In Campania nasce un nuovo Welfare Fortini: tutele e diritti, il piano

Ecco il programma per i giovani e la scuola Prevista anche una sinergia con i ministeri e i Comuni sull’immigrazione

La scuola, l’università e la ricerca sono indicati tra le priorità del governo regionale “per valorizzare talenti, preparare i giovani alle sfide sempre più impegnative nel lavoro e nell’impresa”. Accanto a questo, “un sistema di tutele che incentivi i ceti più deboli…”. Con l’approvazione del nuovo piano regionale di dimensionamento scolastico, l’assessore regionale all’Istruzione e alle Politiche Sociali Lucia Fortini propone una nuova rotta alla Campania sulla formazione, coniugando le risorse dei territori all’offerta formativa. Nel contempo, inaugura una stagione di cambiamenti epocali nelle politiche sociali, puntando ad adeguare il welfare regionale ad una domanda drammatica, lasciata da quasi dieci anni di recessione. All’orizzonte c’è la lotta allo spopolamento e alla disoccupazione giovanile. «Se altri Paesi accolgono i nostri cervelli in fuga vuol dire che il livello delle nostre scuole e università è all’altezza. Non possiamo permettere che altri facciano investimenti sul nostro capitale umano», ha spiegato in un’intervista, anticipando la sua ricetta.

Assessore Fortini, il Governo e il Parlamento hanno varato un aggiornamento delle norme e delle misure che regolano le politiche sociali. In questo settore, in particolare l’obiettivo è rispondere ad un aumento dell’indigenza, tenendo conto dell’alto numero di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Quali sono le misure che metterà in campo la Regione?

«Se mi permette, vorrei prima precisare da dove siamo partiti un anno e mezzo fa…»

Prego.

«Al momento dell’insediamento del nuovo governo regionale ho trovato un disastro per quanto riguarda le politiche sociali, con un debito accumulato nei confronti dei territori pari a 180 milioni di euro, con trasferimenti fermi dal 2010».

Cosa aveva creato questa sofferenza?

«La gestione del trasferimento: il fondo nazionale per le politiche sociali viene trasferito alla Regione, che eroga ai territori il 50% anticipatamente e il restante a consuntivo. Ciò ha determinato confusione nei bilanci in relazione alla spesa corrente, fino a provocare un vero e proprio blocco».

Come si è affrontata la situazione?

«Per tutto il 2016 la Regione ha compiuto veri e propri miracoli per riordinare la situazione partendo dal risanamento, anche grazie anche alla determinazione del Presidente De Luca».

Dopo anni di sacrifici e attese, i Piani di Zona potranno tornare ad occuparsi di programmazione?

«Sì. Questa giunta regionale ha pagato il 40% del debito accumulato, pari a 110 milioni di euro, e si è deciso di liquidare il 100% della somma stanziata per il 2016, in modo da consentire ai Consorzi di far fronte ai servizi per i cittadini. Per l’anno appena concluso sono state pagate tutte le competenze».

Continui.

«Siamo riusciti a ripianare il debito, mettendo in campo anche una serie di misure, come quella del sostegno al reddito».

Il tema della povertà oggi domina il dibattito istituzionale e politico. Lei si è laureata con una tesi dedicata al ‘governo della povertà nelle amministrazioni locali’. Come valuta le polemiche sul reddito di cittadinanza e sulla ‘Sia’, la misura di contrasto alla povertà varata recentemente dal Governo Renzi?

«Il reddito di cittadinanza rappresenta una boccata d’ossigeno ridotta, che lenisce ma non aiuta in maniera risolutiva: sono le misure attive previste dalla ‘Sia’, il Sostegno per l’Inclusione Attiva, a consentire al cittadino beneficiario di ripartire, camminando con le proprie gambe».

I Piani di Zona Sociali sono stati investiti di nuove competenze e responsabilità.

«Sono chiamati a guidare il cambiamento, non solo per la gestione della ‘Sia’, ma anche sulla programmazione, misurando e fronteggiando il bisogno».

Di quali strumento disporranno?

«Sono stati stanziati 200 milioni di euro per la programmazione, ma siamo in attesa di conoscere il reale fabbisogno, che gli ambiti territorali produrranno».

