Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”

Un’autobiografia sotto forma di romanzo, in cui l’autore inserisce la storia della sua famiglia, descritta attraverso varie generazioni, che mantengono vivo il valore della tradizione

A cura di Ilde Rampino

La condizione degli ebrei  a Gerusalemme negli anni ’40 e la sensazione palpabile dell’odio nei loro confronti da parte degli arabi è il tema attorno a cui ruotano le vicende di questo bellissimo libro, un’autobiografia sotto forma di romanzo, in cui l’autore inserisce la storia della sua famiglia, descritta attraverso varie generazioni, che mantengono vivo il valore della tradizione. Egli si pone sulle tracce di quel percorso: “volevo una vita onesta e semplice, come un bicchiere d’acqua in una giornata afosa”.

La situazione politica difficile, la comunicazione difficile attraverso le telefonate agli zii a Tel Aviv, considerate una sorta di “occasione solenne”: la situazione era appesa ad un filo, c’erano disordini politici dovunque e non si era certi che avessero potuto telefonare di nuovo; il senso di precarietà era profondo ed autentico, come anche il sentimento di marginalità e ricerca affannosa di un proprio ruolo.

L’autore descrive meticolosamente le sue stanze, piene di oggetti, che avevano un significato importante, in cui aveva trascorso la sua infanzia. Il caleidoscopio di personaggi con cui il piccolo Amos entrerà in contatto è assolutamente variegato: dai vicini di casa, che costituiscono quasi un’appendice della sua famiglia, ai poeti e gli intellettuali che frequentavano la sua casa e che instilleranno in lui i prodromi di una coscienza politica, contro l’ingiustizia e lo sfruttamento, ai nonni e i suoi antenati, di cui descrive la grande capacità organizzativa e spirito di iniziativa commerciale, ma anche la capacità di avvicinarsi alla comprensione degli altri e decifrando l’anima delle persone.

La nonna, dotata di un carattere particolare, ma preda di un esagerato terrore dei microbi, illumina la sua vita, circondandolo di affetto e insegnandogli che il mondo è magico e bisogna credere ai sogni, sperimentando l’eternità dello spirito, mentre l’amore è semplice gioia e accettazione dell’altro, senza il senso del peccato e del sacrificio e che è importante dare un valore all’altro, perché “si ha solo quello che si dà”. L’importanza del senso di famiglia che a volte sfociava nell’invadenza si esplicava anche nel tramandare gli eventi cruciali della loro vita, attraverso il racconto di storie che spesso mettevano in risalto l’importanza per gli ebrei di comportarsi bene per dare una buona impressione ai gentili.

La figura preminente della sua famiglia che rappresentava un faro per tutti, era zio Yosef, valente linguista, ansioso di gloria, impegnato in politica e dotato di una immensa cultura che spesso diventa una presenza quasi scomoda, soprattutto per il padre con cui doversi confrontare. Il rapporto di Amos con suo padre era difficile, a causa dell’umore irrequieto del padre che aveva un rapporto quasi carnale con i suoi libri, li considerava quasi come suoi figli; quando sarà costretto a venderli, avrà una dimostrazione di affetto autentico, perché un suo amico scrittore li acquisterà, tacendo il suo gesto.

Il ragazzo vivrà la sua vicinanza attraverso lunghi silenzi e un profondo senso di solitudine, perché entrambi si rifugiavano nella lettura e vagavano tra “i  boschi di parole”: vi è un momento cruciale di profondo cambiamento dopo la morte di sua madre, quando essi si ritrovano a fronteggiare un dolore incommensurabile: si trovano faccia a faccia, indifesi, senza la figura della madre che manteneva vivi i ricordi del loro passato e rappresentava un ponte tra le loro due solitudini e quando il padre lo abbraccia, fu come “se al buio mio padre fosse diventato mamma”.

L’evento che segna profondamente l’esistenza di Amos è il suicidio della madre, quando egli aveva appena dodici anni e l’autore descrive con lucidità e profonda amarezza quel momento, l’abbandonarsi lento, a tratti consapevole della madre alla sua malattia, le sue frequenti emicranie, i suoi momenti di ripresa, in cui si occupava dei suoi cari e aveva con il figlio un rapporto fatto di profondo affetto, senza tante parole. Alla sua morte qualcosa si spezza irrimediabilmente, egli avverte un senso di colpa e si sente indegno di amare, prova odio e tristezza per essere stato abbandonato, mentre sembra spegnersi del tutto il fremito dell’energia vitale. Affiorano i ricordi, come il particolare della grande tenerezza con cui sua madre lo aiutava ad infilare il piede in una scarpa. Amos ricorda la fugace intromissione di lei nei discorsi tra uomini e il suo bisogno di ritagliarsi qualche momento per sé, ma senza spezzare il filo di affetto che lo legava a lui, attraverso la “storia incrociata” in cui i fili delle storie si intrecciavano tra loro.

Alla fine egli sceglie di vivere nel Kibbutz Helda, per iniziare una nuova vita, in cui nel suo cuore non c’era più “una matassa sfilacciata di tristezza e finzione; la sua è anche una scelta politica, non dimenticando mai la data importante del 29 novembre 1947, in cui venne creato uno stato arabo e uno ebraico.