Uno dei vigneti dei Fratelli Addimanda a Taurasi

“Da due ceppi ultra centenari nasce il Taurasi del futuro”. Il progetto è di Gianluigi Addimanda, l’agronomo dell’azienda vitivinicola “Fratelli Addimanda” nata da appena un anno a Taurasi e gestita a conduzione familiare, ma progettata da anni.

Un lungo percorso di studi e sperimentazioni decennali sul campo lo hanno preparato per la sfida lanciata oggi: recuperare due vitigni ultra centenari custoditi gelosamente da suo nonno emigrato in America, reinnestati per produrre una varietà di vino unica al mondo, spiega. Nei prossimi giorni esporrà il nuovo prodotto nella prestigiosa vetrina del Vinitaly a Verona.  Gianluigi Addimanda crede nel futuro dell’Irpinia e nelle potenzialità di questa terra. Non trattiene il suo entusiasmo nel lanciare il suo piccolo appello ai giovani che fanno le valigie per tentare la fortuna altrove: “L’America è qui, se sappiamo cercarla: c’è terra e ricchezza per tutti”.

Il Taurasi degli Addimanda

Gianluigi Addimanda, come è nata la sua azienda?

“La nostra è un’azienda a conduzione familiare nata lo scorso anno a Taurasi, grazie a dei terreni ereditati per diverse generazioni. In particolare, il terreno su cui sorge la cantina è stato acquistato da mio nonno. Emigrato in America negli anni ’50 ha investito tutto il frutto del suo lavoro qui a Taurasi. E ha scelto bene, questi terreni custodiscono un tesoretto”.

Quale?

“Ceppi secolari di viti di aglianico, di Taurasi Starse e di Roviello Bianco, meglio conosciuto sul posto come “Greco musc”. Il vitigno Greco quando arriva a maturazione diventa appassito, letteralmente ‘moscio’…”.

È partito da questo?

“Sì. La presenza di questi due ceppi secolari viventi ci ha illuminato la strada. Mio nonno prima e mio padre poi, mi hanno insegnato il vecchio sistema di allevamento a raggiera: esattamente come i cerchi concentrici di una bicicletta, come su una ruota, ogni vite è legata all’altra e al centro, da dove camminano i tralci fruttiferi. La reinterpretazione dei classici sistemi di allevamento è stata declinata alla meccanizzazione moderna.”

Che età hanno i ceppi delle viti, che si prepara a vinificare nuovamente?

“Il nostro Taurasi Starse – che deriva da Starseta, un sistema di terreno non modificato- fa parte dei ceppi secolari di viti, parliamo di 200 anni. Non hanno subito alterazioni. Come agronomo sono riuscito a sperimentare la cattura del materiale genetico, ovvero le gemme, e le ho riprodotte nei terreni, azzerando ogni tipo di contaminazione. Ho preso il materiale clonale e riprodotto i vitigni storici. Questo mi consentirà di presentare un prodotto unico nel suo genere ai mercati internazionali”.

Lei ha inaugurato la sua cantina nel 2018, ma la sua sperimentazione sul campo quando è iniziata?

“Ho iniziato nel 1993. Ogni anno mi sono dedicato ad un vigneto, puntando ad avere un vino di grande qualità, che arriva soltanto quando il vigneto è maturo. Oggi è in commercio il Taurasi 2014, ma il vigneto è del 1993. In questo lungo tempo ho avuto modo di progredire, reimpiantando entrambe le varietà”.

I suoi procedimenti hanno quindi richiesto un lungo processo preparatorio…

“La trasformazione delle uve è un processo che in Irpinia è esploso da pochi lustri, in passato l’attività era tutta concentrata sulla produzione e la vendita delle uve ai trasformatori. Il crollo del prezzo intorno al 2007 ha innescato la svolta. Ho iniziato molto prima di allora, in un’epoca diversa da quella attuale, puntando a realizzare il mio progetto nei tempi necessari, senza fretta.

Quante bottiglie riesce a mettere in cantina?

“Abbiamo 8 ettari di vigneto, che a regime producono 100 quintali di uva all’anno, ma bisogna considerare le variabili climatiche, come le gelate tardive che azzerano la produzione. La potenzialità di 560 quintali di vino all’anno, ma questo avverrà soltanto quando il progetto sarà pienamente realizzato. L’ultimo impianto risale al 2016, e quando anche questo andrà a maturazione prevediamo circa 130 bottiglie per quintale”.

