Nicola Zingaretti tra la folla di piazza del Popolo

Dario Franceschini ed Areadem appoggeranno ufficialmente Nicola Zingaretti al Congresso del Partito Democratico.

Alla vigilia dell’Assemblea Pd, in programna sabato a Roma, la corrente dell’ex Ministro della Cultura, cui fanno capo Piero Fassino e, in Irpinia e Campania il sen. Enzo De Luca, ha annunciato con una nota che il presidente della Regione Lazio è il suo candidato.

“Attorno a lui riteniamo che si possa costruire una nuova fase non solo della vita del Pd, coinvolgendo forze vitali della società civile e disegnando così anche un’area progressista e democratica più ampia”, si legge in una nota diffusa al termine della riunione nella Sala dei Presidenti al Senato, presenti oltre cento tra senatori, deputati e dirigenti nazionali e regionali.

La scelta di Areadem sembra destinata a spostare gli equilibri nel partito, che ora si incammina chiaramente nella prospettiva di una evidente discontinuità con la segreteria di Matteo Renzi. Ripristino del dialogo a sinistra, con l’obiettivo di stabilire al centro una convergenza forte in difesa della posizione europeista italiana. Il Pd non più partito della alternativa, ma forza aggregatrice di un più vasto schieramento saldato sui valori liberali e riformisti contro ogni populismo e sovranismo.

La coordinatrice di Areadem, Marina Sereni ha indicato la prospettiva. Con Nicola Zingaretti avremo “l’occasione per mettere il Pd nelle condizioni di costruire un’alternativa convincente al governo giallo-verde, pericoloso per il Paese. E anche noi, come altri partiti progressisti in Europa, e come i Democratici americani – siamo chiamati a cogliere e ad ascoltare una domanda di discontinuità rispetto agli anni più recenti. Senza amnesie, senza asprezze, ma con chiarezza e coraggio”.

Dario Franceschini, referente di Areadem e, sullo sfondo, Piero Fassino e Luca De Vincenti

Dopo Dario Franceschini anche Paolo Gentiloni sceglie Nicola Zingaretti quale nuovo segretario nazionale del Partito Democratico. In linea con una recente tradizione che vuole il salotto televisivo domenicale di “Che tempo che fa” la piccola tribuna per gli annunci in casa Dem, Gentiloni ha lanciato il suo endorsement al Governatore del Lazio. Accadde già a maggio, quando Matteo Renzi colò a picco ospite di Fabio Fazio l’ipotesi precaria di una alleanza di Governo tra Pd e Cinque Stelle. “Non sono tra i candidati: penso che Zingaretti sia un ottimo candidato. Può essere un’idea di stagione nuova”, ha affermato, dopo aver lodato Zingaretti per le sue qualità politiche e potenzialità di leader in questa fase di ricostruzione. “Minniti non so se si candiderà, lo difenderò sempre per quello che ha fatto”, ha aggiunto, rimarcando la possibilità che anche lo stesso ex Ministro dell’Interno possa convergere su una visione più ampia. Presentando il suo ultimo libro a su Rai 1, “La sfida impopulista”, Gentiloni in un certo senso ha motivato la sua scelta proprio spiegando il tema al centro del suo volume.

Il libro di Paolo Gentiloni Silveri, “La sfida impopulista”

“Questo populismo nazionalista mi fa paura. L’onda sovranista ingrossata dalla crisi e sospinta al governo di alcuni grandi Paesi è una minaccia per i valori del sistema liberale. Per difendersi, bisogna prima di tutto sottrarsi al contagio. Essere saldamente, fieramente impopulisti. Che è tutto il contrario dell’essere impopolari”, su legge nell’introduzione.

Imprescindibile unire il campo dell’alternativa, quindi. Non c’è un Centrodestra da fronteggiare, quindi non è il Centrosinistra il soggetto da mettere in campo. Se chi punta a governare l’Europa è il populismo, una forza populista, occorre organizzare l’impopulismo, la forza impopulista, cioè popolare.

L’ex Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni Silveri

Paolo Gentiloni ha ammesso l’errore della legge elettorale, ma ha cercato le circostanze attenuanti della spinta data dal Parlamento. Quanto al consenso della maggioranza gialloverde, ha spiegato che in Italia da un po’ c’è volatilità anche nel voto. Il problema che vede oggi è la reazione dei mercati se non cambierà in due o tre punti la manovra.

VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE. I maggiori dirigenti di peso lavorano in questi giorni alla costruzione di un congresso utile a rilanciare il Partito Democratico. C’è una sola preoccupazione nell’area centrista dello schieramento, quella che si ritrova soprattutto nelle posizioni di Dario Franceschini. Si lavora per non ridurre tutto all’ennesima conta. Quella che nel 2017 ha rimesso alla guida del partito con una prova muscolare ai gazebo Matteo Renzi non è servita a cancellare l’errore delle dimissioni a Palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria. Per questa ragione, Franceschini suggerisce al segretario uscente, Maurizio Martina, ma soprattutto a Marco Minniti, il potenziale candidato di Matteo Renzi risultato significativamente assente alla convention di Salsomaggiore, di sostenere Nicola Zingaretti nella corsa alla segreteria. Una opzione importante, perché consentirebbe di schierare l’intero partito sulla discontinuità. Attesa dalle altre forze politiche, è soprattutto il Paese ad aspettarsela, dopo aver voltato le spalle al Pd, sottraendogli la metà dei voti. Sul piano politico il disegno di Franceschini ricorda quello dell’equipaggio di una nave che, impegnata a rinforzare un lato per un certo tempo, si accorge tardivamente che prima di continuare deve chiudere la falla nel settore opposto, quello dato per acquisito. La scelta di puntare su una figura proveniente dalla sinistra progressista non ricolloca il partito, ma semplicemente lo rafforza sui territori tradizionali dove ha perso il suo zoccolo duro, dall’Umbria alla Toscana, dall’Emilia Romagna alla Liguria e al Piemonte. Insomma, di fronte ad una opinione pubblica oggi ancora lontana, serve un cambiamento radicale nel linguaggio, nell’approccio e nella agenda programmatica delle priorità. Zingaretti risponde all’identikit ed ha alle spalle una storia fatta di vittorie contro Destra e Cinque Stelle.

IL LISTONE EUROPEISTA. La prospettiva indicata alcuni giorni fa da Dario Franceschini in una intervista su La Repubblica, una lista europeista contro i sovranisti, non ha alternative credibili. In questo momento quella che era solo una folta e chiassosa minoranza di euroscettici adesso controlla tutte le principali istituzioni del Paese e si prepara nel 2022 ad eleggere il prossimo Presidente della Repubblica. Se dovesse riuscirci, per un settennato prolungherebbe la scia gialloverde nelle istituzioni al più alto livello (fino al 2029) a prescindere da una eventuale sconfitta nel 2023. Sulla scacchiera, al di là di Matteo Salvini e Davide Casaleggio, i pezzi sono chiaramente collocati a sfavore delle forze tradizionali, in un’Europa dove l’Italia oggi è il punto di forza del sovranismo continentale.

Dunque, si prefigura una nuova forza federata, che un nome potrebbe trovarlo facilmente mettendo insieme i due valori e i due obiettivi che, ad un tempo, la animano. Potrebbe chiamarsi Democrazia Europea, lo stesso nome che nel lontano 2001 Giulio Andreotti, Sergio D’Antoni e Ortensio Zecchino portarono al voto, con l’obiettivo di riproporre nella Seconda Repubblica il patrimonio ideale della Democrazia Cristiana.

Selfie alla manifestazione contro il Governo con l’ex segretario Matteo Renzi

RENZI NON SEMBRA OPPORSI. A togliere qualche ostacolo al disegno di Franceschini e Gentiloni ci ha pensato a Salsomaggiore proprio Matteo Renzi, che con tre passaggi su Zingaretti e sul Governo ha sminato il terreno dal tema esplosivo dello statuto.  “Il tempo di questa legislatura non sarà breve. Questi non vanno ad elezioni neanche se li pagano”, ha esordito, lasciando intendere che eleggere in segretario oggi non equivale nei fatti doverlo proporlo per Palazzo Chigi, visto che le elezioni politiche non arriveranno per molto tempo. Concludendo la duegiorni dedicata alla strategia per il congresso, Renzi ha invitato i suoi a concentrare le energie nel contrasto alle forze sovraniste, al governo gialloverde.“Bisogna incalzarli con una battaglia sul merito”.

Questo scenario è ora atteso alla riprova della assemblea nazionale, dove prenderà forma il Congresso. Da quel momento inizierà il nuovo cammino anche e soprattutto sui territori.