti…», ha dichiarato Renzi sui social media ripresi dalle Agenzie, si è retoricamente chiesto se «dopo 6 mesi di analisi psicologica e di terapia di gruppo qualcuno pensa ancora che dobbiamo fare l’accordo con i 5 Stelle…».

Da parte di Renzi c’è un pressing asfissiante sulla linea dell’opposizione, nel timore che la mancanza di un approdo e di una prospettiva possano far disperdere le forze parlamentari e nella società, a vantaggio di un soccorso ai pentastellati, che cominciano ad apparire vagamente provati (secondo i sondaggi) dal confronto mediaticamente impari con il titolare del Viminale.

Dario Franceschini, referente di Areadem e, sullo sfondo, Piero Fassino e Luca De Vincenti

Il segretario in carica resta sulla stessa scia dell’ex premier. Per Maurizio Martina, intervenuto alla Festa de L’Unità di Genova «il tema Pd non è il suo scioglimento, né il rinvio del suo Congresso», ma «costruire l’alternativa» di governo». Per questo, «il Congresso ci sarà, faremo le primarie a gennaio». Le parole dell’ex Ministro dell’Agricoltura hanno solo amplificato quello che già in mattinata aveva spiegato il coordinatore della segreteria nazionale del Pd, Matteo Mauri: «Le tappe del nostro Congresso sono esattamente quelle decise insieme con l’ultima assemblea nazionale che ha eletto Maurizio Martina segretario», aveva scritto in una nota. «Non servono speculazioni infondate che rischiano di creare inutili fibrillazioni», aveva aggiunto, spiegando che l’assise nazionale «del Pd si farà, come previsto, prima delle elezioni Europee e in quella sede ci si confronterà legittimamente su tutte le prospettive che verranno avanzate».

CON IL 17% IL PD HA PERSO L’EFFETTO ATTRATTORE. INEVITABILE IL CAMBIO DI PASSO SUI TERRITORI. Ancora deboli sui media digitali, in flessione su quelli tradizionali cartacei e televisivi, i Democratici oggi stentano a catalizzare l’opinione pubblica. Come ai tempi della ascesa berlusconiana, ma probabilmente molto di più oggi nel contesto dell’informazione personalizzata, il rifugio di una forza al momento di opposizione e minoranza non può che essere il territorio. Sono nel contatto diretto e riconoscibile, incarnato da militanti, dirigenti e rappresentanti istituzionali, i Democratici possono invertire progressivamente il trend di una immagine compromessa dal bombardamento mediatico digitale degli ultimi tre anni, dopo il trionfo alle europee con il 41%.

Considerando la sproporzione tra il consenso attribuito dagli istituti demoscopici al Pd e quello riconosciuto a Lega e M5s presi singolarmente o nell’alleanza gialloverde, i Democratici nella competizione elettorale non possono contare sul voto di opinione, cioè su quella percentuale di indecisi che fa pendere la bilancia del cosiddetto voto utile.

Isolati sul piano delle alleanze, sradicati dal territorio per effetto di scelte organizzative e politiche che hanno disarticolato il rapporto con rappresentanze istituzionali, dirigenti, militanti, hanno pagato negli ultimi mesi lo smantellamento della propria presenza sui territori, nelle città e nelle zone interne.

Il tentativo di concentrare l’attenzione sugli appuntamenti dedicati alla opposizione di governo, dalla manifestazione nazionale del 30 settembre a Roma contro l’Esecutivo di Giuseppe Conte, al Forum per l’Italia di fine Ottobre a Milano, può forse aiutare a recuperare visibilità presso i delusi dell’esperienza comune di Salvini e Di Maio, ma senza un ancoraggio locale, rischia di rivelarsi un palliativo. Nella concitata dialettica tra il Ministro dell’Interno e il titolare dello Sviluppo Economico, le due forze maggioritarie nel Paese stanno intercettando anche l’attenzione di chi si pone all’opposizione della linea dell’uno contro quella dell’altro. I margini per acquisire quote nuove di voto di opinione appaiono essenzialmente ristretti, almeno per ora.

IL CASO AVELLINO. L’allontanamento del partito dalle periferie, dalle zone interne, così come anche dalle aree metropolitane, il sistematico rinvio delle scadenze importanti per la democrazia interna e la modalità con cui si è proceduto alla elezione degli organismi dirigenti, ha sistematicamente depotenziato anche la capacità di governare i processi locali.

L’esempio più evidente è quello che in queste ore sta riguardando la città di Avellino, dove la linea su un tema delicato come la gestione della sfiducia all’amministrazione pentastellata nel Capoluogo non abbia trovato una sintesi compiuta presso gli attuali organismi dirigenti. Servirà un ulteriore confronto tra rappresentanze istituzionali apicali, nonostante le ore trascorse dai gruppi consiliari riuniti nelle attuale segreteria provinciale. La cifra della rappresentatività di congressi costruiti sulle circolari, le continue interpretazioni regolamentari, la compilazione di anagrafi elettorali che in realtà dovrebbero meramente recepire le iscrizioni regolari, unitamente alla penalizzazione delle figure maggiormente rappresentative nelle fasi di scelta delle candidature, costituiscono il principale ostacolo sulla strada del rilancio per questo partito.

In questo contesto delineato, la scadenza congressuale non sarà un passaggio più o meno  burocratico, ma si scontreranno visioni forse addirittura antitetiche del partito, della sua organizzazione, delle strategie sulle alleanze.

Il nuovo ordine cambierà il modo di stare dentro il Pd. Per questo, a cascata dovrà riguardare ogni livello, dal circolo più piccolo di periferia all’assemblea nazionale.