Una suggestiva immagine del Palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica Italiana

Nei principali Paesi dell’Unione Europea, come nelle città più o meno grandi del Mezzogiorno o del Nord italiano locomotiva industriale, si leva forte il grido di chi soffre la mancanza di mezzi.

Si è esaurita la spinta che la seconda metà del Novecento, sulla scia impressa dalla voglia di cancellare l’onta della Seconda Guerra Mondiale, aveva consentito al Vecchio Continente di crescere e progredire più di qualunque altro sulla scena globale, azzerando le immani distruzioni lasciate dalla fine del conflitto.

Oggi manca quella che un tempo si definiva semplicemente ‘la ricetta’, cioè quel combinato disposto, più o meno condiviso dal sistema finanziario ed economico, di riforme e correttivi, interventi regolatori e strumenti ammortizzatori del mercato, per consentire l’ascensore sociale.

Dopo la crisi strutturale del 2008, i mutamenti profondi degli assetti produttivi ed economici, l’impatto delle tecnologie digitali sui processi decisionali in campo economico, logistico e geopolitico, hanno sconvolto gli assetti sociali, escludendo buona parte della cosiddetta middle class e delle nuove generazioni di giovani di media e alta cultura.

La massa crescente di interdetti agli strumenti della produzione e dell’incrementazione del reddito (dall’istruzione superiore al lavoro sia autonomo che dipendente, dai percettori di misure di solidarietà ai beneficiari delle previdenze generate dal Welfare State), al momento esprimono quello che l’Istat definisce un ‘rancore’ sociale.

Con l’astensionismo da un lato, scegliendo il voto anti sistema dall’altro (cfr.: Rapporto CENSIS: La ripresa c’è e l’industria va, ma cresce l’Italia del rancore), il sentimento popolare sanziona la responsabilità oggettiva di chi incarnando le istituzioni non ha impedito o ha provocato il declino.

Il Censis nel suo 51esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese ha dimostrato una tendenza preoccupante in essere nella solitudine più profonda del malessere nazionale. Non si tratta di un fenomeno soltanto italiano, ma in particolare nel Mezzogiorno ha messo radici nei gangli complicati di problemi secolari, fatti di divario rispetto al Centronord, di arretratezza soprattutto infrastrutturale, di criminalità organizzata integrata nel sistema locale commerciale, economico e amministrativo.

Si è creata una rottura del patto sociale, che oggi con la sua protesta sistemica mina le basi stesse della convivenza civile e getta un’ombra sul futuro democratico, non solo nel Belpaese peraltro.

In Italia, Francia e in Germania la capacità di assorbimento di una protesta consolidata è arrivata al limite di guardia. A differenza di quanto accaduto nella cosmopolita Gran Bretagna, dove è il principale partito tradizionale ad avere completamente assorbito la protesta, amministrando il processo di uscita dall’Unione Europea (deciso da un referendum che lascia molti dubbi agli analisti internazionali) come barriera dell’antipolitica, le tre potenze continentali barcollano, sia pure con modalità e portata molto diverse. I meccanismi elettorali maggioritari di Parigi e Berlino per ora hanno lasciato fuori dalle istituzioni i sovranisti, mentre l’Italia, incredibilmente passata al proporzionale dopo un quarto di secolo nel giro di un anno e proprio nel momento di maggiore frantumazione del quadro politico, ha pochi argini per contenere un mutamento profondo del sistema democratico.

Lo sfarinamento dei blocchi che hanno governato tra il 1994 e il 2018, in parte originato dalla crisi degli establishment di Forza Italia e del Partito Democratico, dipende da ragioni più complesse e profonde.

La fine delle certezze nella vita delle famiglie, dalla mancanza di prospettive per i giovani alla precarizzazione del percorso lavorativo anche per quarantenni e cinquantenni, viene considerata diretta conseguenza delle scelte di una politica che, per contro, appare compromessa nella spirale della corruzione, dell’abuso di potere, dell’autoreferenzialità.

La sfiducia nelle istituzioni porta il singolo a ritenere inaffidabile qualunque proposta non interrompa la continuità delle scelte, da un lato; dall’altro, persuade molti cittadini della necessità di dover sottoporre le cariche pubbliche ad un controllo costante, fatto di giudizio e di sollecitazione.

Quest’ultimo aspetto nasce da una diffidenza crescente, in larghi strati della pubblica opinione ormai radicalizzata, verso la stampa e l’informazione.

Per molti la stampa ha perso la sua funzione di “cane da guardia del potere”, assimilata al contrario all’establishment.

Si tratta di una convinzione sostenuta dal fenomeno della comunicazione personale di massa, resa possibile dai social media.

Questi mezzi digitali basati sulla condivisione istantanea, hanno restituito un luogo virtuale a quella piazza che dai greci al ‘900 ha ospitato ogni cambiamento e orientamento politico negli ultimi tre millenni della storia umana.

Nell’immaginario collettivo, la sensazione di onnipotenza mediatica legittima l’aspirazione del singolo a determinare direttamente i processi decisionali, mette in discussione la centralitá delle assemblee elettive e pone la questione di una democrazia diretta istantanea, attraverso la rete mobile.

Chi ha vinto le ultime elezioni, in particolare quello che resta (nei sondaggi seppur solo per decimali) il primo partito italiano, non fa mistero del suo obiettivo, proponendo un cambiamento radicale dell’architettura costituzionale (materiale, ma anche di principio) sintetizzabile, appunto, con l’espressione democrazia diretta.

⇒ Il professor Sabino Cassese sulla intervista del Ministro Fraccaro a IL FATTO

⇒ Il Ministro Riccardo Fraccaro replica al professor Sabino Cassese su IL FOGLIO

Una democrazia digitalizzata, in grado di rendere progressivamente il coinvolgimento (cioè mediante la manifestazione del consenso/dissenso su quesiti posti nelle forme e modalità stabilite dalle leggi) del cittadino sempre più tempestivo e frequente sulle decisioni, mettendo in discussione il fondamento stesso del sistema costituzionale repubblicano, basato sostanzialmente sulla centralità del Parlamento, espressione per rappresentanza del Popolo italiano ed eticamente sul principio della responsabilità di chi governa, condizione necessaria per l’esercizio del voto (innanzitutto giudizio sull’operato).

Questo è il vero tema per le forze politiche oggi, in uno scenario internazionale i cui delicati equilibri geopolitici economici e finanziari lasciano margini esigui per il governo delle esigenze umane.

La sfida, per chi vorrà salvare la democrazia rappresentativa, sarà proporre ricette in grado di mantenere l’attualità dei principi con riforme in grado di dare risposte tempestive ed efficaci alla povertà e alla aspirazione delle nuove generazioni di vivere nel progresso una vita migliore.