Confindustria, Basso: “La crescita impone serietà al governo”

“Una classe dirigente ‘sul libro paga’ genera confusione e impedisce lo sviluppo economico Servono idee e velocità”

“Occorre un’attenzione alla crescita prima ancora che alla stabilità: ovvero un piano di medio termine che ponga all’attenzione del Paese la questione industriale che per noi è determinante. Se non ci sono margini sul bilancio, bisogna puntare sull’offerta…”.

La sede avellinese dell’Unione Industriali

Così il numero uno di Confindustria nazionale Vincenzo Boccia, intervenuto al workshop Ambrosetti di Cernobio, che con un’agenda di quattro punti lancia una proposta al Governo: industria ad alta intensità di investimenti, ad alta intensità produttività, ad alto valore aggiunto e questione dell’aumento dei salari. “Per rendere competitive le nostre imprese si deve partire dalla produttività, una delle grandi questioni irrisolte, riattivando investimenti privati e avendo un’attenzione per il credito e la finanza. Il sistema industriale italiano deve essere competitivo, perchè l’Italia ha tutti i requisiti per cavalcare la quarta rivoluzione industriale”, ha aggiunto, indicando un’agenda pronta ad essere recepita su tutto il territorio nazionale e in particolare nell’entroterra campano. Il presidente di Confindustria Avellino, Sabino Basso condivide l’agenda lanciata da Boccia, avvia il confronto con i sindacati provinciali sulla nuova contrattazione e aggiunge una selezione della classe dirigente scevra dalla logica del partito, e una sburocratizzazione dell’apparato burocratico per rilanciare le molle dell’economia locale.

Presidente Basso, il leader nazionale degli industriali Vincenzo Boccia ha aperto ai sindacati sulla nuova contrattazione. Lei cosa pensa degli incentivi e dei premi?

“Personalmente trovo che i premi di produzione siano necessari, fermo restando i diritti dei lavoratori. Da un punto di vista del fisco inoltre ci vogliono gli incentivi”.

Quindi c’è una sostanzale convergenza con i sindacati.

“Convergenza sì, ma bisogna ragionare. Siamo sulla stessa barca e bisogna prendere atto che siamo di fronte a un cambiamento epocale: basti pensare che fino a otto anni fa un imprenditore lavorava fino al venerdì, mentre oggi si lavora anche la domenica”.

Boccia ha bacchettato il Governo, affermando che il decollo dell’economia deve partire dalla crescita e non dalla stabilità. Lei è d’accordo?

“Questa è senza dubbio un’affermazione stimolante, ma la stabilità è altrettanto necessaria; parliamo del cane che si morde la coda: dobbiamo dare conto all’Europa e ci sono dei parametri che vanno rispettati. Altrettanto vero è che se rallenta la crescita l’Europa deve darci la possibilità di sforare il patto di stabilità, consentendoci di spendere di più. Il vero problema per l’Italia è che il Paese è stato depauperato negli anni passati”.

Come se ne esce?

“Bisogna intervenire su due aspetti: migliorare la classe politica, ovvero eleggere gli uomini e non i partiti…”.

Continui.

“Ritengo che l’Italicum non sia una legge elettorale adeguata per qualificare Parlamento e Governo”.

E poi?

“In secondo luogo, bisogna sburocratizzare per accelerare i processi e la velocità con cui essi si governano. Negli ultimi 15 anni c’è stato un cambiamento rapido e violento. Le due cose sono collegate. Le decisioni devono produrre effetti immediati e le istituzioni devono imparare a correre, se vogliono conservare una utilità”.

Nell’Europa dei populismi, della cosiddetta democrazia istantanea, si può ancora parlare di classe dirigente?

“Eccome. La classe dirigente deve essere il top che un Paese è in grado di esprimere in termini di talento, visione, autorevolezza e capacità”

Quali caratteristiche deve avere?

“La classe dirigente deve essere onesta, ma deve saper guardare avanti e traguardare il futuro”.

