Montoro, Pip in fase avanzata. Critiche da Petraccaro sull’impatto ambientale

L'architetto critica ferocemente la trasformazione dell'area di insediamento produttivo. Pur condividendo la necessità di realizzare infrastrutture produttive industriali contesta il sacrificio di un'area ambientale di pregio, con forti potenzialità agricole, prossima a insediamenti rurali

Con una lunga nota l’architetto Carmine Petraccaro di Mercato San Severino interviene sulle modalità di progettazione del Pip di Montoro tra Chiusa e Torchiati. E lo fa puntando l’indice sull’impatto che il piano di insediamento produttivo ha nell’area scelta per l’opera.  «Penso che aldilà delle strumentalizzazioni politiche e partitiche il Piano degli Insediamenti Produttivi alla frazione di Torchiati e Chiusa di Montoro merita una riflessione», spiega l’architetto Carmine Petraccaro.

«DUBBI E CRITICHE SULLA VISIONE DI QUESTO LUOGO». «Per vari motivi sono stato costretto ad occuparmi dell’Area Industriale a confine della Zona Consortile del Comune di Solofra a valle del depuratore con le opere infrastrutturali ormai in fase avanzata. Devo premettere che non voglio entrare nel merito della opportunità di programmare un’Area Industriale per accogliere industrie di grandi dimensioni all’interno di un “territorio vallivo” che già di per sé mostra la sua complessità», si legge. «Stiamo parlando di un territorio quello Montorese che si stava a piccoli passi negli anni 90 del secolo scorso avviando su di un percorso di ‘riqualificazione ambientale’ puntando sull’utilizzo delle risorse disponibili e programmando interventi compatibili con il contesto già fortemente antropizzato, avviando il recupero e catalogazione del Patrimonio Architettonico e Storico disponibile e che all’improvviso ha scelto la ‘vocazione industriale’” per il suo futuro», argomenta Petraccaro, prima di entrare nel merito.

 

DA AGRICOLTURA A INDUSTRIA; UNA SCELTA A FREDDO. «In maniera del tutto anomala e in controtendenza rispetto a tutto quanto viene detto e scritto sullo ‘sviluppo compatibile’, si trasforma in “Zona Industriale” l’unica Zona Produttiva dal punto di vista agricolo del territorio Comunale». Secondo Petraccaro «tutto ciò lo si può facilmente leggere mettendo a confronto la vecchia mappa aerea con l’attuale stato dei luoghi». Inoltre, «bisogna anche valutare lo stato dei residenti per lo più occupati nel settore agricolo, che riuscivano grazie a particolari coltivazioni come la nocciola e altre produzioni stagionali a recuperare un reddito di tutto rispetto per oltre 150 abitanti (circa 45 famiglia)». Petraccaro evidenzia il contesto ambientale, prossimo al Torrente Solofrana, all’interno di una zona fertile per l’agricoltura. «La prima domanda a cui bisognerebbe dare una risposta è quale valutazione è stata fatta dal Governo del Territorio per consentire questo ‘aborto urbanistico’ irreversibile?». L’architetto di Mercato San Severino solleva una serie di interrogativi. «Mi chiedo se la natura del sito, parzialmente acclivato ed a tratti, come in prossimità del Torrente Solofrana con ‘acclività innaturali’ causate dell’erosione e che ha portato quasi una ‘estemporanea’ formazione dei Lotti con un ulteriore stravolgimento dell’area, è stato valutato».

CAMBIA L’IDENTITÀ DEL TERRITORIO. Nella sua analisi, Petraccaro rileva quello che definisce «uno stravolgimento dell’area», che ignora la presenza degli edifici rurali preesistenti intorno, «dove già in parte risulta compromessa l’accessibilità». Per l’architetto, «non c’è nulla che possa tenere insieme tutto ciò, possiamo solo immaginare uno sviluppo parziale dell’intera area e di una nascita di un non luogo». L’aspetto ancora più inquietante e che l’aver affrontato il tema in questo modo porterà in crisi proprio il sistema infrastrutturale, con conseguenze gravissime anche sui costi gestionali che purtroppo graveranno sulla comunità non certo sulle aziende essendo le infrastrutture che si andranno a realizzare di interesse pubblico. Proseguendo, Petraccaro rimarca alcuni limiti che ravvisa nella pianificazione delle opere viarie d’accesso, ma il suo giudizio riguarda essenzialmente il mutamento dei luoghi. «Le scelte operate hanno comportato un intervento invasivo, cambiato la morfologia del luogo trasformando una valle verde con la sua produttività agricola, e case sparse in una sorta ‘piattaforma logistica’. Non credo che un territorio come quello Montorese meritava tutto ciò». Il riferimento è allo «sradicamento degli alberi di ciliegio, di noci, di ulivo, di noccioli, di querce, di pioppi, di betulle, ecc.. piante che in presenza di una attenta pianificazione, non solo avrebbero contribuito da sole alla salvaguardia dell’area e delle infrastrutture anche dal punto di vista idrogeologico ma soprattutto avrebbero contribuito a non realizzare un angolo di suolo ‘lunare’ dove impiantare le aziende». Infine, Petraccaro si pone interrogativi sulla compatibilità tra il progetto del Pip e la natura di un’area prossima al torrente, quindi soggetta alle limitazioni imposte per questa tipologia di suoli.

AREE INDUSTRIALI E ASPETTO ESTETICO. La critica conclusiva riguarda lo stile dell’intervento. «Non si comprende come mai le Aree Industriali del Sud sono ghettizzate, inguardabili e malsane mentre nel Centro e nel Nord dell’Italia somigliano a vere e proprie zone residenziali».Confermando la validità del Pip come strumento per lo sviluppo economico inm a fase “post industriale”, ritiene non condivisibile l’assenza di «una discussione, un dibattito, la presentazione alla comunità di un progetto».


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