Una volta monitorato il reale fabbisogno, come si procederà?

«Avremo un piano regionale e potremo destinare al meglio le risorse disponibili a valere sul Fondo Sociale Europeo, Fesr e altre misure. Al momento la geografia risulta ancora variabile».

In provincia di Avellino e in particolare in occasione della IX Conferenza dell’Infanzia e della Famiglia, si è parlato della nascita di un coordinamento dei Piani di Zona su tutto il territorio provinciale, con nuovi modelli di governance dell’assistenza. Qual è la sua opinione?

«C’è una rivoluzione in atto: è evidente che c’è una certa difficoltà ad individuare la strada, ma ammetto che Avellino funziona bene a differenza delle altre province campane, grazie all’iniziativa dei consorzi. Rappresentano un vantaggio, perchè offrono servizi di qualità».

Lei si confronta spesso con i territori?

«C’è un confronto continuo e costante: fra la Regione e i territori, ma anche fra la Regione e il Ministero, sia per gli aggiornamenti sulle attività, che sulle proposte o le criticità».

Qual è, secondo lei, la nuova frontiera del welfare, oltre all’accoglienza e all’integrazione degli immigrati?

«La priorità oggi è la disoccupazione giovanile e il rischio di apertura di nuove sacche di povertà generate proprio dai giovani, che fino ad oggi sono rimasti a casa grazie al contributo delle famiglie, forti delle pensioni dei nonni. Questo precario equilibrio non reggerà ancora per molto e bisognerà trovare risposte all’altezza».

In occasione del confronto all’assemblea del Mezzogiorno a Napoli, infatti, il Governatore De Luca si è espresso sull’emergenza occupazionale giovanile, evidenziando la necessita che i giovani entrino nella pubblica amministrazione con contratti a tutele crescenti. Quale può essere il provvedimento più efficace per una forza lavoro che in questo momento rimane inespressa?

«Nel merito questo non riguarda espressamente le mie deleghe, ma ritengo che quella del Presidente De Luca non è stata soltanto una provocazione: abbiamo davvero la necessità di porre un freno all’impoverimento della forza lavoro del Mezzogiorno. Con la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’, altrove si ammette indirettamente che le nostre scuole e la nostra formazione sono forti, in più si fa tesoro delle energie giovani, con un impoverimento della Campania e di tutto il sud dell’Italia».

Si sta investendo molto sul piano dei progetti di scuola-lavoro, per consentire un’istruzione in grado di favorire lo sbocco professionale. Quali sono i programmi della Regione Campania in questo settore?

«La scuola deve aprirsi alle comunità. La scuola forgia cittadini innanzitutto, ma getta anche le basi per affrontare il mondo del lavoro».

Come?

«Abbiamo operato per consentire le aperture pomeridiane di 500 istituti con il programma ‘Scuola viva’, mettendo in campo un investimento di 75 milioni. Quanto all’occupazione, il programma di alternanza scuola-lavoro è partito da poco, per questo siamo ancora in fase sperimentale: attendiamo che entri a pieno regime per tirare le somme, ma siamo fiduciosi sui risultati della nuova programmazione».

Nel nuovo piano di dimensionamento lei ha puntato a coniugare le risorse esistenti all’offerta formativa. è questo il caso del distretto industriale di Solofra e Montoro, dell’Istituto agroalimentare a Calitri, e degli altri indirizzi previsti a Montella, Atripalda e Avellino. Il Piano risponde a questa impostazione?

«Sì, si crea un connubio fra specificità territoriali e fomazione e avvicina gli imprenditori alle scuole. La stesura del piano di dimensionamento quest’anno è iniziata in anticipo, proprio per accogliere le richieste provenienti dai territori; in questo modo si mescolano meccanismi virtuosi a vantaggio della crescita economica dell’intera regione».

Sono previsti ulteriori accorgimenti, oppure si tratta di un piano definitivo?