Caratteristiche misurabili con il tempo…

“Gli ostacoli alla affermazione di una classe dirigente sono tanti.  Non è facile nel contesto attuale. Ci sono anche i limiti imposti dalla legg. I processi di cambiamento spesso si fermano per accuse di abusi di ufficio, e altri reati del genere”.

Insomma, non basta un avviso di garanzia a inficiare la credibilità di un componente della classe dirigente…

“Dipende dal caso. Serve serietà e trasparenza. Una classe dirigente ‘a libro paga’ genera confusione e impedisce al Paese di decollare, mentre chi amministra deve essere veloce per cogliere i processi che si svilupperanno in futuro, non può subire condizionamenti della sua visione e azione”.

In Campania ci sono modelli da seguire?

“Ci sono degli esempi positivi e città virtuose come Salerno e Agropoli, che hanno fatto delle cose con coraggio”.

Come dicono un po’ tutti, il Paese ha bisogno anzitutto di investimenti? Qual è la sua priorità?

“Prima degli investimenti, che dovrà fare il privato, voglio sottolinearlo, bisogna snellire i processi e azzerare la burocrazia”.

È la precondizione?

“Certo. Diversamente un imprenditore invece di aspettare mesi per ottenere un permesso e aprire un’azienda, si trasferisce in Lituania, dove ci vuole una settimana per ottenere una certificazione”.

Quindi è questo il nodo della stagnazione?

“L’Italia è una ‘Ferrari’ che marcia a 50 chilometri orari con il freno a mano tirato. Qui c’è gente creativa e laboriosa, ma è tutto così complesso… Da noi i giovani sono molto scoraggiati di fronte alla prospettiva di aprire un’impresa”.

Quali sono le conseguenze di una minore iniziativa?

“Semplice: meno imprese significa meno lavoratori, e quindi meno circolazione di denaro: crescita, addio…”.

Il presidente regionale di Piccola Impresa in Confindustria Renato Abate, ha lanciato un patto con le banche per risollevare l’economia in Irpinia. Lei cosa ne pensa?

“Il problema non sono le banche a mio avviso. Il denaro non è mai stato tanto in banca come oggi, e costa molto meno rispetto a diversi anni fa. Il problema è che se si devono fare investimenti, si valuta con grande attenzione…”.

Qual è oggi il rischio?

“Abbiamo un Paese ingessato. Il credito potrebbe esserci, le banche hanno una liquidità spaventosa. Spesso mancano le condizioni, meglio: le pre-condizioni”.

Di chi è la colpa? C’è chi l’addossa all’Europa? Lei a chi addebita la responsabilità di questo stallo?

“Il dramma del Paese è stato originato negli anni ‘80: l’Europa ha investito nelle politiche agricole e ambientali perchè riteneva conclusa l’era industriale. Oggi ha dovuto ricredersi e ha fatto marcia indietro perchè ha capito che l’industria è l’unico settore che porta alla crescita. Nel frattempo il mondo è andato avanti”.

Dicevamo che servono politiche industriali per il Paese. In Irpinia le aree produttive sono in gran parte ferme. L’Asi sta tentando di riorganizzarsi per questo scopo, ma ha molti debiti. Condivide la decisione di vendere alcuni immobili per avviare il risanamento?

“Credo che la vendita di un immobile per riparare ad un deficit ci può stare, ma il problema è il futuro. C’è da dire che ci sono ancora tantissimi impiegati e un’esposizione strutturale, fattori che necessitano un piano di ristrutturazione. Il presidente Sirignano è una persona competente, conosce i meccanismi del business, sa che dovrà rimettere a regime il Consorzio”.

Per fare decollare il consorzio e renderlo produttivo da cosa inizierebbe?

“Bisogna partire dalla depurazione, che deve essere resa efficace ed efficiente, quindi redditiva. Solo dopo si potrà immaginare il resto”.

Confindustria Avellino dialoga con l’Asi?

“Il presidente è una persona molto pratica, con cui c’è intesa e il dialogo è in corso. Ma il nodo da sciogliere, al momento, è il contesto politico di riferimento: domineranno sempre le vecchie logiche, oppure l’Asi sarà in grado di funzionare come un’azienda a tutti gli effetti? Un imprenditore deve far quadrare investimenti, costi e ricavi…”.

