Ciampi senza programma
e maggioranza. Ma non lascia

Con otto voti su 32 non può amministrare conti, patrimonio, rapporti finanziari con le partecipate, urbanistica. Ma il Sindaco non si dimette, mentre le opposizioni non lo sfiduciano almeno per due mesi. E la città attonita resta a guardare

Ad Ariano Irpino e Montoro, a Mercogliano, Grottaminarda, Mirabella Eclano, Montella e Nusco si aggiungerà Avellino nel voto di primavera tra pochi mesi.

L’esito delle consultazioni tra i gruppi consiliari di Opposizione ha per ora stabilito una sfiducia larga nei confronti del Sindaco di Avellino, il pentastellato Vincenzo Ciampi eletto nel giugno scorso. Si tratta di una posizione politica assunta rispetto al quadro politico che proprio Ciampi e i suoi più stretti interlocutori hanno voluto e tenuto finora.

Fin dalla notte della vittoria nel ballottaggio contro Nello Pizza, il candidato di un Centrosinistra che aveva ottenuto un largo consenso (e la maggioranza dell’aula) al primo turno, Ciampi aveva ostentato sicurezza nel pretendere di poter amministrare la città senza intese o accordi con alcuna forza presente in Consiglio. Per tutti questi mesi ha ripetuto come un mantra che sul programma e sulla giunta monocolore Cinque Stelle nessuno avrebbe potuto avanzare pretese. La sua vittoria al ballottaggio, frutto di una larga astensione rispetto alla partecipazione di quindici giorni prima, rappresentava nella sua visione la base per un mandato diretto, a prescindere dal ruolo di un Consiglio che non avrebbe dovuto ostacolarlo, salvo assumersi la responsabilità di porsi contro la volontà popolare.

Ma nei numeri, la sua lista e lo stesso consenso personale raccolto non lo ponevano e non lo mettono nelle condizioni di poter agire ignorando che i gruppi consiliari sono stati eletti. La centralità dell’assemblea elettiva, per il suo ruolo di contrappeso rispetto ai poteri ampi assegnati al primo cittadino dalla riforma approvata in prima battuta nel 1990, è stata disegnata dal Legislatore con uno scopo preciso. Il Consiglio nel suo complesso detiene le prerogative necessarie e sufficienti a garantire un equilibrio dell’azione amministrativa. Al di là della differenza tra maggioranza e opposizione, i gruppi sono eletti essenzialmente per assicurare il controllo degli atti a garanzia dei cittadini e della democrazia, con potere di fermare sindaco e giunta in particolare sulle questioni finanziarie relative alla tenuta dei conti, sulla pianificazione urbanistica, sulla programmazione delle dismissioni o delle acquisizioni patrimoniali, sulla trasformazione del tessuto edilizio della città. Svolgono una funzione essenziale.

Avendo scelto di non cercare nell’aula consiliare le solidarietà e il sostegno per attuare un programma espressione di una maggioranza tutta da costruire, Ciampi ad Avellino non ha seguito l’esempio dei pentastellati a Roma, che hanno concluso un accordo, ribattezzato ‘Contratto’, con una forza antagonista come la Lega, dopo aver tentato di definire una analoga intesa anche con il Partito Democratico.

Le dimensioni della sfiducia raccolta sulle linee programmatiche, tra opposizioni e astensioni, ne rendono il cammino una forzatura, resa possibile esclusivamente in ragione della posizione assunta dal Pd di via Tagliamento.

Con la decisione di non sfiduciare subito un’amministrazione che dopo il voto di ieri resta in piedi soltanto per un tecnicismo normativo, il Pd irpino nelle sue articolazioni di gruppi separati in casa si è assunto una responsabilità clamorosa e senza precedenti, al di là dell’avallo giunto dalle deputazioni nazionali e regionali rimaste al partito.

Rinviare a novembre la questione della fiducia, in un contesto nel quale il Consiglio è paralizzato nella sua azione dalla mancanza delle commissioni, equivale a stabilire altri due mesi abbondanti di paralisi della città da un lato, deresponsabilizzazione della giunta dall’altro, senza avere alcuna certezza su ciò che accadrà di qui a poche settimane nel contesto più ampio della Campania e del Paese.

In attesa di capire se Nicola Zingaretti avrà un suo sfidante (renziano) nella corsa alla segreteria di gennaio, Matteo Salvini sta lavorando per allargare ulteriormente la sua base di consenso a Forza Italia e a Fratelli d’Italia, in un Parlamento dove solo i Democratici e la Sinistra di Mdp sono ancora all’opposizione.

Ciampi non intende dimettersi, i consiglieri restano alla finestra e la città, sfiduciata davvero, resta a guardare.