Ciriaco De Mita ha riportato il simbolo dello Scudocrociato a sinistra in Campania. Cinque anni fa era stato tra gli artefici della candidatura e della successiva elezione di Stefano Caldoro alla guida della Campania nel 2010, l’allora eurodeputato Ciriaco De Mita. Dopo il suo strappo (nel gennaio del 2008) dal partito che aveva contribuito a fondare, attraverso il lungo cammino iniziato nel 1994 (dopo la fine della Dc, dal Ppi alla Margherita, fino alla costituente del soggetto unico), schierò lo Scudocrociato (di cui era commissario) a sostegno di un progetto che mirava a stabilizzare il quadro politico regionale, travolto dalla rovinosa caduta di Antonio Bassolino e assediato dai movimenti che si contrapponevano ai partiti tradizionali.

Il nuovo scenario disegnato dall’Italicum rende legge dello Stato la cosiddetta ‘vocazione maggioritaria’

Ciriaco De Mita e il logo storico della Democrazia Cristiana

IL RAPPORTO DIFFICILE CON GLI AMICI DI SEMPRE. Non si è mai troppo preoccupato di replicare direttamente alle varie anime del Centrosinistra che, indignate, avevano proclamato il “tradimento consumato da uno dei padri della Sinistra democristiana”, limitandosi ad additare il Pd come un contenitore vuoto di politica e prospettiva, un modo per confutare l’esistenza di un partito tradito. In realtà ha difeso un patto con la Destra per evitarne la deriva, in un contesto territoriale privo dei tradizionali argini garantiti soprattutto a Napoli dal Pci prima, dal Pds e dai Diesse poi. ‘Il governo possibile’ era l’obiettivo dichiarato di una alleanza, che avrebbe dovuto comporre intorno ad un progetto di cambiamento esperienze riformiste, liberali e cattoliche. Vista dal Centro, l’intenzione era contenere la crescita di uno schieramento presentatosi agli elettori senza alcuna alternativa in grado di sbarrargli la strada. Basata su un patto programmatico, che puntava a ridurre lo strapotere di Forza Italia e del Cavaliere nella logica della responsabilità condivisa, la coalizione non rappresentava un progetto politico, ma soltanto una convergenza temporanea di scopo. Divisi a Roma, Udc e Forza Italia avrebbero dialogato solo attraverso la figura di garanzia gradita ad entrambe le parti, quella del governatore. Caldoro, proveniente dalla tradizione socialista, era stato indicato come il garante di questo delicato equilibrio tra culture e identità diverse per storia, principi e retaggio. Il divorzio consumato con l’esponente socialista (solo apparentemente all’ultimo minuto) è stato spiegato da Giuseppe De Mita come la presa d’atto che l’equilibrio si era rotto da tempo.

Nel Mezzogiorno la Campania può svolgere una funzione propulsiva per il cambiamento, se saprà offrire risposte ai problemi veri della gente

IL GIUDIZIO CRITICO SULL’OPERATO DEL GOVERNATORE. Come ha spiegato nel corso di una conferenza stampa ad Avellino, il deputato centrista Giuseppe De Mita, il presidente uscente Stefano Caldoro non incarna più il fiduciario del patto politico nella maggioranza del 2010, ma soprattutto ha perso credibilità tra la gente, a causa del suo operato.
I conti in ordine della Sanità non bastano a tranquillizzare i cittadini, che chiedono invece servizi efficienti, ha ricordato il parlamentare, non celando una chiara insoddisfazione anche per come è stata gestita la partita sugli investimenti e i servizi pubblici. Il ruolo centrale delle autonomie locali nella programmazione degli investimenti impone alla Regione quella riforma del decentramento, di cui Caldoro ha parlato solo in campagna elettorale. Sono i Comuni i centri della spesa, nel quadro preciso di una pianificazione che l’Europa assegna ai sindaci, ai territori, fin dai documenti della Commissione Europea del 2006 e 2007. Su acqua, trasporti, rifiuti, turismo e industria da un lato, sui fondi europei dall’altro, la Legislatura appena conclusa ha lasciato sul terreno opportunità non colte e, soprattutto, problemi drammatici irrisolti, è l’analisi dell’ormai ex alleato Udc.

Un’intervista pubblicata da Vanity Fair a Ciriaco De Mita

Il progetto di governo e la grande riforma del decentramento alla base della scelta
Ma anche i nodi politici nell’area centrista

«TANTE LE QUESTIONI SUL TAPPETO, MAGGIORANZA USCENTE SFIBRATA». Il ciclo integrato dell’acqua e dei rifiuti, il riassetto dei trasporti su gomma e su ferro, un sistema dell’assistenza sociale e sanitaria disastrato da un’opera di risanamento, che ha tagliato i servizi essenziali e precarizzato le prestazioni, sono solo alcuni dei temi su cui si addensano le critiche dello Scudocrociato e dei De Mita. Su tutto poi c’è il drammatico problema del lavoro in Campania, oggi alle prese con numeri ben più gravi di quanto le statistiche non restituiscano per il resto del Paese. Giunta logora e divisa al traguardo del quinquennio, la maggioranza nata per cambiare la Campania non è riuscita nell’intento, nonostante i numeri disponibili in Consiglio regionale, sfaldandosi fino a spappolarsi nell’ultimo anno. Di fronte a queste emergenze, Ciriaco De Mita ritiene quello di Vincenzo De Luca il progetto adeguato per rilanciare le riforme e ristabilire un clima di fiducia, realizzando con la elezione dell’ex sindaco di Salerno una pre-condizione indispensabile al cambiamento, il riequilibrio tra zone interne e costiere ai tavoli decisionali.
In questo senso, con un De Luca ora in grado di vincere (al contrario di cinque anni fa) l’ex segretario Dc punta a cambiare polarità alla bussola regionale. Non sarà Napoli a dettare l’agenda nel prossimo ciclo legislativo. Le zone interne dovranno contribuire a determinare la prospettiva di una ripresa della Campania nel contesto del Mezzogiorno e dell’Europa. In questa visione più ampia della Campania nel Mediterraneo, l’ex presidente del Consiglio ha pesato il ruolo che il governo centrale avrà sulle grandi questioni aperte, tra tutte il biennio della Sanità ancora sotto commissariamento. Se il ‘Patto della Salute’ esclude il presidente della giunta regionale dalle funzioni commissariali (per il Piano di rientro), appare chiaro che fino al 2017 le strategie di ricostruzione del servizio sanitario regionale saranno elaborate tra Palazzo Chigi e il Ministero della Salute. Così come avrà valutato come inderogabile il superamento del centralismo regionale sulla spesa comunitaria, oggi preda della ‘onnipotente’ programmazione burocratica, ispirata dall’ufficio di staff dell’attuale presidente.

