A sei mesi dall’approvazione del nuovo piano sanitario regionale e a cinque dalla nomina dei direttori generali di Asl e aziende ospedaliere, la riprogrammazione del Servizio in Campania resta incompiuta. La stessa Cisl Funzione Pubblica regionale fa un primo bilancio delle attività, alla vigilia della nuova attesa svolta, con il ritorno dei poteri commissariali in capo al governatore, ad un anno e mezzo di distanza dalla fine della gestione Caldoro. Diciotto mesi difficili, in particolare nell’ultimo semestre, dominato dalla conflittualità fra esecutivo regionale e struttura commissariale. In questa perenne fase di transizione in cui è costretta la Sanità della Campania, la Cisl punta l’indice in particolare su quello che definisce “un eccesso di esternalizzazione dei servizi”, conseguenza della cronica carenza di organico. Per il segretario regionale Doriana Bonavita  il ricorso continuo a ditte esterne per assicurare servizi sanitari e ospedalieri ha assunto i contorni di “forme mascherate di impiego pubblico”.

Il segretario regionale della Cisl in Campania, Doriana Bonavita

Segretario Buonavita, a tre mesi dall’insediamento dei direttori generali delle aziende sanitarie, è possibile tracciare un primo bilancio delle attività?

«Dal punto di vista delle relazioni sindacali, non posso che confermare un corretto dialogo con tutte le aziende delle province campane, in particolar modo per Napoli e Caserta, mentre dal punto di vista amministrativo, il sindacato è interessato all’organico degli uffici, alla carenza di personale, ai reparti in dismissione. Un particolare dialogo c’è stato quando si è iniziato a parlare di servizi da esternalizzare”.

Perchè?

«Non siamo contro le esternalizzazioni, ma vorremmo vederci chiaro sulle motivazioni che spingono a congelare i servizi interni, per affidare poi a società esterne: questa è una manovra che non produce nessun risparmio».

La grave carenza di personale non è stata colmata da procedure concorsuali o assorbimento di lavoratori in attesa.

«Oggi abbiamo una platea di 3mila e 500 precari, un dato che è già stato condiviso sia con il governo regionale che con ogni singola azienda; ma invece di procedere all’assorbimento si fa affidamento a servizi acquisiti all’esterno dalle aziende, dove si cercano profili professionali qualificati».

L’esternalizzazione però dovrebbe essere una prassi adottata soltanto in regime di urgenza e provvisorietà.

«In pratica, per sopperire alle carenze di organico i direttori generali provvedono ad esternalizzare i servizi come forma di ordinaria amministrazione. Ma abbiamo personale senza lavoro da 10 anni in carico al sistema regionale sanitario che attendono di essere assorbiti».

Qual è la posizione della Regione?

«Dal Governatore De Luca abbiamo ottenuto aperture al confronto su questo tema e dimostrazioni di sensibilità rispetto alla questione sollevata, ma la disponibilità lascia il tempo che trova: ora noi vogliamo i fatti».

La Cisl è in grado in questo momento di quantificare l’incidenza del precariato nelle aziende sanitarie e ospedaliere sul territorio regionale?

«La Regione Campania non ha certificato la carenza dell’organico, nè le aziende sanitarie e ospedaliere hanno completato le griglie: al momento non sappiamo quantificare le carenze e forse una mancata risposta è funzionale proprio a mantenere il problema delle esternalizzazioni sotto tono».

Insomma, si fa finta di niente, nelle pieghe del rigore. Pensa si tratti di un chiaro indirizzo politico?

«Possiamo solo affermare che non ci sono concorsi in vista, ma anche che questa non è una procedura ordinaria: potrebbe anche essere una forma mascherata di assunzione di impiego nel servizio pubblico; magari ci troveremo ad occuparci di stabilizzare i lavoratori interinali di oggi, e a sopperire le carenze di organico».

La stabilizzazione del precariato, però oggi è possibile.

«Le leggi ci sono e altre Regioni le hanno già applicate; è possibile bandire un concorso unico e procedere alle stabilizzazioni».

Da questo quadro si deduce che gli atti di indirizzo approvati nelle province nell’ambito del piano ospedaliero non siano ancora decollati.

«Gli atti di indirizzo difficilmente trovano attuazione, a prescindere da chi governa: c’è un dispendio di risorse per la pianificazione, che finisce per produrre soltanto un eccesso di incartamenti e di burocrazia, ma poi si rivela carta straccia. Basti pensare che attendiamo da anni il riordino della rete ospedaliera che tenga dentro la rete territoriale e dell’emergenza…».

I piani licenziati non si traducono in atti concreti, quindi…?

«Direi di no. E il caso lampante è quello del decreto 49 del 2010, il precedente Piano ospedaliero, che aveva i suoi limiti sì, ma nel piano di riconversione sul territorio si rivelava condivisibile».

Continui.

