IIA, Centrella (Cisal): il nodo sono le gare e… il sindacato

Il segretario nazionale di Cisal Metalmeccanici interviene sulle principali vertenze del territorio, ragionando anche sulle prospettive di sviluppo dell'Irpinia e sulla congiuntura economica del Paese

Giovanni-Centrella

«Il vero problema della Iia è rappresentato dalle gare di appalto»: il neosegretario nazionale della Cisal Metalmeccanici, l’irpino Giovanni Centrella, prova a mettere a fuoco i punti critici da affrontare, per garantire un futuro allo stabilimento di Flumeri. Nell’intervista rilasciata a Nuova Irpinia, il dirigente sindacale ha anche analizzato le questioni inerenti lo sviluppo del territorio e le prospettive economiche del Paese.

Segretario, la vertenza dell’ex Irisbus, l’Industria italiana autobus, appare sempre più insidiosa e senza riferimenti sicuri. Qual è la situazione?

«Mi verrebbe da dire che la responsabilità di questa vertenza senza fine è di noi sindacalisti. Quando fu proposta l’acquisizione dello stabilimento da parte di DR Motor ci siamo opposti. Fu un errore. L’accordo prevedeva anche che alcuni motori della Fiat fossero prodotti lì. Ci siamo fidati degli altri interlocutori. Abbiamo, poi, visto come è andata». (Leggi l’articolo)

Si attende un intervento decisivo del governo, che tarda ad arrivare.

Lo stabilimento Iia di Flumeri

«Al di là dell’intervento del governo, resta un problema di fondo: le gare di appalto. Il mercato non manca. In Italia c’è un parco autobus vecchio, che dovrebbe essere sostituito, ma la difficoltà nasce dalla capacità dell’azienda che ha rilevato l’impianto produttivo di Flumeri e della ex Breda Menarini di Bologna, di riuscire a vincere i bandi di gara con la concorrenza delle società straniere, che puntano al ribasso. La dismissione dello stabilimento da parte della Fiat, non avvenne per caso».

E come se ne esce?

«Soltanto con un intervento mirato e coraggioso. Il governo dovrebbe farsi carico direttamente della situazione, sotto il profilo economico. Altrimenti si gira attorno al problema. Si tenga conto che l’ex Irisbus ha una significativa incidenza sul Pil dell’Irpinia: per ognuno dei 290 dipendenti ce ne sono 2,5 che lavorano nell’indotto ed un altro nel secondo indotto».

Lo stabilimento della Fca a Pratola Serra, alle porte di Avellino

Futuro incerto anche per l’Fca di Pratola Serra?

«Prima di esprimere valutazioni catastrofiche, credo che dobbiamo conoscere i piani dell’azienda: il motore diesel verrà ancora prodotto o no? Nel caso in cui si decidesse di puntare su quello elettrico, sarebbe un grande problema. La diffusione e la domanda di questo tipo di motore è ancora limitata. Per il momento Fca ha effettuato investimenti, non credo voglia guardare ad un mercato di nicchia».

Partendo da un’analisi della situazione attuale, che prospettive può avere il comparto industriale in provincia di Avellino? Ci sono le condizioni perché diventi, superata la crisi, un settore trainante per lo sviluppo?

«Tranne poche realtà di primo livello, l’Irpinia non ha un grande complesso industriale. Il problema è che mancano le infrastrutture. Perché un imprenditore dovrebbe investire qui, senza servizi? Le infrastrutture che esistono sono ormai vecchie, risalgono agli anni Ottanta. La classe dirigente dovrebbe, quindi, pensare ad agevolazioni ed investimenti in direzione dell’agricoltura, agroalimentare e del turismo. Questi settori hanno ampi margini di crescita. Ci sono potenzialità inespresse legate al territorio e attrattive da valorizzare. E’ soprattutto di qui che passa lo sviluppo».

C’è chi dubita che un’economia senza industria possa soddisfare per intero la richiesta di lavoro che si registra nelle aree interne e si ritiene che la modernizzazione passi necessariamente attraverso il sistema industriale. Come risponde?

