Gengaro: M5s ad Avellino,
il governo del cambiamento mancato

L’ex presidente del consiglio comunale non risparmia critiche al sindaco Ciampi, ma accusa l'opposizione di non aver saputo interpretare le istanze di cambiamento dei cittadini. Il sottosegretario Sibilia, una sorta di "Mancino minore", che cerca di tenere l'ente sotto il suo controllo. Il Consuntivo è la polpetta avvelenata che Foti ha lasciato al suo successore.

M5s ad Avellino: il governo del cambiamento mancato. L’ex presidente del consiglio comunale, Antonio Gengaro, analizza la scena politica del capoluogo, cercando di tracciare un percorso per voltare realmente pagina rispetto al passato.

Che valutazione esprime sull’amministrazione cittadina targata Ciampi – Cinque Stelle?

«Nella nuova amministrazione emerge un grande vuoto di idee. La giunta nominata dal sindaco ha una sua dignità ed è certamente migliore di quella che avrebbe espresso Pizza, ma non c’è una visione strategica. Ciampi parla di cambiamento, però non è riuscito a portare una ventata di novità nella struttura burocratica dell’ente. I vertici sono gli stessi degli anni passati, quelli finiti nel mirino della magistratura, che si sono distinti per inefficienza e scarsa attitudine alla trasparenza. Il primo cittadino deve poi fare i conti con un altro problema».

Quale?

«Il ruolo ingombrante del “Mancino minore”, il sottosegretario Carlo Sibilia, che crea continue difficoltà al sindaco e alla città. Pretende di mantenere l’amministrazione sotto la propria influenza».

E l’opposizione?

«Avrebbe dovuto svolgere il suo ruolo in modo differente, interpretando il voto degli avellinesi. Essere parte attiva e propositiva in una fase tanto delicata, cogliendo le istanze di cambiamento della comunità. Ma il clima teso che si è creato per colpa di Ciampi e dei vertici del Movimento Cinque Stelle, ha impedito una dialettica serena. Da questa situazione se ne uscirà soltanto con un’altra forzatura».

Non manca, però, chi ha deciso di dare una mano al sindaco, pur essendo stato collocato all’opposizione dagli elettori.

«Il passaggio di consiglieri da un versante all’altro dell’assemblea, tira in ballo uno dei mali tipici del Mezzogiorno: il trasformismo. Ma c’è di peggio».

A chi si riferisce?

«A quelli che hanno appoggiato Ciampi al ballottaggio e poi si sono trasformati nei suoi più acerrimi nemici, soltanto perché non sono stati invitati al tavolo del governo».

Più in generale, potremmo dire che resta irrisolta la questione della formazione delle liste.

«I partiti e i movimenti scelgono le strade più comode e talvolta compromettenti per la costruzione del consenso. Spesso non sono che fazioni autoreferenziali in continua lotta per il controllo di uno spazio politico e di potere. C’è poi una parte della città che rappresenta i peggiori interessi, in grado di eleggere consiglieri, anche nel centrosinistra, per tutelare i propri affari. Questo è il mondo del consenso sporco».

Quali potrebbero essere gli anticorpi per arginare il diffondersi di tali fenomeni?

«La città avrebbe bisogno non dico di 100 uomini d’acciaio, ma almeno 10. Progetti politici chiari e coerenti ed un ricambio vero della classe dirigente».

Tra le vicende amministrative e gestionali del Comune, quali considera prioritarie per Avellino?

«Ce ne sono diverse. Dalla riorganizzazione dei trasporti, che sono assolutamente inadeguati, alla pianificazione urbanistica. In questi giorni mi ha colpito in maniera negativa il modo in cui è stata gestita la vicenda dell’ex cinema Eliseo. Una struttura con un suo valore architettonico, che è stata in anni relativamente recenti un luogo rappresentativo delle richieste di partecipazione e di protagonismo sociale e culturale e che doveva essere trasformato in un centro di studi cinematografici, raccogliendo il testimone di un’importante rassegna del territorio come il Laceno d’oro, sta per diventare una sede della burocrazia, un ufficio».

Quale poteva essere la strada da percorrere ?

«Andavano utilizzate le migliori energie impegnate nel settore. Mi sorprende che un assessore come Mancusi, che avrebbe la sensibilità per compiere scelte differenti, alla fine ha commesso un simile passo falso. Resto dell’idea, comunque, che l’opzione della Fondazione della Cultura sia la più valida. Affidare ad un unico soggetto ad hoc l’intera programmazione culturale e la gestione della Casa della Cultura “Victor Hugo”, della Casina del principe e del complesso museale di “Villa Amendola”. Un progetto di qualità, nel quale coinvolgere altre istituzioni e privati all’altezza della sfida, che potrebbe diventare un attrattore importante per la città».

Che idea si è fatto sul futuro del capoluogo? Si muove qualcosa?

«Non saprei dire se si muove qualcosa, mi pare proprio di no. Servirebbe un gruppo di persone capace di elaborare un progetto lungimirante. A metà degli anni ’90 emerse una generazione di giovani dirigenti ed amministratori, coagulati attorno alla figura del sindaco Antonio Di Nunno, che provò a voltare pagina. Dopo il gruppo è stato costantemente messo ai margini dal sistema politico. Purtroppo, sulle questioni serie, oggi nessuno ha il coraggio di parlare. Eppure la malapolitica ed il malgoverno pesano come macigni».

Faccia un esempio…

«La polpetta avvelenata che Foti ha lasciato a Ciampi. Un consuntivo che nascondeva debiti, scelte sbagliate e sprechi. Altro che risanamento».

Nel Pd nessuna novità?

«Andrebbe rilanciata un’area progressista e ulivista, capace di rimettere in cammino la politica con un progetto credibile per il capoluogo, che tenga conto degli errori commessi e sia capace di leggere adeguatamente la realtà, avanzando proposte e confrontandosi con le nuove spinte che vengono dalla società. Mi sembra che l’idea del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, vada in questa direzione».