«C’è bisogno di un nuovo progetto politico che faccia ripartire il Paese. Un partito di centro che dialoghi con la sinistra. Il cattolicesimo solidale resta una forza vitale per l’Italia». E’ quanto sostiene Gerardo Bianco, già parlamentare, ministro della Pubblica istruzione e segretario nazionale del Ppi.

Onorevole Bianco, che ne pensa del governo Conte-Salvini-Di Maio?

«Il mio giudizio su questo governo è ampiamente negativo. E’ composto da forze politiche senza un retroterra culturale. Il Movimento Cinque Stelle rappresenta un tentativo di dare risposte alle istanze di una parte della cittadinanza, che non tiene conto della storia del Paese, completamente ignorata, ed è avulso dal contesto generale. La battuta di Grillo, il cui ruolo soprattutto adesso non si comprende quale sia, sulla necessità di superare il Parlamento e l’elezione di una rappresentanza istituzionale, per sostituirli con persone estratte a sorte, è indicativo delle tendenze demagogiche ed antidemocratiche presenti nel movimento».

E la Lega?

«La Lega nasce come movimento secessionista ed antimeridionale, per riproporsi oggi strumentalmente ed opportunisticamente come un soggetto politico nazionale, che considera il Sud soltanto come terra di conquista. Una forza tutt’altro che nuova, considerato che è stata per anni al governo. Portatrice di parole d’ordine oggettivamente pericolose, che imbarbariscono la società: un nazionalismo esasperato, chiuso rispetto ad ogni altro orizzonte, ed estraneo alla cultura della solidarietà».

I primi passi dell’esecutivo sono apparsi contraddittori. Non crede?

«Non c’è certezza su nulla. In modo particolare, la politica economica e finanziaria è informe, senza riferimenti sicuri. E i segnali di preoccupazione del mondo produttivo e del lavoro sono immediatamente emersi».

L’opposizione però è assente.

«Non c’è dubbio. E’ smarrita. Inadeguata a gestire una situazione inedita e delicata. Il centrosinistra, in particolare, sta pagando il prezzo delle scelte sbagliate del passato. Il Pd è arrivato al capolinea. Si è dimostrato essere un coacervo di correnti politiche, in perenne lotta tra di loro, che facevano riferimento a culture ed esperienze non integrabili e storicamente avversarie. La gestione Renzi ha poi portato alla deriva il partito, esasperando il ruolo della leadership, lasciandosi alle spalle ogni riferimento culturale pregresso, spogliandolo completamente di ogni identità».

In effetti, lei non ha mai condiviso il progetto del Pd. Vero?

«Sì, infatti. Sono stato critico fin dalla sua nascita e non vi ho mai aderito. I limiti del progetto erano evidenti. Ho invece creduto nell’Ulivo, fin quando è durato».

Quali le differenze?

«L’Ulivo era un’alleanza tra partiti autonomi, con storie differenti e ben identificabili, che condividevano alcuni valori ed erano pronti a lavorare su obiettivi comuni. Il problema è sorto quando gli stessi fondatori hanno deciso di uccidere la loro creatura, mettendo all’ordine del giorno la nascita di un partito unico».

Oggi quali prospettive intravede?

«Per ricostruire un fronte politico avanzato, in grado di rilanciare il Paese, dovrebbe sorgere qualcosa di diverso, che francamente non intravedo all’orizzonte. Ritengo che la sinistra non potrà mai rappresentare la maggioranza degli italiani. C’è bisogno, quindi, di un partito di centro che guardi a sinistra. E’ dai territori, dall’esperienza delle autonomie locali che può venire un contributo».

Il suo sembra quasi l’identikit della Dc, adattata ai tempi correnti. Proprio in questi giorni è in atto un tentativo di ricostituirla, da parte dei tanti piccoli movimenti, finora in guerra tra di loro, che ne rivendicano la filiazione.

«E’ un tentativo velleitario. Vogliono rifondarla quelli che hanno contribuito a sfasciarla. Ma il mondo cattolico è ancora una risorsa fondamentale».

Dica pure

«L’associazionismo e la cultura cattolica sono una forza vitale per l’Italia e per l’unità del Paese (nonostante nel Risorgimento, per le note ragioni storiche, siano state contrarie ad essa) e per l’affermazione di una visione solidaristica».

