Ricerca USA: l’Olio extravergine è un farmaco. Nuovo mercato per l’irpino Ravece

Secondo la Food and Drug Administration uno deo prodotti tipici della Dieta Mediterranea sarebbe un potentissimo antifiammatorio

Olio extravergine di oliva - Immagine tratta da OlioCapitale Expo

Gli States ci sono arrivati prima. Così vocati e in corsa verso il benessere psicofisico hanno studiato il nostri oli. Nello specifico l’olio extravergine di oliva riuscendo ad arrivare molto oltre le già note proprietà benefiche della dieta mediterranea.

Il continente guidato da Donald Trump, che non produce olio d’oliva, se non in piccolissime quantità nella sola California, ha analizzato per più volte l’oro giallo. In soldoni quello che è emerso è il dato che l’olio extravergine di oliva è un vero e proprio medicinale. Se assunto regolarmente nei modi e nelle quantità prescritte. A dirlo niente poco di meno che la Food and Drug Administration, l’Ente governativo Usa che vigila sulla regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici venduti sul mercato americano. Così gli States hanno deciso di rivedere la definizione dell’olio extravergine d’oliva da alimento salutare a medicinale.

Immagine della scorsa edizione Ravece Food Festival Zungoli

La notizia riportata dalle principali agenzie di stampa italiane è calata esatta nei contesti locali. Il responsabile del progetto Slow Olive Campania e Basilicata, Angelo Lo Conte, in merito dichiara: “gli americani, che non producono olio, hanno individuato una molecola che è l’oleocantale. Si tratta di un potentissimo antinfiammatorio che si trova nell’olio extravergine di qualità. Per intenderci l’Oleocantale nei suoi effettti è simile all’ibuprofene che è il principio attivo di numerosi antinfiammatori di largo consumo”.

Altra sostanza miracolosa è “l’acido oleico, presente in percentuali altissime che oscillano tra il 70 e l’80% – prosegue Lo Conte – e ha effetti sorprendenti sull’ apparato cardiovascolare“.

Trattandosi di un medicinale, come riporta l’Agi, “Food and Drug Administration indica anche le modalità di assunzione dell’olio extravergine d’oliva. E’ sufficiente ingerire ogni giorno 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva crudo e lavorato a freddo, per garantire al nostro organismo l’assunzione di almeno 17,5 grammi di acido oleico, vitamina E e  polifenoli”.

Quel che resta da capire è se e come la “scoperta” può avere ripercussioni sulla produzione italiana e quindi irpina. Lo Conte dichiara che “già abbiamo dati importanti che riferiscono di importanti quantità esportate negli USA. Tuttavia gli americani potrebbero anche decidere di provvedere in loco, sebbene lì il clima non è mediterraneo, con alcuni e continui interventi sulle colture, potrebbero farcela. E’ interessante capire cosa decidono”.

Se dovessero demordere rispetto alla produzione interna, lo scenario si prospetterebbe a dir poco allettante da un punto di vista commerciale.

Attualmente il livello di esportazione a livello nazionale è pari al 98% e in generale lo Stato federale importa il 98% di tutto l’olio d’oliva che utilizza nei suoi confini. Oggi per i produttori, esportare in America settentrionale, significa avventurarsi in meccanismi molto complessi. Non a caso sono sorte aziende di intermediazione e consulenza che facilitano il districarsi tra la burocrazia e il setaccio doganale. E’ preferibile presentarsi tramite fiere di settore, eventualmente affidarsi ad un agente doganale e (tanto per iniziare) dotarsi di un sito web con canale e-commerce. Di recente i consumatori d’oltreoceano hanno palesato preferire “toccare con mano”. Quindi viene suggerita un’ipotesi da non sottovalutare e cioè l’apertura di una struttura, una sorte di filiale in territorio americano. Processo ritenuto  molto più veloce e meno dispendioso che in Italia. Una società aperta negli USA permetterebbe tra l’altro di usufruire dei finanziamenti offerti dalle banche americane.

Ad ogni modo quel che bisogna considerare e monitorare sono le decisioni di politica economica internazionale che intenderanno prendere a riguardo. Di certo è auspicabile e ipotizzabile si guardi all’Italia come uno dei Paesi (insieme a Spagna e Tunisia ad esempio) da cui acquistare olio.

L’Unione inoltre “con apposito Regolamento dispone che l’etichettatura sia arricchita dei claims, cioè delle proprietà nutrizionali del prodotto. Come presidio Slow Food già lo facciamo con l’etichetta narrante. Per il resto valutiamo come si muovono i mercati”.