«Alla scadenza abbiamo constatato soltanto la chiusura di Bisaccia: non sono mai state attivate né la lungodegenza, né la riabilitazione. Anche i privati subentrati in alcuni servizi si sono ritrovati in difficoltà».

All’atto dell’insediamento, il nuovo governo regionale si era proposto di colmare quelle lacune, cambiando anche l’indirizzo strategico. Risultato?

«La confusione che regnava prima persiste anche oggi. L’unico vero merito che riconosciamo al governo attuale è di avere prodotto una grande quantità di atti che non risultano applicati».

La Sanità continua però a far discutere. E si conferma lo slogan ‘meno ospedale, più territorio’. Lei partirebbe dall’applicazione del piano ospedaliero oppure dalla riorganizzazione della medicina territoriale?

«La vera leva su cui scommettere e che può produrre risparmio è la riorganizzazione della rete territoriale, con gli ospedali di comunità e la medicina di base. Inviterei tutti i direttori generali a recuperare i protocolli che sono rimasti nel limbo e ad applicarli. Oggi c’è bisogno di agire, non più di pianificare».

Il Governatore De Luca, intanto, si prepara a rientrare nei poteri di commissario alla sanità, e a sostituire Joseph Polimeni alla guida della struttura straordinaria. Cosa si aspetta il sindacato?

«Ci auguriamo che si scriva di meno: i libri di favole che sono stati licenziati in questi anni devono essere dei manuali utili a chi concretamente vuole mettere in pratica gli atti. Lanciamo una sfida a rendere attuativo quanto è stato scritto».

La struttura commissariale campana è in forte ritardo anche per quanto riguarda gli accreditamenti.

«Su questo punto la Cisl ha presentato una proposta: accreditamenti, sanità privata, budget e tetti di spesa devono essere stabiliti in base ai bisogni e alla domanda di ciascun territorio».

Quale modalità suggerisce?

«Se la domanda su una patologia è più alta in una zona piuttosto che in un’altra, si dovrà distribuire il fondo non in maniera orizzontale, ma a seconda delle esigenze. In questo modo non si interrompono bruscamente le prestazioni e le strutture non chiudono».

Faccia un esempio?

«Si penalizzano strutture come la clinica Malzoni o la Montevergine di Mercogliano a favore di altre attività meno richieste».

Occorre accentuare analisi e controllo della spesa?

«Ben venga la vigilanza sull’utilizzo dei budget nelle strutture, perché si spalmi per vasi comunicanti e non con una logica di frazionamento fisso».

Insomma, valorizzazione delle eccellenze all’interno della rete dei servizi. è così?

«Tutte le strutture ospedaliere devono avere al proprio interno delle piccole eccellenze: non si può fare ovunque ogni cosa. è necessario creare dei grandi poli come il Moscati, che è un’eccellenza per l’oncologia e spoke neurologico, con tutte le altre discipline che diventano complementari».

Questa linea oggi sembra condivisa dai manager, che ne affermano la necessità. Ma come si può attuare?

«Questo indirizzo si concretizza solo se si investe in attrezzature e risorse umane, compiendo scelte. Abbiamo già acquisito i risultati di un’erogazione di risorse uguale per tutti, frutto di riparti lineari. Ora occorre guardare quello che si fa».

Alla luce di queste considerazioni, si può ancora parlare di riorganizzazione oppure occorre viceversa riprendere termini più forti, che pure vengono adoperati in alcuni ambienti, come ‘ricostruzione del Ssr’…?

«Rispondo così: sono state chiuse sale operatorie di eccellenza, smantellate strutture che erogavano servizi in emergenza, senza un’alternativa valida. Se si chiude a ragion veduta, bene. Ma preoccupa quello che non si apre…».

Comunque, le resistenze non mancano. In particolare sull’organizzazione della medicina territoriale i medici di base. Lei cosa ne pensa?

«Bisogna partire necessariamente da una messa a sistema dei medici ambulatoriali, di base e ospedalieri, che lavorano per tre aziende diverse ed erogano gli stessi servizi: ci vuole una rete, per produrre risparmi, offrire risposte concrete ai pazienti e snellire le liste d’attesa».

All’indomani delle nomine dei direttori generali di Asl e Moscati, i vertici delle strutture avevano annunciato la stesura di un protocollo di collaborazione, per ridurre l’ospedalizzazione nel centro di eccellenza e ‘consegnare’ la presa in carico del paziente all’azienda sanitaria e dunque al territorio.

«Un accordo di questo tipo era già stato anticipato ai tempi di Florio e Rosato: l’ideale sarebbe costruire una rete unica degli ospedali guidata e gestita dal Moscati, con l’affidamento della specialistica e della medicina territoriale all’Asl».

Perchè questa ipotesi viene caldeggiata dagli operatori ma mai adottata?

“Questo non è un sistema utile alla politica, non sempre la volontà dei manager coincide con quella espressa da altre forze”.


ARCHIVIO. SANITÀ CAMPANA NEL 2015 PRIMA DELLA GESTIONE DE LUCA