A proposito de
“L’amica geniale” di Elena Ferrante

Recensione di Ilde Rampino di uno dei grandi successi letterari italiani, che ha ispirato l'omonimo film presentato alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia

Un’amicizia profonda che attraversa l’adolescenza di due ragazze, Elena e Lila, che imprime le tracce dei loro destini: attimi e particolari per ricostruire la loro storia, per riprendere le fila di un passato, di un discorso interrotto e poi iniziato in modo diverso. Un rapporto, disseminato di prove di coraggio “ per esporci alla paura e interrogarla”, mentre vivo diviene il desiderio di imitazione, da parte di Elena, per sentirsi al suo livello, o almeno di avvicinarsi, inserendosi in un percorso di novità e di incoscienza tracciato dall’amica. La condivisione dei loro giochi diventa il tentativo di creare un varco, di trasferire inconsapevolmente le proprie incertezze e le proprie paure alle bambole, che poi cadono in una “torva caverna”, nel buio di un mondo sconosciuto, di cui le ragazze avevano paura, eppure ne venivano attratte. Il passaggio verso l’ignoto era descritto verso una scoperta, terribile ed attraente al contempo. Il sentimento di Elena nei confronti di Lila è spesso ambivalente, le andava incontro come a una fatalità, con l’angoscia di non fare in tempo a raggiungerla, si sentiva sempre giudicata da lei, anche se ne ricercava l’approvazione; credeva a tutto ciò che diceva, nonostante a volte la considerasse cattiva, come era giudicata da tutti, per lei ogni divieto davanti a lei perdeva improvvisamente consistenza, si disfaceva dinanzi alla rete della sua determinazione.

L’ambiente in cui vivono, le loro famiglie, i rapporti spesso annodati in fili che pian piano si spezzano, sono permeati di violenza, di un fuoco che cova sotto la cenere e che esplode improvvisamente, colpendo tutti nelle proprie certezze familiari, violenza inasprita dalla miseria, non solo fisica, ma anche e soprattutto dalla delusione di fronte al tradimento, alla vessazione e alla paura.

Un elemento cardine che definisce la natura della vicenda e in particolare del personaggio di Lila è quello del senso di “marginalità” che a volte scompare in alcune persone e che Lila avverte come se si dissolvessero i margini delle cose e in qualche caso anche delle persone, creando un vuoto in cui poter inserire la propria anima, ma è una sua prerogativa che non riesce a condividere con nessuno, neanche con la sua amica del cuore, Elena. Fondamentale è il concetto del “prima”, di un tempo in cui loro non erano nate, ma in cui si erano intrecciati i vari destini della gente del rione, erano nati odi e amori che a poco a poco si erano alimentati e avevano provocato reazioni spesso spropositate. Vivo è anche il desiderio di liberarsi di quel “prima” e recuperare rapporti autentici, anche se in contrasto tra loro e, quando ciò avviene, si rompono degli equilibri, a cui fanno eco i fuochi pirotenici della notte di Capodanno. La vita delle due ragazze si sviluppa su due binari distinti, in cui viene definito il concetto di ricchezza, che a poco a poco cambia, evolvendosi nella capacità di realizzare i propri sogni, “uscendo dal rione, restando nel rione”. E’ un intrecciarsi di vite, attraverso amori inespressi e sogni taciuti nel proprio cuore: Elena diventa l’amica geniale, che è riuscita a percorrere una propria strada, nonostante la debolezza e il senso di inferiorità nei confronti di Lila. Il mondo e la realtà alla fine sembrano trasformarsi e l’ultimo sguardo è rivolto a quelle scarpe, simbolo di cambiamento, ma indossate come uno sfregio su uno specchio già incrinato dalla vita.