La sede del Coordinamento provinciale PD ad Avellino, in via Tagliamento

Nel Pd avellinese il monito unitario lanciato da Nicola Zingaretti ha probabilmente fornito la chiave per uscire dalla crisi di leadership che dura da due anni. «Non dobbiamo reprimere il pluralismo delle idee che c’è in un grande partito. Dobbiamo costruire un partito con un leader e non il partito del leader», ha spiegato ad Avellino, ripetendo un concetto che sta dispensando sovente nel Paese, visitando le piazze più difficili per una forza politica lacerata da individualismi, ambizioni, tatticismi e, perchè non dirlo, opportunismi.

Nicola Zingaretti stringe la mano al Pontefice, Francesco, dopo la sua visita a Città del Vaticano

Il Governatore del Lazio, candidato a guidare il Pd nella risalita dall’attuale ruolo di opposizione marginale a Roma e in molte regioni, ha ricordato al gruppo dirigente irpino che è giunto il momento della responsabilità. Nella attuale fase della politica italiana il capo del partito non può essere un notaio delle correnti, come da marzo a dicembre è stato il segretario uscente Maurizio Martina, nè un azionista totalizzante sul modello di Matteo Renzi. Serve una leadership forte e autorevole in grado di dialogare e farsi carico delle proposte, con la consapevolezza che dopo la discussione va fatta una sintesi, esercitando la potestà democratica riconosciuta dal consenso raccolto al congresso e alle primarie. Serve un leader legittimato ad includere le energie che la società e il quadro politico prossimo offrono, superando una anacronistica logica dei veti o, peggio, della fazione.

Nel ragionamento di Zingaretti, funzionale a riportare dentro il Nazareno ciò che si è perso nel Paese reale più che nel ceto politico, il Pd deve diventare un campo,  al di là del partito, affidato ad una leadership in grado di unire con l’intelligenza, seguendo un disegno frutto del pensiero. Il rilancio non potrà avvenire sulla contrapposizione, sulla interposizione o sul tatticismo contingente. In presenza di correnti forti ma divergenti, grandi leader hanno saputo nella storia politica italiana unire forze e componenti anche molto diverse calandole in un disegno preciso, in una prospettiva. Nelle diverse stagioni democristiane è accaduto con Alcide De Gasperi, con Aldo Moro, negli anni Ottanta con Ciriaco De Mita.

In un partito come quello irpino, dove in molti ritengono di avere in tasca la patente del leader, la condizione di guerra permanente impone la conta.

La presidente del Consiglio regionale della Campania, Rosa D’Amelio

Rosetta D’Amelio lo ha chiaramente affermato in una intervista a nuovairpinia.it recentemente. “A prevalere devono essere la saggezza, la volontà unitaria, l’interesse generale del partito e della comunità, rispetto a quello personale”, ha premesso,  spiegando che anche “chi ha deciso di non partecipare al congresso provinciale, preferendo la follia del ricorso in Tribunale, ora ha la possibilità di cambiare registro e confrontarsi”. Viceversa,  “se poi si rivendicano ruoli e si preferiscono le conte, è comunque il momento di dimostrare quanto si vale. Lo dico senza spirito polemico”.

Ida Grella, coordinatrice della Associazione ‘Democrazia compiuta’

Pronta ad accettare la sfida della Presidente del Consiglio Regionale è una dirigente di punta di Areadem, la componente in prima linea nel sostegno a Nicola Zingaretti, guidata in Irpinia dal senatore Enzo De Luca.

Ribadendo il proprio giudizio critico sulle modalità di svolgimento dell’ultimo congresso provinciale, Ida Grella a nuovairpinia.it ha spiegato che il Pd può ripartire solo “dal rispetto delle regole”, non solo nella fase congressuale. Un partito non può essere considerato come un tram, dal quale si sale e si scende, in base alle convenienze”. Grella ha chiarito il suo punto di vista citando casi concreti. “Della segreteria provinciale fa parte, ad esempio, il vicesegretario di Scelta civica, persona vicina ad Angelo D’Agostino, cha ha preso strade differenti dal Pd. Ed ancora, non è possibile che alle elezioni rappresentanti del Pd lavorino contro il partito e sostengano avversari politici. C’è persino chi, pur rivestendo importanti ruoli istituzionali, considera il Pd come ‘un brand che non tira più’. Il senso dell’appartenenza non può essere a corrente alternata”.

Angelo D’Agostino, già deputato con Scelta Civica. È imprenditore ed editore

Dunque, una conta che azzeri le contrapposizioni in un partito finalmente espressione di un consenso raccolto democraticamente in maniera trasparente, su leadership riconoscibili pronte a misurarsi a viso aperto senza intermediari, risolvendo nel congresso, non nelle istituzioni, i problemi della linea, del progetto e delle alleanze.

Nello scenario politico nazionale e meridionale, che vede le forze al governo in affanno da appena otto mesi, a meno di un anno dal voto del 4 marzo, anche la spinta ad un civismo non adeguatamente caratterizzato sul piano politico è destinato a incontrare difficoltà nei prossimi mesi, quando inizierà la polarizzazione della parte di elettorato deluso contro le forze dell’attuale maggioranza.

La strada sembra tracciata attraverso le prossime scadenze elettorali, ai nastri di partenza delle quali il Partito Democratico dovrà arrivare con un leader eletto democraticamente come tale, dotato della autorevolezza che solo l’investitura popolare potrà conferire.

Solo quel gruppo dirigente potrà assumere impegni con alleati ed elettorato.

Una vista del centro urbano della città di Avellino

 

 

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