A proposito di “Antigua, vita mia di Marcela Serrano”

di Ilde Rampino

Una vicenda che diventa un intrecciarsi inestricabile di anime, un legame di amcizia che va al di là del tempo e del trascorrere di anni di solitudine, attraversati da esperienze che segnano irrimediabilmente attraverso ferite mai rimarginate. Pregnante è il tentativo di Josefa di ritornare al passato e di ritrovare, attraverso le parole di un diario, le tracce mai cancellate della sua amica Violeta, ormai scomparsa. I loro affetti, a cui mai hanno rinunciato, rivivono nella “ casa del mulino”, immersa nella natura che trasmetteva loro un grande senso di serenità e che rappresentava il loro rifugio dalle tempeste della vita . Il desiderio di Violeta era quello di vivere avidamente, con passione, nutrirsi del pericolo che la minacciava; il suo isolamento rispetto alle sue coetanee la faceva soffrire, ma in un certo senso la inorgogliva, la faceva sentire viva e capace di scegliere la propria strada, attraverso la ribellione e sfuggendo alle convenzioni sociali. In lei rivivevano le tracce delle donne della sua famiglia, di sua madre Cajetana e di sua nonna Carlota, il loro furore e la rabbia, che potevano apparire violenza, ma riflettevano il loro ardore e desiderio di vivere con passione . Violeta cerca di superare il disprezzo che gli altri le dimostrano attraverso il rifugio in un mondo che si è creata, diverso dagli altri e che le appartiene, in cui non si sente giudicata. Vive il riflesso della debolezza degli altri e riesce a trasformarlo in forza: le sue scelte, anche quelle più estreme hanno come scopo la libertà. La violenza da cui Violeta è circondata, la stringe in una morsa, ella soccombe ad essa, ma poi trova la forza di scappare e lo sparo rappresenta il tentativo di fermare la spirale di violenza e che l’ha da sempre avviluppata in una rete da cui non riusciva a liberarsi e il suo gesto è stato come “tenere insieme i cocci del suo mondo” che si era frantumato dopo la morte di sua madre.

“Antigua, vita mia”, di Marcela Serrano

Significativo è il profondo senso di solitudine delle due donne che reagiscono in modo assolutamente diverso: Violeta attraverso l’abbandonarsi alle passioni, vivendo il dolore, ma diventando sempre protagonista della propria vita e delle proprie scelte, Josefa al contrario è una protagonista apparente, attraverso la sua fama di cantante, si è costruita un ruolo, ma che non è il suo, non l’accetta, perchè deve attenersi a scelte dettate da altri, non è libera, come Violeta – sintomatici sono gli attacchi di panico da cui è colpita.
Antigua non rappresenta soltanto un luogo fisico: lì Violeta è stata concepita ed è il posto in cui è stata sepolta sua madre, morta in nome di un ideale, assieme al suo compagno guerrigliero con cui ha condiviso le idee di libertà. La tomba di sua madre è dispersa tra le altre, è senza nome, segno di una traccia che potrebbe sparire nell’indifferenza, ma che Violeta riesce ad identificare, per ricomporre i pezzi di una vita fatta di dolori e di sofferenza che tuttavia non sono riusciti a piegare la sua anima indomita. Antigua è anche il luogo dove tutte le sensazioni hanno un inizio e una fine, in cui si crea un equilibrio tra le forze che hanno lottato dentro di loro, a volte vincendo, a volte opponendosi alla loro voglia di vivere, il luogo in cui i fili della vita delle due donne si ricongiungono in un percorso di affetto e di comprensione reciproca.
Violeta trascina nella sua corsa silenziosa Josefa, con cui ha condiviso tutto, nonostante abbiano avuto due vite diverse, e la porta ad entrare in un’altra dimensione, più sofferta forse, ma certamente più autentica, salvandola da se stessa. E il suo ultimo regalo per lei è un arazzo, un insieme di fili multicolori che rappresentano le luci e le ombre della sua vita, ma che lei è riuscita a tenere insieme, senza spezzarli e creando qualcosa di bello e importante.