Al Comune di Avellino resta tutto immutato, dopo una giornata concitata consumata nell’attesa di un voto che non c’è stato.

In realtà, immutato tutto proprio no, perché è passato un altro giorno senza alcun risultato per un’Amministrazione che appare sicura e tempestiva nelle dichiarazioni e nella comunicazione, ma non riesce a venire fuori dall’angolo in cui si è rifugiata dopo il voto di giugno. Qualcosa è cambiato perché cresce il fronte di quelli che non vogliono più saperne di dialogare con il Sindaco e il suo gruppo, perché chi puntava alla sfiducia oggi sembra più motivato a provarci, ma anche perché per Ciampi le vie di fuga rimaste sono pochissime.

Enza Ambrosone, già vicesindaco della città di Avellino. Dal 1995 siede tra i banchi consiliari della città di Avellino.

La decisione del Primo Cittadino di ritirare le sue linee programmatiche, rendendosi disponibile ad un confronto di merito con i gruppi, può anche essere stato un modo per prendere tempo, ma agli atti del Consiglio è registrato essenzialmente come un atto politico. Quel programma, quello che aveva presentato come frutto della sua parte politica, è stato ritirato. Da questo non può tornare indietro senza dover ammettere di aver cambiato idea ancora una volta. Per uscirne deve trovare sull’altro fronte una indisponibilità ad accettare una proposta, che in verità non ha ancora fatto.

Sull’altro fronte, un altro atto politico. I capigruppo non potevano sottrarsi all’invito del Sindaco, per il rispetto che si deve all’istituzione, al tricolore e alla città che lo ha eletto, di declinare senza prima ascoltare una proposta, quale che sia o sarà. Così come non potrebbero sottrarsi ad un atto di responsabilità, se supportato da trasparenti intenzioni di assumere impegni concreti di fronte alla città.

Ma in queste ore, salvo chi qualcuno interessato ad un prolungamento dell’esperienza, pentastellati a parte, salvo chi ieri sera era molto vicino al Primo cittadino nel momento in cui stava comunicando il ritiro delle sue linee programmatiche, tra gli altri sembrava prevalere la consapevolezza che toccherà a loro decidere il destino della consiliatura.

In altri tempi, se questa amministrazione fosse effettivamente partita, i cronisti avrebbero potuto utilizzare la parola crisi per definire lo stato in cui si trova l’attuale esecutivo. Ma l’ordinamento impone compiti e funzioni diversi, sinergici ma complementari, un sistema di pesi e contrappesi pensati per definire entro quei limiti i poteri e le prerogative del sindaco nei confronti del consiglio da un alto, dell’assemblea cittadina nei confronti di un capo dell’amministrazione eletto direttamente dai cittadini, dall’altro.

Nella passata consiliatura il potere interdittivo di una parte della maggioranza, abile a creare geometrie variabili convergendo con l’opposizione su alcuni temi ritenuti di interesse, oppure amministrando le assenze per far saltare le sedute, ha evidenziato quali squilibri possa generare per il sindaco la scarsa coesione all’interno di una compagine di maggioranza. Nel caso attuale, le poche risorse numeriche a disposizione di Vincenzo Ciampi lo mettono nella condizione di scegliersi le forze con cui collaborare o rinunciare.

Senza Consiglio non è possibile amministrare e i consiglieri sono chiamati a svolgere con il controllo e un atteggiamento sobrio ma rigoroso la propria parte.

Fino al 1990 era un consigliere comunale ad essere eletto sindaco dai suoi pari al termine di uno o più scrutinii nell’aula cittadina. La riforma ha rafforzato alcuni poteri d’azione, ne ha accentuato le responsabilità, ma non lo ha liberato dal Consiglio il sindaco, che resta il luogo dove la legittimità del suo operato è sostenuta da una maggioranza e controllata dalla minoranza.

Se questo equilibrio non sarà raggiunto, i capigruppo che oggi hanno lasciato scuri in volto il Consiglio comunale non potranno che prenderne atto. È quanto alcuni di loro cominciano ad affermare a voce alta, preoccupati che ad oltre due mesi dalle elezioni, mentre un commissario prefettizio sta predisponendo un bilancio consuntivo, non è stato possibile ancora determinare la differenza tra maggioranza e opposizione.