Su una riforma concreta delle Asi sta lavorando anche la Regione Campania.

“Le Asi vanno riformulate, perchè come ogni azienda, devono adattarsi ai processi di trasformazione in corso. Le riforme sono necessarie, soprattutto alla luce dei grandi cambiamenti e della velocità con cui avvengono”.

Il rispetto per l’ambiente è uno dei pilastri fondamentali del nuovo modo di fare impresa e Confindustria Avellino è fra i firmatari del protocollo d’intesa per il monitoraggio ambientale della Valle del Sabato.

“Quello dell’ambiente è un tema molto delicato e ad Avellino fa discutere il futuro dello Stir a Pianodardine è al centro del dibattito. La logica imperante è: rifiuti sì, ma lontano da noi, ignorando che con i rifiuti si produce ricchezza. Se si intravede una ciminiera si grida alla denuncia, ma non può essere così”.

Le aziende che operano in Irpinia agiscono nel rispetto ambientale?

“In provincia di Avellino le imprese rispettano al 99 per cento il codice dell’ambiente, e adottano i protocolli secondo i canoni europei. Se si registrano tumori non è per colpa delle imprese: bisognerebbe iniziare a controllare anche gli agricoltori e l’utilizzo di tonnellate di prodotti tossici e diserbanti”.

Ha proposto dei suggerimenti al tavolo della Prefettura?

“Sì. Vorrei che non fossero demonizzate alcune attività, come una ipotetica installazione del biodigestore allo Stir: tutte le città ne hanno uno e non si capisce perchè Avellino dovrebbe fare eccezione. Ho visitato quello di De Vizia a Udine ed è un’eccellenza”.

Come imposterebbe il percorso?

“Intanto eviterei di fare terrorismo, e inviterei i comitati ed altri a parlare se informati; fermo restando che se venissero riscontrate cause di inquinamento, vanno combattute. In 20 anni di deposito di rifiuti allo Stir non sono mai stati riscontrati rifiuti radioattivi, e non capisco qual è il problema”.

Altro tema strettamente legato all’ambiente e all’industria è quello dell’energia. La Regione Campania ha affidato l’incarico per la redazione di un Pear, il piano energetico regionale. Che opinione ha a riguardo?

“Avellino è la provincia con la maggiore percentuale di energia alternativa e quindi di energia sana. E questo è un grande vantaggio considerando che abbiamo rinunciato all’energia nucleare. Sono favorevole ad una regolamentazione, ma vorrei anche che ci fosse coerenza: non vedo perchè un sacchetto di umido prodotto ad Avellino si deve bruciare a Padova. Io iniziarei a lavorare su una corretta informazione”.

Il Comune di Avellino in questo momento è al centro di una partita importante. è l’ente chiave per determinare i nuovi assetti e le future gestioni di acqua, rifiuti e concessione per la fornitura di gas, ma gli amministratori locali continuano ad essere ostaggio della crisi politica.

“Premesso che oggi amministrare un Comune significa fare i conti con le farraginosità della burocrazia, è anche vero che il sindaco di Avellino Paolo Foti è ostaggio della struttura e della politica, ad Avellino siamo al paradosso: proprio chi lo ha eletto oggi rema contro di lui”.

Ma è proprio questa costante crisi della politica avellinese ad impedire alla città di ripartire?

“Il Comune è pieno di debiti, per questo si ha difficoltà a fare tutto. è troppo facile però parlare fuori dal contesto, e non so se fossi al posto di Paolo Foti cosa farei, per questo mi permetto di parlare soltanto da cittadino”.

I tempi dell’agenda europea e dell’Area vasta non aspettano il Comune. L’Irpinia ha bisogno di un Capoluogo. Come se ne esce?

“Bisogna guardare anche al Sannio: Avellino resta il capoluogo e dovrà dominare i processi, non può permettersi di essere fagocitata da altri paesi. La risposta è già nella domanda”.

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