l Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Avellino ha organizzato anche quest’anno il ‘Business Cafè/HandShake Winter Edition’, il primo ‘business matching’ della provincia, mutuato anche a livello regionale da Confindustria Campania e finalizzato a sviluppare relazioni tra aziende campane ed extra regionali. Ideatore e promotore dell’iniziativa, il presidente Massimo Iapicca, che nel commentare i significativi numeri registrati dall’evento, interpreta e sintetizza il sentimento delle piccole e medie imprese in questo momento cruciale per il rilancio economico del Mezzogiorno e delle zone interne.

“Senza un potenziamento della logistica e delle infrastrutture viarie e digitali, ogni sforzo di applicazione di criteri di produzione innovativi sarà vano”, ha spiegato nell’intervista rilasciata a ‘Il corsivo’ all’indomani dell’evento.

Presidente Iapicca, il gruppo Giovani Imprenditori punta sul dialogo e la cooperazione fra piccole e medie imprese della Campania e del Mezzogiorno. Cosa ha prodotto la ‘stretta di mano’ del Business Cafè?

«Dal Business Cafè di quest’anno è emerso che le aziende irpine e dei territori limitrofi, fra Puglia e Basilicata, hanno voglia di conoscersi e di dialogare, pronti a creare sinergie strategiche. Il nostro è un progetto che vuole mettere in luce le grandi eccellenze rappresentate dalle piccole e medie imprese, non solo quelle dei grandi fatturati e dimensioni, rivelando certo un potenziale, ma soprattutto una realtà produttiva di qualità».

Il Business Café ha utilizzato il metodo dell’handshake. In cosa consiste?

«Già applicato nel Nord d’Europa, questo metodo consiste nell’offrire agli imprenditori la possibilità di presentare a rotazione l’azienda e il prodotto in tre minuti: così abbiamo avuto modo di conoscere tante belle realtà, nel settore dell’agroalimentare come in quello metalmeccanico, ma anche tanti aspetti interessanti e inediti di aziende che invece pensavamo già di conoscere».

Si è trattato, dunque, di un momento di auto conoscenza per l’imprenditoria locale e meridionale. Soddisfatto della partecipazione registrata?

«Abbiamo avuto 110 adesioni in rappresentanza di sette settori merceologici provenienti dalla provincia di Avellino, dalla Campania e da altre regioni. Tra queste, anche diverse aziende non iscritte a Confindustria».

Come è nata l’iniziativa?

«Il Business Cafè è nato proprio ad Avellino, ideato dal Gruppo Giovani Imprenditori che intendevano aprire fra le aziende un confronto duraturo e proficuo».

Infatti con l’incontro organizzato ad Avellino è stata predisposta anche una piattaforma virtuale sul sito di Confindustria Giovani. Con quali risultati?

«Già all’indomani dell’iniziativa il nostro sito ha avuto un numero di accessi esorbitante, oltre ogni nostra previsione. Ci siamo resi conto subito del perché: il Business Café è continuato on line, alimentato dalle aziende che hanno partecipato, ma anche da quelle che non erano riuscite ad aderire in tempo».

Continui.

«I collegamenti esterni con i siti delle imprese hanno creato interconnessioni. In sostanza, noi abbiamo fatto da ponte».

Questo testimonia la tendenza attuale della imprenditoria. Possiamo dire che ha l’esigenza di fare rete per competere?

«Sì, infatti il Business Café nasce dall’esigenza di essere più forti sui mercati interni e internazionali e aumentare la competitività. Le aziende per la prima volta chiedono di relazionarsi, non solo per avere contezza della capacità produttiva di un territorio, ma soprattutto per iniziare rapporti di collaborazione, percorsi unificati e interscambi sulle produzioni».

Per questo diventa fondamentale sapere chi, dove e cosa produce. Si realizza una sorta di anagrafe dell’impresa.

«Non conosciamo nemmeno tutte le aziende iscritte al sistema di Confindustria, per questo facciamo consigli direttivi itineranti. E spesso mi ritrovo in realtà che avevo immaginato diversamente…».

Dalle sue parole sembra soddisfatto dell’organizzazione, oltre che del metodo. Ci saranno novità nei prossimi appuntamenti?

«Tutto è pefettibile e migliorabile, infatti vorremmo coinvolgere un numero maggiore di aziende. La winter edition di Avellino ha dovuto limitare l’adesione a 110 aziende per questione di logistica e gestione degli spazi, ma le richieste di partecipazione sono arrivate a circa 200».

La massiccia partecipazione alla piattaforma virtuale di internet non è sufficiente?

«Internet ci ha fatto fare passi da gigante e oggi non ne potremmo fare a meno, ma è vero anche che non si può sostituire la conoscenza diretta, sia del prodotto, che dell’azienda e della sua storia. Affidare informazioni ad un sito più o meno interattivo non significa esaurire tutto il bagaglio di conoscenze utili, così come avere un sito non significa esporre il prodotto a tutti i livelli. Dovremo lavorare ad una maggiore capienza».

Questo ci porta sul tema dell’interconnessione e della rivoluzione digitale 4.0. Quale è l’impatto in Irpinia di questo nuovo modo di concepire la produzione, l’integrazione degli impianti produttivi con un sistema informatico, il cosiddetto smart manifacturing?