Qualità e quantità sono due obiettivi antitetici?

“Nel nostro caso sì: la salvaguardia dei ceppi ultrasecolari e la elevata qualità della cantina implica dei limiti fisici per dedicarci alla quantità. Badiamo a preservare caratteristiche particolari che si trovano soltanto in questo vigneto, quindi possiamo produrre poche bottiglie”.

La morfologia dei vigneti irpini è micro frazionata. Per questo è elevata la qualità ma le produzioni sono spesso di nicchia?

“Le aziende micro frazionate hanno un alto dispendio di energia, ma sono anche avvantaggiate perchè garantiscono sempre la produzione in qualunque condizione atmosferica dell’annata. Ci sarà sempre un vigneto meno colpito di altri dalle piogge, o più esposto a sole”.

La sua cantina oggi è presente sul mercato con tre tipologie di vini, e state per affrontare la prima esperienza al Vinitaly da espositori.

“Siamo presenti con l’etichetta ‘Aciniell’ che è un Igp prodotto con uva ad acini piccoli, con il Campi Taurasini Doc e il Taurasi Starse Docg, prodotti esclusivamente da nostre uve. A breve vivremo la nostra prima esperienza al Vinitaly di Verona con un marchio e un progetto tutto da realizzare”.

Quali sono le aspettative rispetto alla partecipazione a questo evento?

“Finalmente abbiamo la possibilità di proporci in una vetrina internazionale e far conoscere il nostro prodotto e la nostra visione del prodotto. Vogliamo esportare il nostro ‘made in Italy’ irpino e conquistare i mercati degli Stati Uniti, nord Europa e Russia. Vogliamo contribuire alla creazione di un brand Irpinia e costruire un programma di sviluppo per questa provincia, che merita molto di più di quello che sta offrendo. Qui da noi c’è più offerta che domanda, quindi l’internazionalizzazione è la chiave”.

Al di là della sua mission imprenditoriale, Lei dimostra di credere molto nelle potenzialità del territorio. 

“Sono stato l’unico componente della mia famiglia a credere in questa terra e a investire per realizzare qui il mio futuro. Emigrare nelle città o fuori dai confini nazionali non porterà a niente. Mio nonno è emigrato in America ma è tornato per comprare la terra qui, i miei genitori sono emigrati al Nord per lavorare negli uffici pubblici e i miei due fratelli sono emigrati con la laurea per realizzarsi professionalmente. Oggi sono io ad averli richiamati a Taurasi per affidare loro compiti di grande professionalità, la commercializzazione e la distribuzione del nostro vino”.

In Irpinia si è affermato un Consorzio di Tutela. Da produttore che ne pensa?

“L’ente dovrà dotarsi di figure tecniche specializzate per veicolare fuori i nostri prodotti. Ci aspettiamo che porti qui grandi buyer del settore da tutto il mondo e che renda spendibile un brand; ci aspettiamo che si affianchi ad una scuola specializzata nell’ospitalità, e che i castelli irpini siano aperti tutte le domeniche. C’è molto da lavorare”.

Crede nell’enoturismo? 

“Non ho bisogno che una domenica di primavera arrivi a Taurasi una comitiva da Napoli. Il mio obiettivo è ottenere una vetrina riconoscibile nelle mete turistiche della costiera amalfitana, essere presente sulle carte dei vini dei grandi ristoranti frequentati dai magnati industriali di tutto il mondo”.

Il giornalista Paul Balke nell’intervista resa a Nuova Irpinia, ha sottolineato l’assenza dell’Irpinia dalle mete turistiche campane e quindi la debolezza del brand Irpinia. 

“La sua analisi è condivisibile. L’autorevolezza e il carisma di Paul Balke può aiutarci a guardare oltre l’orizzonte dei nostri confini. Si deve guardare al contesto, serve una visione più ampia. Bisogna ammettere che poche aziende fanno promozione all’estero, ma è pur vero che il mondo è grande e che c’è mercato per tutti. La produzione interna è ancora insufficiente. Bisogna costruire una adeguata e vincente politica di marketing per costruire tendenze e appetibilità del vino e quindi del territorio”.


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