Vittoria: “Con Zingaretti un partito riformista capace di parlare alle persone”

L'ex segretario provinciale del Pd sta organizzando in Irpinia il comitato di sostegno al governatore del Lazio, candidato alla guida del partito nazionale. La mappa di Piazza Grande in Campania.

«L’idea di fondo di Piazza Grande è che nel Pd bisogna aprire un dialogo e fissare una nuova agenda politica, ricostruendo un campo largo di centrosinistra». Franco Vittoria, coordinatore del Comitato irpino per Zingaretti ed ex segretario provinciale dei Democratici, spiega così il senso del progetto politico lanciato dal governatore del Lazio, in corsa per la guida del partito.

LA MAPPA DEL MOVIMENTO. Un progetto che in tutta la Campania sta incontrando l’attenzione di dirigenti e amministratori locali. Prima della duegiorni nella Capitale, Zingaretti il 2 ottobre ha fatto tappa a Napoli: una sorta di prova generale. L’iniziativa, che si è svolta alla Domus Ars, è stata organizzata, tra gli altri, da Nicola Oddati, presidente della Scabec (Società Campana dei Beni Culturali), possibile candidato sindaco di Napoli – con il sostegno del governatore Vincenzo De Luca-, già segretario provinciale dei Ds, che conosce il promotore di Piazza Grande dai tempi della Figc e della Sinistra Giovanile. Ma a promuovere l’evento erano anche l’ex assessore regionale Teresa Armato (area Franceschini) e Marco Sarracino (area Orlando).

Il comitato dell’area metropolitana partenopea è coordinato da Osvaldo Barba, vicesindaco di Arzano e presidente dell’associazione culturale Merqurio. Hanno invece annunciato la propria adesione il consigliere regionale, Gennaro Oliviero, presidente della Commissione Ambiente, il consigliere provinciale Pino Moretta, il consigliere comunale di Marcianise, Dario Abbate, l’ex candidato sindaco di Maddaloni, Peppe Razzano.

All’evento napoletano c’erano diversi osservatori esterni: lo scrittore Maurizio de Giovanni, l’imprenditrice Alessia Guernaccia, il politologo Mauro Calise.

In Irpinia, oltre a Vittoria, guardano a Zingaretti con interesse, l’ex presidente del consiglio comunale del capoluogo, Antonio Gengaro, e la componente franceschiniana guidata dall’ex senatore Enzo De Luca, tra le cui fila sono schierati Ida Grella e Franco Russo, già consiglieri comunali di Avellino, l’ex sindaco di Sant’Andrea di Conza, Vito Farese, il presidente dell’Alto Calore, Michelangelo Ciarcia, il sindaco di Solofra e candidato alla presidenza della Provincia, Michele Vignola. Ma la manifestazione del 13 e 14 ottobre ha sollecitato anche la curiosità del consigliere comunale Gianluca Festa, del gruppo Davvero.

L’INTERVISTA.  Vittoria, qual è l’obiettivo di Piazza Grande?

«Riprendere un cammino interrotto, ma anche avviare un percorso nuovo. Coinvolgere chi si è allontanato dal Pd, chi in questi anni si è sentito distante dalla politica e dalle sue parole d’ordine, chi si riconosce in un orizzonte progressista. C’è soprattutto la volontà di costruire una comunità partito, riconnettendo un tessuto che nel tempo si è fratturato, riannodando fili con le persone. Oggi, purtroppo, il Pd si regge su sentimenti di rancore».

Non c’è il rischio che si riciclino vecchi gruppi dirigenti?

«Non si può costruire escludendo o contandosi. Non c’è un’ortodossia da custodire, ma un ragionamento da fare assieme. Ci si deve spendere non per ritagliarsi uno spazio personale, ma per far avanzare il progetto. Non ci sono fasce da capitano da conquistare. Vogliamo costruire un partito riformista e ognuno può dare il proprio contributo con proposte sui temi in discussione».

Quali sono le priorità?

«La lotta alla povertà e alle esclusioni. Il lavoro ed il problema della fuoruscita dal mondo del lavoro. Serve un nuovo modello di sviluppo, che metta al centro l’uomo. Oggi c’è anche un tipo nuovo di povertà e di marginalità, che investe fasce sociali fino a ieri non coinvolte. Un processo che avviene silenziosamente e drammaticamente, che provoca una sorta di desertificazione. Dobbiamo guardare ai giovani che si sentono privati di una prospettiva o che chiedono, senza essere ascoltati, di far valere le proprie capacità e competenze».

Il Pd non è stato in grado di guardare con attenzione a questi fenomeni e di raccogliere le istanze sociali?

«I fatti dimostrano di no. Il Pd deve innanzitutto chiedersi il perché della sconfitta e comprendere perché non ci siamo accorti di ciò che stava succedendo. Non abbiamo colto le solitudini, che crescono soprattutto in un mondo sempre più schiacciato sulla dimensione digitale e virtuale».

Come si traduce l’autocritica e la riflessione in azione politica?

«Abitando i territori. Non si può abiurare una organizzazione, pensando che tutto passi attraverso le istituzioni e la gestione del potere. Non è un processo semplice, ma è la sfida che il Pd deve porsi. Dobbiamo diventare il partito delle persone, altrimenti resta soltanto “il non più” e “il non ancora”. Va innanzitutto contrastata la tendenza all’omologazione, il pensiero dominante, che trova sempre più spazio nel modello politico in questo momento vincente, che si basa sull’annullamento delle differenze. E’ il messaggio che porta avanti il governo giallo-verde».

Dica pure…

«La cronaca ci restituisce ormai quotidianamente esempi di esclusione e di pregiudizi. C’è chi vuol costruire una società chiusa, nella quale l’umanità e la solidarietà non sono più un valore. Il progetto di questo governo Movimento 5 Stelle – Lega non è in grado di unire l’Italia. Viene messa in discussione anche la democrazia rappresentativa».

Che tipo di risposta può essere data?

«Dobbiamo ritrovare le parole che ci siamo fatti sottrarre, ricontattando quel popolo con il quale non siamo più in sintonia. Bisogna creare opportunità e cittadinanza. Un ragionamento sul reddito può essere un elemento, ma non è sufficiente».

Il Mezzogiorno resta un luogo di forti contraddizioni, ma anche di potenzialità inespresse.

«E’ proprio così. Purtroppo al Sud è stato abbandonato il campo da tutte le forze politiche. Il Pd si è rivolto soltanto ad alcuni ceti. Ma ci sono energie positive da coinvolgere, anche nel nostro progetto. Servirebbe un nuovo Piano Marshall, evitando gli errori del passato. Investimenti pubblici per garantire la ripresa del Mezzogiorno e quindi dell’intero Paese».

In definitiva, c’è da giocare anche una partita per la guida del Pd.

«E’ necessario celebrare un congresso sui contenuti e sulla linea del partito. Dopo la discussione, bisogna fare sintesi e ritrovare l’unità di intenti, nella pluralità delle idee, nel rispetto reciproco e dei ruoli di ognuno. Zingaretti può essere un riferimento forte, per un modello di partito capace di leggere la realtà. Possiamo tornare ad essere determinanti nello scenario politico locale e nazionale».