L’amico Sergio Mattarella al Quirinale, la visione politica di una stagione della Dc riformista spunta nel buio dei partiti in un Paese insofferente verso le istituzioni…

Il presidente del consiglio Matteo Renzi con Sergio Mattarella (d) durante la cerimonia del bicentenario dell’arma dei Carbinieri a piazza di Siena, Roma, 5 giugno 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

IL RITORNO A CASA DEL ‘FIGLIOL PRODIGO’. La svolta decisa da Ciriaco De Mita in una notte di primavera era maturata da tempo. Il divorzio da Caldoro e dal Centrodestra, peraltro previsto in alcune interviste dall’ex suo collaboratore nella Dc, Clemente Mastella, era cominciata a Chianciano oltre un anno fa, alla festa nazionale dell’Unione di Centro.
Là annunciò di aver preso atto della fine del Centrodestra come riferimento nazionale, in un Paese dove le forze eredi del Centro e della Sinistra collaboravano responsabilmente per assicurare un governo nazionale mettendo ai margini le sinistre e le destre. Proprio sull’onda della ‘necessità nazionale’ (in antetisi alla storica ‘solidarietà nazionale’ degli anni ‘70) la trasformazione del quadro politico ha reso irriconoscibili i partiti rispetto a cinque anni fa. Ben diversi da quelli che si fronteggiavano al momento della uscita di De Mita dal Pd e dal Centrosinistra, Pd e Forza Italia si sono scambiati i ruoli. Nel gennaio del 2008, De Mita aveva abbandonato il partito che aveva contribuito a fondare, contro il veto del segretario Walter Veltroni posto sulla sua ricandidatura alla Camera, ma soprattutto rifiutando l’idea del partito leggero, ‘liquido’ si diceva. Ma quello era un Pd lontanissimo dall’attuale, che Matteo Renzi ha disegnato in poco più di un anno. Pur condividendo l’idea del partito a vocazione maggioritaria inaugurata da Veltroni tra il 2007 e il 2008, Renzi l’ha resa un obiettivo e non una premessa. Esclusiva e (improbabilmente) imposta all’elettorato quella dell’ex comunista, inclusiva e costruita sulle riforme (legge elettorale ‘Italicum’ e non solo…) quella del Democratico (cristiano), l’attuale Premier.
Figlio del ‘doppio incarico’ come lo fu De Mita (segretario e presidente del Consiglio), Matteo Renzi ha annullato il peso delle correnti all’interno del suo partito proprio come fece l’irpino nella Dc, recuperando il dialogo come valore, la responsabilità come imperativo, le riforme come strumento per il governo dei problemi, in una prospettiva di medio e lungo periodo. Dalla sua investitura alla guida del governo (rilevando un Enrico Letta sanzionato per la sua mediazione al ribasso), Matteo Renzi ha riportato al Centro l’asse della responsabilità di governo, proiettando un esponente della (Sinistra) Dc sul Colle più alto della Repubblica, Sergio Mattarella. La sua elezione riscrive la storia del Paese dopo un quarto di secolo, richiamando in servizio al Quirinale (da Presidente) un ministro che nel 1990 si era dimesso per difendere il pluralismo dell’informazione. Mattarella (con altri colleghi della Sinistra Dc: Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani) firmò uno strappo clamoroso che fece tremare dalle fondamenta la Democrazia Cristiana e l’allora maggioranza del pentapartito, opponendosi ad una legge che avrebbe, come ha fatto, consegnato la democrazia italiana alla clava mediatica dell’astro nascente Silvio Berlusconi. Le sue dimissioni di allora contestavano il cedimento di un esecutivo politicamente debole (il settimo presieduto da Giulio Andreotti alla vigilia dell’apocalisse di Tangentopoli) alla tracotanza del gruppo Fininvest, un colosso già in grado di arringare la folla e gli elettori… Contro l’imposizione del Psi, che nella sostanza legittimava le reti private del Cavaliere sullo stesso piano della tv pubblica, con Mattarella c’erano i vertici irpini della Dc, a cominciare, appunto, da Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco e Nicola Mancino.

Ciriaco De Mita con Giulio Andreotti al centro e Flaminio Piccoli a sinistra

IN IRPINIA LA DC CON I SUOI RIFERIMENTI. Se nel Paese la Democrazia Cristiana torna con volti rinnovati, in Irpinia si riaggrega in sostanza per iniziativa dei suoi riferimenti tradizionali. Non a caso, per il senatore Enzo De Luca e per l’ex consigliere regionale Luigi Anzalone quello di Ciriaco De Mita è un naturale rientro nell’area dello schieramento, che ha contribuito a fondare sin dalla fine della Dc, per parlamentari del Pd come Luigi Famiglietti è un gioco di prestigio.