Comune di Avellino, Ambrosone: il Pd non dimentichi gli errori commessi

La capogruppo uscente dei democratici suggerisce il percorso da seguire, in vista dell'appuntamento con le urne in città. Preoccupazione per il dibattito interno precongressuale.

Enza Ambrosone, Capogruppo del Partito Democratico

«Il Pd in città deve ripartire facendo tesoro degli errori commessi e mostrando più attenzione per i problemi concreti. Anche il vertice del partito è chiamato ad una profonda autocritica». Ad affermarlo è Enza Ambrosone, capogruppo uscente dei democratici a Piazza del Popolo.

Cosa resta dell’esperienza amministrativa che si è appena conclusa?

«Sul piano amministrativo resta molto poco, se non la confusione e l’approssimazione di chi si è avvicinato alla gestione della cosa pubblica con scarsa consapevolezza dell’impegno e insufficiente conoscenza delle questioni da affrontare. Sul tavolo resta, poi, la proposta di dissesto della giunta, che adesso spetterà al commissario prefettizio valutare. Ci auguriamo che possa compiere un lavoro responsabile».

In che modo il Pd guarda al futuro?

«Il Pd deve fare tesoro di quanto è successo, a cominciare dagli errori commessi. Siamo arrivati impreparati allo scorso appuntamento elettorale, in un clima di grande confusione, che ci ha penalizzato. Il progetto che si andrà a costruire dovrà mettere al centro le questioni della città».

Gli alleati e le altre forze del centrosinistra sembrano muoversi ognuno in una direzione diversa. C’è chi chiede il superamento dei vecchi schemi, chi rivendica la guida della coalizione e chi lavora a progetti civici. Come evitare le fughe in avanti?

«Non mi sfugge l’accelerazione del dibattito. Davanti a noi c’è però un tempo adeguato per poter avviare un confronto proficuo e far emergere una proposta credibile. Ripetere stancamente le stesse formule non paga. La scadenza amministrativa non può essere trasformata in una resa dei conti. Il dibattito interno al partito deve svolgersi nei luoghi e nei tempi opportuni. Non possiamo essere ripiegati su noi stessi, ma al contrario dobbiamo aprirci alla realtà sociale».

Nel suo partito, intanto, prende il via la stagione congressuale, per nominare il nuovo segretario nazionale e definire la strategia complessiva. Che ne pensa?

«La discussione in atto mi preoccupa. Ho l’impressione che si ripropongano, attorno alle candidature, nuovi scontri. Non vedo la volontà di avviare una discussione seria e franca. Non si può, ad esempio, lasciare sullo sfondo la collocazione dell’Italia nel contesto europeo. Non c’è un’analisi adeguata sui grandi temi. Tutto si consuma nelle dinamiche interne».

C’è chi ipotizza il superamento del Pd, perché ormai questa sigla, il partito così com’è, non riesce più creare interesse e consensi. Che idea si è fatta di questa proposta?

«Se davvero si dovesse credere che semplicemente cambiando il nome del partito si supererebbero i problemi e si ricostruirebbe il rapporto di fiducia con i cittadini, significherebbe non avere alcuna cognizione della situazione politica e sociale. La capacità attrattiva del partito passa attraverso il radicamento della classe dirigente e la capacità di leggere bisogni, istanze ed aspettative delle comunità. Insomma, ci vorrebbero meno marketing ed immagine e più sostanza, concretezza».

Anche sul fronte dell’amministrazione provinciale, dove è andato in scena un copione già visto, con i Democratici ed il centrosinistra usciti sconfitti a causa di divisioni, tatticismi ed una diffusa sfiducia nelle scelte del gruppo dirigente, sembra non esservi una rotta precisa.

«Si è consumato l’ennesimo passo falso dovuto a decisioni maturate in extremis. Ma è evidente che c’è anche dell’altro: la difficoltà a tracciare un percorso che risulti convincente. Se tanti amministratori hanno compiuto scelte diverse da quelle del vertice del proprio partito, significa che c’è bisogno di una profonda autocritica».

Il Pd non ha ancora nominato il capogruppo e appare indeciso sul da farsi, sul rapporto da instaurare con il presidente dell’ente. Come sarebbe opportuno muoversi?

«In un ente di secondo livello, come la Provincia, con il presidente che ha pieni poteri, immaginare un’opposizione dura e pura è un esercizio accademico. Va invece trovato il modo di conciliare l’indirizzo politico con l’azione amministrativa. Con Gambacorta si è riusciti a restituire centralità al consiglio provinciale, al di là degli schieramenti».