«Entro la metà di gennaio sarà aperta una finestra per ulteriori aggiustamenti: si espliciteranno le scelte dell’assessore ma si aprirà un altro confronto. In linea generale l’orientamento che ho seguito è stato favorire i livelli occupazionali, con attenzione alle nuove autonomie anche con piccoli numeri e la tutela delle comunità locali».

Il piano di dimensionamento scolastico ha dovuto fronteggiare anche quest’anno il problema dei parametri, con accorpamenti delle scuole. Sui territori ci sono state proteste e richieste. Sotto questo profilo, in che misura sono stati ascoltati i territori nell’articolazione proposta?

«Avellino non ha dato grandi problemi ed è stato raggiunto un equilibrio, con l’accoglimento delle istanze su 5 nuovi indirizzi. Non sono eticamente vicina all’idea dell’omnicomprensivo, anche se poi visitando molti luoghi, soprattutto dell’avellinese e del salernitano, mi sono dovuta in parte ricredere: una cosa è l’ideale e un’altra è la realtà. In alcune zone è impervio arrivare».

Ad Avellino ha accolto tutte le richieste?

«Il percorso è stato condiviso con tutti gli interlocutori e ad Avellino ho accolto tutte le richieste ad eccezione dell’istituzione di un omnicompresivo, che aveva appena 400 alunni. Preferisco sempre recuperare l’autonomia scolastica, per le valutazioni già enunciate sui livelli occupazionali».

Cosa pensa delle pluriclassi.

«Non sono favorevole, ma ho comincato a girare e non posso restare arroccata sulle mie posizioni: un bambino di 6 o 7 anni non può percorrere 30 chilometri per raggiungere una classe: i principi generali passano in secondo piano di fronte alle esigenze fondamentali dell’individuo».

Proprio di isolamento e spopolamento si sta occupando il Progetto Pilota per le Aree Interne, che in Campania viene sperimentato (fra gli altri) anche dall’Alta Irpinia. In una recente riunione alla Provincia di Avellino, il presidente De Mita ha chiesto una dose di coraggio alla Regione e alle istituzioni  per sperimentare nuovi modelli, difendendo i presìdi anche in deroga ai parametri. Che margini ci sono perchè questo avvenga?

«Ho avuto una serie di segnalazioni sulle aree interne, e mi è stato consegnato il protocollo che è stato siglato. Acquisirò tutte le informazioni, per aprire una riflessione e scegliere per il meglio le soluzioni più adeguate».

In quella sede, un delegato del Ministero chiuse ogni spazio ad ipotesi derogatorie…

«Come rappresentante della Regione ho spesso tentato di aprire un tavolo con il Miur, ma in realtà è il Ministero delle Finanze che definisce gli organici. Con l’ex Ministro Giannini non ho avuto possibilità di confronto, ma spero in una trattativa con il nuovo Ministro. Intanto, confermo la mia disponibilità ai territori almeno per integrare. Quanto alla deroga non posso intervenire, la Regione può solo sollecitare».

Il tema dello spopolamento ha a che fare direttamente con l’emigrazione, che nei nostri territori propone anche un rovescio della medaglia, l’immigrazione. Il tema dell’immigrazione è tra i più delicati nell’agenda nazionale. La Campania è una regione in prima linea nell’accoglienza. Quali politiche per l’integrazione si propongono?

«Se la Regione non ha più competenza in materia di immigrazione, legata ai problemi della sicurezza di competenza delle Prefetture, l’integrazione è invece una prerogativa importante. Per questo abbiamo immaginato di interloquire con le cinque Prefetture campane, disponendo per ogni Piano di Zona responsabilità precise, in modo da evitare azioni d’imperio da parte degli uffici di governo».

I bandi dei Consorzi per l’accoglienza non hanno avuto riscontro, però…

«Purtroppo non è semplice e le comunità vivono male questi processi: è necessario fare uno sforzo e pianificare insieme per non subire il fenomeno, ma governarlo nel migliore modo possibile».

La Regione resterà ancora a lungo fuori dalla gestione?

«Cercheremo di capire nei prossimi mesi se e come inserirci in un coordinamento, con proposte di percorsi e interventi specifici. Questi temi impegnano oggi l’Unione Europea, lo Stato, le Regioni e gli enti locali. Occorre agire con responsabilità».