Il candidato sindaco di Avellino alle elezioni del 2018, Nello Pizza, a capo di una larga coalizione di Centrosinistra

L’esito del voto nelle ultime elezioni provinciali in irpinia potrebbe frettolosamente essere liquidato come l’ennesimo capitolo della ‘faida’ interna ai Democratici. Si potrebbe imputare la sconfitta patita dall’incolpevole candidato Michele Vignola ad una grande alleanza piena di falle e, per questo, incapace di concretizzare la superiorità dei consensi tra gli amministratori.

In realtá c’è da chiedersi se è un caso che le circostanze di questa prova insufficiente della coalizione Pd-Popolari ricalchi fedelmente lo schema della precedente sconfitta al Comune capoluogo. C’è da domandarsi se non ci sia un disegno.

Il voto disgiunto ha colpito ancora una volta in maniera determinante, come dimostrano i numeri. Le due liste di sostegno a Vignola hanno raccolto insieme 46.071 voti ponderati contro i 43.018 voti di Michele Vignola. Una differenza di 2.463 voti, sottratti al Sindaco di Solofra e passati a Biancardi, che ha preso 46.218 preferenze. Basterebbe togliere i 2.463 voti a Biancardi e spostarli su Vignola, per avere quest’ultimo presidente della Provincia con ampio margine. Al Comune capoluogo Nello Pizza, avanti al primo turno con il doppio dei voti ottenuti dall’avversario, è stato costretto al fatale ballottaggio proprio per l’emigrazione di voti disgiunti in varie direzioni, tra cui i 5 Stelle. Il risultato è stato un Consiglio a maggioranza di Centrosinistra con un sindaco espressione del Movimento di Grillo.

Voti alla mano, il candidato del Centrosinistra si è ritrovato alla Provincia una bella fetta di consenso in meno non per colpa di Vincenzo Alaia, che il suo apparentamento con Biancardi lo ha dichiarato pubblicamente in tutte le sedi, ma per responsabilità di alcuni settori del Pd. Certo, qualche voto può essere scivolato via dai Popolari, ma il grosso manca dalla casa dei Democratici. E individuarne la probabile origine non è poi tanto difficile se si applica la logica.

Non può avere boicottato chi Vignola lo ha sostenuto in una trattativa difficile, fino all’ultimo incerta, sbloccata solo dodici ore prima della chiusura delle liste. Quindi, logicamente, restano i settori propensi a scegliere in altro candidato durante la trattativa per arrivare all’unità. E qui le responsabilità possono essere diverse. Non è questa la sede per approfondire questo specifico tema, ma solo per chiarire che è dentro il Pd, nelle sue articolazioni interne ed esterne, che si è deliberatamente provato a far vincere il candidato opposto a quello dei Democratici.

Se tutto questo è vero, e i numeri sono chiari, nel Pd c’è stato chi ha deciso contro la linea unitaria, agendo protetto dal segreto dell’urna nel seggio, per favorire e conseguire un risultato politico di parte, imponendo il vantaggio dei suoi a danno di quello dell’intero partito e della coalizione.

Qui vale la pena tornare sul concetto di utilità marginale. Concentrare gli sforzi su un solo gruppo minoritario, per renderlo determinante nella logica delle correnti interne. Nel partito di via Tagliamento l’utilità marginale è uno sport praticato da molti. Non sembra riguardare un solo gruppo o leader. Si è in presenza di uno o più partiti nel partito.

Negli anni del Pentapartito, quando la Dc aveva bisogno di più alleati per ottenere la maggioranza parlamentare, forze minoritarie nel Paese hanno potuto far valere l’utilità dei propri consensi assumendo responsabilità di governo.

L’accordo palese ha consentito a una forza del 10 per cento (giunta al massimo della sua storia al 14) di esprimere la guida del Governo con Bettino Craxi prima e con Giuliano Amato poi, nonostante il divario dalla Dc di 20 punti percentuali.

Sul piano locale, Ad Avellino è capitato nei Diesse alla fine degli anni ’90, quando pochi voti concentrati su tre o quattro nomi consentivano di portare a casa i pochi seggi necessari a condizionare dall’interno del gruppo le maggioranze di cui il partito era parte.

Ad ognuna delle ultime elezioni, la maggioranza del Pd si è ritrovata danneggiata per la decisione di chi dall’interno ha sabotato il candidato unitario, garantendosi vantaggi nella rappresentanza.

Tutto questo fa parte da sempre del gioco politico, quando una forza o una coalizione hanno radicamento e consenso tali da assorbirne gli effetti.

Ma il doppio tonfo alle provinciali di Avellino e Benevento apre scenari nuovi nelle zone interne. Questa sconfitta può rappresentare agli occhi dell’opinione pubblica un segnale di definitiva smobilitazione di un partito oggi fuori da ogni responsabilità di potere nel Paese. La pretesa utilità marginale diventa inutile in un contesto delegittimato, di fronte ad un elettorato che sceglie ormai il suo voto utile, affidando la respomsabilita a chi dà l’imoressione di maggiore compattezza, come ha fatto il 4 marzo.

Il rischio è che anche a Montoro, Ariano e, se si voterà, ad Avellino, fra pochi mesi la gente sceglierà tra Lega e Cinque Stelle, consegnando a qualcuno la golden share di una inutile opposizione del campo riformista.