Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Pd e Governatore del Lazio

Per la prima volta dalle politiche del 4 marzo 2018, nel Pd qualcuno è intervenuto per accollarsi a nome del partito la sconfitta elettorale. Nicola Zingaretti, intervistato da Lucia Annunziata a “1/2 h in più” su Rai3 ha sviluppato un ragionamento fatto di responsabilità, che pone il futuro del partito al secondo posto dietro a quello prioritario dei cittadini italiani. Superando la querelle sulla questione del simbolo da presentare o meno sulle liste del Centrosinistra alle europee, Zingaretti ha chiarito che una forza popolare ha il dovere di dare voce al Paese nel rappresentarlo, non la pretesa di dimostrare di aver ragione aspettando il fallimento altrui. Il partito è uno strumento di partecipazione alla vita del Paese, non il fine dell’impegno politico, il cui scopo è essenzialmente concorrere al progresso delle condizioni di sviluppo e di benessere della comunità.

Non basta il buon governo a legittimare la continuità al vertice delle istituzioni, quando le condizioni generali e particolari della società italiana non migliorano. Non è sufficiente garantire la stabilità dei conti pubblici. Questa pre condizione non negoziabile della responsabilità di governo, rappresenta la premessa di una azione riformista e riformatrice, che deve produrre opportunità di miglioramento delle condizioni di vita e benessere dei cittadini. Anche in assenza di modelli di riferimento in Europa e in Occidente, la politica deve operare per produrre un cambiamento costante, al di là del simbolo, del brand, dei colori o della bandiera, che non potranno mai sostituirsi a quelli della Repubblica.

Se vengono prima le persone e il destino delle generazioni che incrociano questo momento storico, non c’è simbolo più appropriato e coerente da presentare alle competizioni elettorali se non quello di un impegno che va rinnovato con l’elettorato ogni giorno: garantire la rappresentanza a chi nel suo quotidiano chiede soluzioni ai problemi quotidiani.

Il Presidente del Consiglio italiano, Aldo Moro, a Bruxelles per un decisivo Consiglio Europeo del 1976. Si decisero le prime elezioni europee a suffragio universale

Le tesi sviluppate da Zingaretti tendono in qualche modo a restituire una identità e una missione al Pd, ricollocandolo nel solco tradizionale delle forze popolari che hanno ricostruito dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale l’Italia Repubblicana.

Come furono allora le grandi forze costituenti della Repubblica, in linea con il dettato costituzionale il partito è un luogo di incontro della società civile, nel quale i cittadini si uniscono per contribuire alle scelte, nello sforzo di ricercare e fornire le soluzioni.

Per tutte queste ragioni, al di là del buon esito alle primarie della sua candidatura alla guida del Partito Democratico, resta l’analisi fuori dal coro su ciò che dovrà fare il Pd per tornare credibile agli occhi dell’elettorato.

Zingaretti a questo proposito ha fatto una interessante distinzione tra le due forze al Governo, Lega e M5s, che «non sono due facce della stessa medaglia», pur essendo «entrambi responsabili e complici della deriva negativa di questo paese». Lega e M5s, ha puntualizzato, «hanno basi elettorali diverse». In questo senso, rimarcando di non voler nemmeno ipotizzare una alleanza con i Cinque Stelle, «avverto il dovere etico e morale di riaprire il dialogo con tanti cittadini che hanno visto in quel movimento una prospettiva di rivendicazione».

Il Palazzo di Montecitorio in una suggestiva immagine
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«INCOMPATIBILI CON I 5S NELLA CONCEZIONE DEMOCRATICA». Tuttavia accomuna i due alleati a Roma nel disegno di cancellazione della democrazia rappresentativa per far posto ad una diretta, che mira in realtà a instaurare l’egemonia della maggioranza, quella che un tempo si definiva la ‘delega in bianco’. Il riferimento è al proprietario del simbolo che identifica il Movimento, Davide Casaleggio. E unisce pentastellati e Carroccio in quella che sottolinea essere gli «artefici dell’attuale deriva dell’Italia”, tanto da lasciar capire che il dialogo con la base pentastellata in realtà è attenzione per chi negli anni scorsi aveva votato la sinistra, il centrosinistra, ma anche le forze del centro.

NELLE LISTE LA SOCIETÀ RESPONSABILE. Di qui, l’agenda. Costruire un partito plurale, ma in grado di compiere scelte, rinnovare nelle liste, ma non rinunciando alla competenza. Niente nani e ballerine, nomi di illustri sconosciuti, piuttosto che altisonanti cooptati dai settori più lontani dalla funzione per cui si deve essere eletti. Zingaretti apre le porte alla società responsabile, più che a quella civile, ma assume l’impegno di valorizzare le rappresentanze territoriali, dove chi conta lo fa in forza di un consenso vero, costruito sulla conoscenza, la fiducia, i comportamenti e gli esempi.

Il libro di Paolo Gentiloni Silveri, “La sfida impopulista”

DA BEPPE SALA A VINCENZO DE LUCA A PAOLO GENTILONI. Non lo ricorda spesso, ma Nicola Zingaretti è l’unico candidato del Pd ad avere vinto le elezioni il 4 marzo dello scorso anno. E un patto tra capitali potrebbe portarlo ad assumere la responsabilità di far tornare a vincere anche il partito. Nei prossimi giorni potrebbe arrivare a sottoscriverlo con un sindaco, Beppe Sala, che a Milano ha rappresentato il punto di incontro tra Matteo Renzi e Giuliano Pisapia, mentre a Napoli potrebbe stringerlo con il Governatore Vincenzo De Luca, che con Matteo Renzi ha avuto un rapporto di stima e rispetto, per usare le parole dell’ex Premier oggi senatore fiorentino. Altri due sostenitori della leadership renziana, Dario Franceschini e Paolo Gentiloni li ha dalla sua parte da tempo.

Proprio su Paolo Gentiloni ha espresso apprezzamenti per il lavoro svolto dal suo Governo, rimproverando i dirigenti del Pd. Resta il rammarico di non aver puntato su Gentiloni e i risultati del suo Governo durante la campagna elettorale. Un segnale chiaro che nel rinnovamento questa volta non ci sarà una rottamazione.


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