«Io sono fortemente legato al comparto industriale, ma credo che non si possano ignorare i dati ed il contesto nel quale si va ad operare. L’agricoltura ed i servizi sono comunque settori importanti con prospettive di crescita. Nel dopo terremoto in Irpinia si sono concentrati ingenti finanziamenti, ma gli insediamenti nei nuclei industriali sono stati limitati ed i risultati scarsi. Le aree industriali nel tempo si sono trasformate in spianate desertiche, con pochi fiori all’occhiello, come ad esempio l’Ema. Bisogna prendere atto del fallimento. E a quell’epoca c’erano, mi permetto di dire, politici di ben altra caratura e peso».

E ai nuovi rappresentanti istituzionali cosa sente di dire?

«Il ricambio generazionale è un fatto naturale. Ben vengano i giovani in politica, ma servono persone preparate. E’ tempo di superare beghe e recriminazioni. Non si può soltanto esprimere giudizi sugli altri o sul passato. I problemi vanno approfonditi e individuate soluzioni idonee. Tra le nuove leve seguo con attenzione la parlamentare Maria Pallini, perché mi sembra vicina alle questioni del territorio. Non dimentichiamo poi che questa provincia ha comunque rappresentanti che rivestono ruoli importanti, come il sottosegretario agli Interni. E’ tempo che diano risposte ai bisogni».

Da anni si parla della riorganizzazione delle Asi. Pensa che possano avere ancora un

L’ingresso ai vecchi uffici avellinesi del Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Avellino, l’Asi

ruolo e quale?

«In teoria possono averlo, ma il punto è comprendere quali prospettive di crescita industriale ci sono. E’ necessario, come dicevo, investire in infrastrutture, ma è difficile modificare l’attuale sistema, avendo peraltro cura di tutelare il territorio con le sue ricchezze naturali. Al Nord ci sono condizioni diverse, costruite su lungo termine. Pensiamo ai costi dell’energia o a quelli della distribuzione, legata alla rete dei trasporti. Cambiano decisamente da area ad area del Paese. E’ difficile essere competitivi, con simili divari di partenza».

Nell’impianto concettuale di fondo dell’Area vasta di Avellino, si è immaginata una prospettiva di crescita collegata all’ipotesi di trasformare il capoluogo in vetrina delle eccellenze della provincia, alle attività retroportuali di Salerno, alla modernizzazione delle linee ferroviarie, anche a supporto dell’Università e dei servizi ad essa collegati. Che ne pensa?

«Mi sembra una prospettiva ragionevole. Nessuno però sinora ha pensato alla possibilità di investire sull’allungamento del tracciato con la Circumvesuviana, che arriva sino a Baiano, che connetterebbe Avellino, ma non solo, in maniera veloce e diretta a Napoli, e renderebbe più raggiungibile il comprensorio a fini commerciali».

Proviamo ad allargare lo sguardo. Come valuta i segnali economici che si registrano in questo momento e le iniziative del governo?

«Partiamo dal presupposto che i risultati di oggi non sono collegati all’azione di questo governo. I frutti del lavoro dell’attuale esecutivo si potranno eventualmente vedere soltanto nei prossimi mesi. Sul decreto “Dignità”, con il quale si intendeva contrastare il fenomeno del precariato, posso dire che si poneva un obiettivo giusto, ma che sta determinando l’effetto contrario, almeno in questa fase specifica. Sta generando nuova disoccupazione. Le aziende in una congiuntura difficile preferiscono investire a breve termine. Il provvedimento, quindi, andava congeniato a tappe, con passaggi intermedi».

Per uscire dalla crisi non sarebbe utile, come pure viene invocato da qualche parte, un piano di investimenti pubblici?

«La prima questione che bisogna porsi è se si ritiene prioritario rispettare i parametri europei o investire nel sistema-Italia. Un piano di investimenti pubblici diventa impossibile con i vincoli imposti dall’Ue. Nel momento in cui si è però deciso, come hanno fatto Conte, Salvini e Di Maio di non rispettare i vincoli, per finanziare le clausole di salvaguardia per l’Iva ed il reddito di cittadinanza, sarebbe stato opportuno immaginare uno sforamento anche superiore, immettendo nel Paese risorse per investimenti duraturi. Ma si è preferito non osare troppo, per salvare – come si suole dire – capre e cavoli».