«Stiamo aspettando il protocollo. Il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha parlato di un possibile superamento dello stadio indicato: ‘Industria 4.0’ non è solo l’inserimento di macchinari avanzati nella produzione, ma è un approccio culturale diverso».

Quale?

«Se un’azienda è tecnologicamente avanzata e mostra grande apertura all’innovazione, ma si trova in un contesto privo di infrastrutture, non sarà mai veramente competitiva».

Visto l’impegno in corso, quindi sta chiedendo uno sforzo alle istituzioni sui tempi?

«è necessario che la politica ci sostenga in questi percorsi, per investire nella direzione giusta: parlo di infrastrutture viarie e digitali, snellimento di una burocrazia farraginosa, abbassamento di una pressione fiscale che oggi è al 60%».

Qual è la priorità?

«Sicuramente la dotazione infrastrutturale, altrimenti ragioniamo di poco. A seguire un intervento sulla pressione fiscale e la dotazione della banda ultralarga. Su quest’ultimo punto si è espresso l’assessore regionale alle attività produttive».

La Regione Campania e l’assessore Lepore hanno annunciato un pacchetto di interventi a sostegno dell’impresa.

«La Regione si sta muovendo bene, e sono previste diverse misure a partire dalla defiscalizzazione annunciata per gennaio 2017. Siamo fiduciosi».

Un altro aspetto su cui lavorano Regione e Ministero per le Infrastrutture è la dotazione ferroviaria.

«La ferrovia è il mezzo più atteso dalle imprese, non solo perchè rappresenta un’occasione di crescita complessiva, ma soprattutto perché consentirà alle piccole aziende di abbattere i costi della logistica e uscire dall’isolamento. Senza contare l’apertura del corridoio ai porti di Salerno, Napoli e Bari».

In occasione dell’assemblea per il Mezzogiorno promossa da Regione e Unioncamere alla presenza del Premier Renzi, a Napoli si è tornato a discutere di un piano di rilancio e riequilibrio economico per il Sud. Incalzano due correnti di pensiero: chi vorrebbe delocalizzazioni nel Meridione dei grandi colossi industriali, e chi punta sullo sviluppo autonomo? Qual è la sua opinione?

«Ritengo che bisogna creare le condizioni per essere attrattivi. L’arrivo della Apple a Napoli ci fa capire che un lavoro congiunto fra politica e imprenditoria è possibile: alla Apple infatti seguiranno altre aziende pronte a investire in Campania. Noi ci auguriamo possano venire in Irpinia».

Una imprenditoria endogena è più difficile?

«Se si ha disponibilità di risorse a sufficienza sì, ma se un imprenditore deve nascere da zero è tutto più complicato, è inutile fare demagogia. Le aziende storiche fanno fatica ad andare avanti e sono chiamate a rivoluzionare tutto».

Non basta avere buone idee?

«Un’idea bisogna saperla vendere, implementare le condizioni di conoscenza, avere disponibilità finanziaria e altri requisiti. Ad oggi in provincia di Avellino non vedo grandi numeri, mentre si riscontra la difficoltà delle aziende storiche, anche quelle piccole, che devono penetrare mercati nuovi, innovare la produzione, avviare la multilocalizzazione».

Il mercato globale ha cambiato le regole?

«Il concetto di azienda è cambiato. Oggi molte aziende crescono, altre sopravvivono e si rafforzano e molte chiudono».

A incidere sul cambiamento in atto, però, non è soltanto la globalizzazione, ma anche la diffidenza delle banche e degli istituti di credito.

«Il problema è che le aziende vengono valutate tramite un coefficiente di rischiosità (rating) e le banche concedono prestiti  rispetto a questo algoritmo: se il coefficiente ricavato dalla valutazione di diversi fattori sarà basso, l’accesso al credito sarà più difficile, oppure vincolato a tassi di interesse molto alti. Ma senza credito non si può parlare di crescita…».

Come se ne esce?

«è vero che le banche si devono tutelare, ma non possiamo affidarci a logiche algoritmiche: un’azienda è un progetto, ideato da persone, che hanno una storia e immaginano un futuro. Le banche devono entrare nelle imprese e adottare altri criteri di valutazione, che sono il potenziale e il capitale umano. Se un’azienda chiude ne perdono anzitutto loro».

L’ultimo rapporto Svimez ha registrato una lieve ripresa dell’economia al Sud. Cresce anche il settore dell’edilizia, con una variazione positiva appena percettibile.

«Emerge un lieve aumento e vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Invertito il trend negativo, ma è ancora troppo poco».

Il piano ‘Casa Italia’ per la messa in sicurezza degli edifici varato dal Governo e la ricostruzione nelle zone terremotate possono essere l’occasione per rimettere in moto il comparto?

«Serve un piano corale per l’edilizia, e la messa in sicurezza degli edifici è ormai una necessità, visto che il nostro è un Paese ballerino, cioé ad evidente attività sismica, e vecchio, con gran parte del patrimonio pubblico e privato ormai datati. Le misure messe in campo possono far ripartire il comparto, ma ci sarebbe molto da dire. Soprattutto, c’è molto da fare».