Secondo lei qual è il tema discriminante, attorno al quale si giocherà il futuro dell’Italia e dello scenario politico?

«La questione europea. Serve un’ampia alleanza per raggiungere l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa per consentire non solo all’Italia, ma anche alla Germania e agli altri Paesi dell’Unione, di competere con le potenze mondiali, comprese quelle emergenti».

Il Mezzogiorno, come questione nazionale e fattore di rilancio economico, ormai è stato rimosso dall’agenda politica di tutti i partiti e movimenti.

«Purtroppo è vero. Una grave perdita per il pensiero politico. Il Meridionalismo scientifico è stata una componente culturale fondamentale nello scenario italiano ed europeo. Il Mezzogiorno come nodo centrale per l’avanzamento del Paese. Il capostipite di questa visione è stato l’irpino Francesco de Sanctis. Un contributo importante, poi, è venuto da un altro nostro conterraneo: Pasquale Stanislao Mancini, anch’egli figura di spicco del Risorgimento italiano ».

Di entrambi nel 2017 è ricorso il bicentenario della nascita.

«Sì, due uomini di cultura da ricordare, il cui pensiero è tuttora di grande attualità, che si sono distinti uno nella critica letteraria, l’altro negli studi giuridici, oltre che in politica».

L’Irpinia è alla ricerca di una sua dimensione. Manca una visione strategica per il futuro e le istituzioni non riescono ad imprimere una direzione di marcia. Che ne pensa?

«Non sono così pessimista. Nella nostra provincia c’è una grande vivacità culturale, che non sempre emerge adeguatamente. In qualche caso forse c’è un atteggiamento eccessivamente bucolico rispetto al passato. L’Irpinia si è trasformata nel tempo. Il terremoto del 1980 è stato uno spartiacque. E non sono mancate novità positive. Tutti i Comuni, ad esempio, hanno strutture destinate ad attività socio-culturali. Le testimonianze storiche, artistiche ed architettoniche sono state un po’ ovunque recuperate. Un patrimonio straordinario. Per non parlare delle produzioni vitivinicole e delle tipicità agroalimentari: una realtà in continua crescita. Ci sono, insomma, grandi potenzialità».

Manca però un progetto organico per la valorizzazione e la promozione, che sia in grado di trasformare queste indubbie potenzialità in fattore di crescita.

«Sicuramente siamo ancora lontani dall’obiettivo. C’è la necessità di mettere a sistema queste risorse».

La politica sembra più che mai distante ed inadeguata. Non crede?

«I rappresentanti istituzionali non riescono a dare le risposte necessarie ed è venuta meno una capacità di elaborazione da parte delle forze politiche. Ci sono però molti sindaci coraggiosi e capaci».

Il capoluogo continua a vivere, più di prima, una fase d’incertezza.

«Nell’attuale amministrazione comunale c’è grande improvvisazione. L’assurda vicenda dei mancati festeggiamenti di Ferragosto riassume la superficialità e l’arroganza della concezione politica che la guida. In passato, invece, pur tra errori ed episodi di clientelismo, si sono comunque registrate note positive ed una dignità di fondo».

Da dove ripartire?

«Bisogna fare di Avellino e dell’intera provincia un punto di riferimento d’eccellenza nel campo degli studi. Ci sono già istituti, centri ed esperienze di grande valore e prestigio. Bisognerebbe metterli in rete e potenziarli. A cominciare dalle scuole estive. Le summer school, per usare un’espressione anche da noi molto in voga. Settori d’interesse potrebbero essere la cultura classica, le scienze sismologiche e l’ambiente. Abbiamo realtà come l’Istituto di Scienze alimentari del Cnr di Avellino che andrebbe tutelato. E poi c’è Biogem ad Ariano ed ancora il Corso di Laurea in Viticoltura del capoluogo. Sarebbe utile anche puntare sulla formazione professionale. Ma, mi lasci aggiungere ancora una considerazione».

Certamente…

«Anche un’iniziativa editoriale e di informazione come Nuova Irpinia, frutto di impegno e di approfondimento, può e ha il compito di contribuire all’emancipazione e alla crescita del territorio».