Su “Le pagine strappate” di Cristina Comencini

Ilde Rampino recensisce uno dei capolavori della letteratura moderna

Recensione a cura i Ilde Rampino

Lo sguardo di una ragazza, Federica, persa nei meandri del tempo, attraversata da bagliori di luci e ombre, estranea al pensiero altrui, immersa in un silenzio in cui le parole si rincorrono nella mente in cerca di un punto fermo, ma poi vengono assorbite in un vortice di sensazioni contrastanti e il tacere diventa l’unico modo per frenare quel turbinio incessante. Le parole quindi si trasformano e cercano un varco attraverso la scrittura, perchè “scrivendo, si parla senza essere interrotti”. La vicenda, densa di intensi spunti emotivi, si incentra attorno al difficile rapporto tra un padre e una figlia, ai ricordi di un uomo che non riesce a fare i conti con uno sbaglio compiuto nel passato : risalgono alla superficie della sua anima le passeggiate con un’altra donna, in un periodo di crisi matrimoniale, passi scanditi anche allora dal silenzio, come leit-motiv di una vita in cui non si riesce ad essere se stessi, ad accettare le proprie debolezze, e allora ci si trincera in un mondo fatto di parole non dette. Federica non parla e si affida, nel suo mondo di ricordi sbiaditi, a oggetti, come il cerchio argentato, simbolo di un amore perso e continuamente cercato attraverso il vuoto di “pagine strappate” inavvertitamente, come per gettare un ponte al di là di una vita diversa, cancellare il dolore o dare una risposta a interrogativi assillanti, a misteri mai risolti, a un segreto che la rendeva superiore e in un certo senso più forte degli altri, in nome di una scelta radicale. Vi è il tentativo malcelato di tenere tutto sotto controllo, di riannodare i fili sparpagliati di una vita programmata in un certo modo, ma improvvisamente dispersa dalle circostanze. La decisione improvvisa della partenza segna una frattura con il mondo di prima e si trasforma in un’esile speranza di ricreare un rapporto tra di loro, di risvegliare i sentimenti sopiti: la casa di Ischia diviene il simbolo di un rifugio e di un passaggio a un’altra dimensione affettiva più sincera. La malattia del padre innesca in Federica un meccanismo diverso, un senso di protezione che la spinge a parlare nuovamente, a prendersi cura di qualcuno, nonostante lei avverta la consapevolezza di essere alla ricerca di qualcosa, “di non essere  ancora niente”. Il momento topico di questo rapporto ritrovato è la salita al monte, significativo anche come l’immagine di qualcosa di lontano, che non può mescolarsi alla quotidianità della vita, un mondo che apre il cuore a una visione più ampia dell’esistenza. E’ come un continuo intrecciarsi e rincorrersi di situazioni, come cerchi concentrici spezzati e poi riannodati in modo superficiale, ma in un certo senso più reale. E tra Federica e suo padre si muove un mondo di donne, le sue sorelle, pagine diverse di uno stesso libro, che sembrano estranee tra loro e incapaci di esprimere amore, spaventate dalle difficoltà e desiderose al contempo di coprire con le parole le incertezze esistenziali. Le parole, pietose ancelle di un dolore profondo e spesso inespresso, trovano pian piano il loro posto in un diario, le cui pagine, traboccanti di amore e di disperazione, diventano le tessere di un discorso interrotto, ma custodito per sempre nel cuore di ognuno.